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12 settembre 2015 6 12 /09 /settembre /2015 