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7 settembre 2015 1 07 /09 /settembre /2015 09:13
Il Tibet sotto il lamaismo, di Leonardo Olivetti

Dalla teocrazia feudale al "capital-socialismo": miti e realtà.

In Occidente, la vulgata mediatica ha, fin dal 1951, cercato di capovolgere la situazione politica e sociale della Regione Autonoma del Tibet (Xizang) in funzione anticinese. Si è fatto passare il Tibet come un “paese occupato” dai cinesi, i tibetani come un popolo “culturalmente represso”, e, gli oltre sessanta anni che sono passati dalla riunificazione del Tibet alla Cina, come un “genocidio culturale”. Questa visione distorta e corrotta della realtà, è stata utile per le azioni disgregatrici e sovversive dei regimi occidentali contro la Cina e la sua unità. Per dimostrare concretamente ciò, è d’uopo analizzare, dati alla mano, la reale situazione del Tibet e del suo popolo. Dalla società teocratico-feudale al socialismo Uno dei tipici cliché della stampa mainstream è il mito di un Tibet che, prima della riunificazione con la Repubblica Popolare Cinese, fosse una sorta di “paradiso pacifista”, un luogo di pace, quiete e benessere. La cinematografia e la revisione storica hanno contribuito a creare questa immagine fasulla, e che niente ha minimanente a che vedere con la realtà, del Tibet lamaista, che fu sempre (in modo palese e dichiarato) un regime teocratico, basato su un ordine sociale feudale, che integrava elementi schiavistici e oppressivi, oltreché uno dei luoghi più poveri del pianeta. Prima della riunificazione con la Cina, la popolazione tibetana viveva sotto un sistema eccessivamente arretrato; non esisteva alcuna autostrada, né esistevano ferrovie (mentre ora ci sono 15 autostrade a grande comunicazione e 375 autostrade provinciali, mentre il sistema ferroviario ha raggiunto ottimi risultati nell’ultimo decennio, con la costruzione della ferrovia Qinghai-Tibet, di quasi 2000 chilometri). Una ricerca nel Tibet orientale, ha rivelato che, nel 1940, il 38% dei tibetani non aveva mai potuto bere del tè, il 51% non poteva permettersi il burro e il 75%, spesso, doveva mangiare erbacce bollite con ossa di bue e avena o farina di fagioli. Un’immagine accurata del Tibet dell’epoca ci è fornita dal giornalista americano John Naisbitt: «Nel 1959 solo poco più di un milione di tibetani viveva in Tibet, sotto un regime feudale. Il numero è ora cresciuto a più di 2,8 milioni. Prima del 1950 la stragrande maggioranza della popolazione (più del 90 per cento) erano servi governati dai latifondisti aristocratici e dai monaci. Tutti i monasteri possedevano grandi tenute. I servi non godevano di libertà personale, dalla nascita alla morte. La speranza di vita in Tibet era di 36 anni.» (John Naisbitt, China’s Megatrend: The 8 Pillars of a New Society, HarperCollins Publishers, 2010, p. 223) La condizione degli schiavi tibetani era durissima; stando alle leggi vigenti, essi dovevano prestare al padrone (Kasha), gratuitamente, dal 50 all’80% del proprio lavoro. La rigida divisione in classe (una disuguaglianza de jure!) era sancita dalle leggi vigenti, dove, ad esempio, c’era scritto che la vita di una persona di rango superiore valeva il suo peso in oro, mentre quella di una persona di rango inferiore valeva come una corda di paglia, e, nel codice penale del Tibet Lamaista (il Codice di 13 Articoli e il Codice di 16 Articoli), per la punizione del reato di omicidio, la legge diceva: «In quanto il popolo è diviso in diverse classi e caste, il valore di una vita è perciò differente». La condizione di servitù era ereditaria, ed i matrimoni potevano essere combinati dai padroni. Prima della liberazione del Tibet, il 90% dei tibetani non possedeva una casa privata, e, nel 1951, si calcola che l’estensione media delle residenze dei tibetani fosse di 3 m² (mentre, nel 2010, era di 34,72 m²). Fa notare il tibetologo americano Tom Grunfeld, nel suo libro The Making of modern Tibet, che, benché la dottrina del buddismo preveda l’uguaglianza, ciò non ha impedito ai governanti tibetani di instaurare un regime fortemente gerarchico. Insieme all’estrema arretratezza sociale, ogni sorta di pratica crudela era diffusa e permessa tra gli ambienti altolocati, a sprezzo del pacifintismo propagandato dai lama. Un viaggiatore russo che, nei primi anni del XX secolo viaggiò a Lhasa, scrisse: «I trasgressori della legge sono perlopiù tibetani poveri puniti tramite il taglio delle dita o del naso, o, in molti casi, accecati ad entrambi gli occhi. Tali persone sfigurate e accecate si vedono ogni giorno chiedere la carità nelle strade di Lhasa. Un altro tipo di punizione è l’esilio. I colpevoli vengono ammanettati e incatenati, e devono indossare un ampio colletto di legno attorno al collo per tutta la vita. Sono mandati in regioni remote per il lavoro forzato o lavorano come servi per gli aristocratici feudali e i capi patriarcali. La più severa delle punizioni, ovviamente, è la morte, con le vittime annegate nei fiumi (come a Lhasa) o gettati sulle rocce (come a Xigaze)». (Gombojab Tsebekovitch Tsybikoff, A Buddhist Pilgrim to the Holy Place in Tibet) Il regime del Dalai Lama (dove, si noti, non esistevano né partiti, né elezioni, né alcun tipo di fattore che potesse minimanente caratterizzare il Tibet come “democratico”) era una costruzione decrepita e tirannica, una creazione dell’imperialismo inglese datata 1912, senza alcuna legittimità storica e che aveva dimostrato il suo anacronismo. Come dice lo studioso americano Grunfeld: «Non c’è alcun motivo per sostenere l’immagine del Tibet [lamaista]come quella di un Paradiso Utopico». Con la riunificazione alla Cina Popolare, il Tibet ha conosciuto un periodo di sviluppo quasi ininterrotto, crescendo a livelli altissimi, talvolta superiori a quelli della Cina orientale. Nel Tibet contemporaneo, il governo di Pechino ha investito sotto diversi fattori: valorizzazione della cultura tradizionale, industrializzazione e modernizzazione. Mentre nel passato l’educazione era un privilegio dei monaci, attualmente, essa è un patrimonio di tutte le classe presenti nel Tibet. Nel Tibet lamaista, si calcola che meno del 2% dei bambini avesse accesso alla scuola, e che l’analfabetismo toccasse il 95%. Gli investimenti del governo centrale nell’educazione sono stati cospicui: il governo centrale ha investito oltre 29 miliardi di yuan per migliorare le condizioni scolastiche delle regioni occidentali del paese, ed ogni studente tibetano riceve un sussidio dallo Stato di circa 2.000 yuan annui. Nel 2004 il governo ha eliminato ogni tassa scolastica per quelle regioni, ha reso tutti i libri scolastici gratuiti e stampati nella lingua locale; nel 2008, gli studenti appartenenti a tutte le minoranze etniche (che, sempre nella propaganda occidentale, risultano anch’esse, stranamente, oppresse!) erano ben 21,996 milioni, c’erano 674 contee dove le minoranze etniche erano riuscite a realizzare compiutamente il programma scolastico di 9 anni di studio. A Lhasa, poi, nel 1985 è stata creata un’Università, costata poco più di 22 miliardi di yuan, dalla quale sono usciti oltre 30 mila laureati, e che, tra le sue materie, ha la storia tibetana, la lingua tibetana, la scienza e gli sport tibetani. L’economia tibetana ha conosciuto ampi sviluppi economici (il PIL del 2000 era oltre 30 volte quello precedente al 1951), e anche la condizione degli operai tibetani è in via di miglioramento (la povertà, che negli anni ‛90 contava circa 400 mila persone, comprende ora ne conta meno di 70 mila). Il 1° gennaio 2008, la regione autonoma del Tibet ha aumentato il salario minimo, che è solo lievemente più basso dei salari di Pechino, Shangai e Tianjin. Sempre nel 2008, sono stati costruiti 37 ospedali e 252 cliniche di villaggio, raggiungendo una copertura totale della popolazione. Grazie alle politiche di Pechino, la mortalità infantile è scesa da 430 morti ogni 1.000 nati, a 6-25 morti ogni 1.000 nati nel 2012. In Tibet si è anche istituito un efficiente sistema pensionistico. Dal novembre del 2009, con la Nuova Assicurazione Sociale sulle Pensioni Rurali, la copertura pensionistica ha raggiunto il 75,1% della popolazione, con pensioni medie di 2.439 yuan a persona, mentre, in epoca lamaista, non esisteva alcun tipo di assicurazione sociale. Lo sviluppo economico, industriale e sociale del Tibet, è solo uno delle grandi vittorie del socialismo in Tibet: lo sviluppo culturale, negato dall’Occidente, è l’altra grande vittoria del Partito Comunista Cinese. La rappresentanza delle minoranze nella Repubblica Popolare Cinese Il sistema di governo cinese è stato in grado di mantenere il suo alto grado di rappresentatività anche nella regione del Tibet, tramite le elezioni che si svolgono regolarmente nella regione, l’autonomia politica della quale gode Lhasa ed il ruolo importante dei quadri e dei politici tibetani. Fin dal 1954, il Congresso Nazionale del Popolo ha deciso che le minoranze etniche avrebbero dovuto essere rappresentate adeguatamente in politica; all’incontro sul lavoro tra le minoranze etniche del 1957, Zhou Enlai spiegò la politica cinese verso le minoranze in questo modo: «Il nostro sistema di autonomia etnica regionale è stato elaborato in base alla realtà del nostro paese, e le regioni autonome, le prefetture, le contee e i villaggi sono strutturati sulla base delle loro differenti condizioni, affinché tutte le minoranze siano capaci di realizzare pienamente la propria autonomia, al di là che vivano in comunità compatte o che due o più gruppi etniche vivano insieme. Le condizioni sono favorevoli per le minoranze etniche perché esercitino universalmente il loro diritto all’autonomia». (Zhou Enlai, Selected Works, Vol. II, People’s Publishing House, 1984, p. 260) Guardando alla situazione politica odierna, si può constatare che le previsioni di Zhou Enlai hanno trovato conferma; su tutte le banconote yuan, ad esempio, le diciture sono presenti in tutte le lingue delle minoranze etniche, compresa la lingua tibetana. Nell’XI Congresso, su 2.987 deputati, 411 provenivano dalle minoranze etniche, ovvero il 13,76% del totale (mentre le minoranze etniche sono meno del 9% della popolazione totale della Repubblica Popolare Cinese). Proprio nel Tibet, ad esempio, il popolo Lhoba, che conta solo 3.000 anime ma una ricca cultura, ha eletto un proprio deputato al Congresso Nazionale (benché, percentualmente, 3.000 persone su 1,5 miliardi siano una percentuale irrisoria). Allo stesso modo, sono stati eletti anche 12 membri della comunità tibetana ed un membro della comunitù Monba. Tra i membri del Comitato Permanente dell’XI Congresso Nazionale del Popolo, c’erano 25 deputati provenienti dalle minoranze etniche su 161 membri, ovvero il 15,53%, e nell’attuale Comitato Permamente, su 13 vice presidenti, 2 provengono dalle minoranze etniche. Allo stesso modo, in tutta la Cina vengono formati migliaia di quadri provenienti dalle minoranze etniche; essi ricoprono un ruolo fondamentale nello sviluppo della Cina e di tutte le etnie che ne fanno parte. Attualmente, i quadri provenienti dalle minoranze etniche sono il 9,6% del totale, e il numero di quadri con ruoli di potere a livello di contea o a livelli superiori, è il 7,7%. I quadri tibetani sono, nel loro territorio, il 70,3% a livello regionale e l’81,3% a livello di contea e villaggio. Nelle elezioni dei congressi popolari della regione autonoma, delle prefetture, delle contee e dei villaggi tibetani, nel 2007, su più di 34 mila deputati eletti, il 94% erano membri della minoranza tibetana. Il mito del “genocidio culturale” La punta di diamante della propaganda anticinese è stato il cosiddetto “genocidio culturale” del popolo tibetano, diffuso dalla corte del Dalai Lama e dai suoi sodali. In realtà, per chiunque abbia occasione di visitare il Tibet, o chiunque basi le sue analisi sulla realtà dei fatti, una simile versione storica è pressoché totalmente fabbricata. Basti ricordare le parole che lo stesso Dalai Lama (prima che decidesse di passare dalla parte occidentale e diventare un agente dell’imperialismo), nel settembre del 1954, pronunciò al primo Congresso Nazionale del Popolo: «Di tutti i motivi di dissenso seminati dal nemico, il principale era la voce secondo la quale il Partito Comunista Cinese e il Governo Popolare avrebbero distrutto la religione. Il popolo tibetano ha forti sentimenti religiosi. Inizialmente, il popolo tibetano si sentì infastidito da questa voce. Tuttavia, ora, questa voce è stata completamente distrutta. Il popolo tibetano sente di godere pienamente di libertà di religione». (People’s Daily, 17 settembre 1954) Ma, col passare degli anni, il Dalai Lama ha abbandonato questa sua versione storica, per imbracciare quella che più si confaceva ai suoi interessi di potere. Per capire realmente l’andamento della storia tibetana, senza farsi sviare dalla strumentalizzazione, è opportuno cominciare dal principio. Nel 1951, l’“Accordo sulla Liberazione Pacifica del Tibet tra il Governo Centrale del Popolo e il Governo Locale Tibetano” sancì una politica di libertà religiosa nel paese. Sul fatto che il paese godesse di effettiva libertà religiosa, esistono varie testimonianze; nel libro The making of modern Tibet di Tom Grunfeld, Zed Books Ltd., 1987, si riporta la testimonianza di un lama, che ora vive negli Stati Uniti, che, nel 1959, viaggiò in tutto il Tibet per motivi di studio teologico e religioso, e non ebbe mai alcun problema con le autorità (p. 128). Qualche anno prima, nel 1956, il giornalista britannico Alan Winnington visitò Lhasa ed il Tibet, e, tra tutti i tibetani con cui parlò, riferì, nelle sue memorie di viaggio, di non aver mai incontrato un singolo tibetano che avesse dubbi sulla sua effettiva libertà religiosa (Alan Winnington, Tibet: Record of a journey, Lawrence & Wishart Ltd., Londra, 1957). La libertà religiosa della quale godono i tibetani è estesa anche a tutte le altre religioni: dal 1980 a oggi, in Cina si sono stampate 100 milioni di copie, in 22 edizioni, della Bibbia (ciò ha reso la Cina il primo paese per numero di Bibbie stampate), esistono, tuttora, 360 mila insegnanti di religione, 130 mila luoghi religiosi, 5.500 organizzazioni religiose e oltre 110 tra università e college. Solo in Tibet, esistono oltre 1.700 luoghi di culto, 46 mila tra monaci e monache, e, ogni anno, oltre un milione di religiosi raggiungono, senza problemi, la città di Lhasa per cerimonie religiose. Il governo di Pechino fornisce ai monaci tibetani un salario, cibo, vestiario, ed anche apparecchi telefonici e servizi informatici. Nel 2010, un giornalista britannico che ha potuto visitare il Tibet, Brandon O’Neill, ha scritto un articolo, per il Christian Science Monitor, che diceva: «Quando si arriva in Tibet, non si può che restare impressionati dalla grande libertà religiosa che sembrano avere. Ho sentito attivisti dal Free Tibet UK che dicevano che le autorità cinese cercavano di “cancellare l’identità e la cultura tibetane”, ma mi sono trovato molto sorpreso, e sollevato, dal fatto che i tibetani possono adempiere a tutte le loro pratiche religiose senza alcuna molestia». Non solo il Tibet gode di un’effettiva libertà religiosa; ma anche la cultura classica è tibetana è viva e sostenuta dal governo di Pechino. La prima casa editrice in lingua tibetana fu fondata nel 1971, e stampa e diffonde libri sulla cultura tibetana classica. Uno sviluppo più esteso dell’editoria tibetana si ebbe però solo negli anni dello sviluppo economico, gli anni ‛90. Uno dei libri classici del buddismo (il Dangyur) è stato sovvenzionato dal governo di Pechino con 500 mila yuan e con la fondazione di un comitato di ricerca sul libro. In Tibet, oggi, esistono 60 tipografie che stampano testi tradizionali tibetani, per un totale di 63 mila titoli all’anno e, dei 23 quotidiani che circolano in Tibet, 10 sono in lingua tibetana. La Tibet People’s Publishing House ha pubblicato oltre 6.600 libri in lingua tibetana, con una distribuzione di oltre 78,9 milioni di copie in trenta anni dalla sua fondazione. Il mercato dei libri in Tibet, negli ultimi venti anni, ha dato alle stampe 8.000 titoli e 90 milioni di copie, per una diffusione capillare del sapere. La storia tibetana è conservata nella biblioteca dell’Università di Lhasa, che custodisce oltre 100 mila volumi. Sovvenzionando anche la ristrutturazione del patrimonio architettonico tibetano, il governo ha stanziato 700 milioni di yuan dal 1980 a oggi per ristrutturare templi, palazzi e luoghi di culto. La lingua tibetana, nei fatti, è diffusa, nella regione autonoma del Tibet, tanto quanto la lingua mandarina. Nel 2010, la regione aveva 4 stazioni radio, tra cui Radio Tibetana (la prima stazione radio appartenente ad una minoranza etnica), 5 stazioni tivù la cui copertura copre oltre il 90% della popolazione. La cricca lamaista e le sue attività anticinesi Il Dalai Lama e i monaci buddisti, spodestati dalle loro posizioni privilegiate e di potere assoluto, dopo aver cercato di collaborare con le legittime autorità di Pechino, hanno cambiato tattica, lanciandosi nella disperata impresa della sovversione. Come spiega la Süddeutsche Zeitung, giornale tedesco, nel 1951 lo stesso Dalai Lama, il “campione” della “non-violenza”, approvò la lotta armata stabilendo intensi rapporti con i servizi segreti americani tramite l’ambasciata americana di Nuova Delhi e il consolato di Calcutta. I moti anticinesi del 1959, come riporta il quotidiano tedesco, furono un’operazione guidata dalla CIA dal nome in codice di “ST Circus”, ed ex agenti che lavoravano a quei tempi nella CIA hanno raccontato come effettivamente andarono le cose. John Kenneth Knaus, ex agente, racconta che gli fu ordinato di «fare di tutto per tenere in vita il concetto di Tibet autonomo» e di «sviluppare una resistenza contro lo sviluppo nel Tibet guidato dalla Cina comunista». Nel suo incontro con il Dalai Lama, Knaus racconta che promise l’impegno americano ad addestrare guerriglieri tibetani, ad armarli e a versare 180 mila dollari l’anno. Dai dossier della CIA, si evince che squadroni di tibetani armati erano addestrati a Camp Halle, un campo posizionato ad alta quota, e che gli effettivi di questo esercito di tibetani che lottavano per gli interessi degli Stati Uniti raggiunsero 85 mila, col nome di “Chushi Gangdrug”. Gli ufficiali tibetani venivano paracadutati in Tibet dagli americani, ed agivano in piccoli gruppi, con azioni terroristiche per creare un clima di insicurezza e cercare di far scoppiare un conflitto. Un veterano tibetano racconta: «Uccidevamo volentieri quanti più cinesi possibile, e a differenza di quando macellavamo bestie per cibarci, non ci veniva da dire preghiere per la loro morte». Delle azioni armate del Dalai Lama, se ne accorse ben presto il governo di Pechino che, nel 1964, alla 151ª Conferenza del Consiglio di Stato, lo rimosse dalla sua pozione con questo comunicato: «Dopo che il Dalai Lama ha messo in scena la ribellione traditrice del 1959, è scappato all’estero e ha organizzato un ‘governo in esilio’, ha istituito una finta costituzione, ha sostenuto i reazionari indiani che hanno invaso il nostro paese, ed ha preso parte all’organizzazione e all’addestramento di forze armate tibetane che sono fuggite all’estero con l’obbiettivo di attaccare i nostri confini. Tutto ciò prova che egli si è alienato dal paese e dal popolo, e si è ridotto ad essere un traditore che lavora per gli imperialisti e per i reazionari all’estero». Lo stesso ruolo di sovversivo finanziati dai servizi segreti americani, il Dalai Lama lo ha ricoperto nel 1989, negli anni ‛90, nel 2008, e ancora oggi lo ricopre. Una buona analisi del religioso e del suo gruppo la si legge in Development of Tibetan Culture: «La cricca del Dalai Lama sta facendo molto rumore in tutto il mondo dicendo che “la cultura tibetana si sta estinguendo” e, con questo pretesto, sta diffondendo opinioni anticinesi con il sostegno di forze internazionali antagoniste. Dai 40 anni seguiti alla Riforma Democratica del Tibet si può chiaramente percepire che ciò che la cricca del Dalai Lama vuole non è altro che ostacolare il reale sviluppo della culturale tibetana».

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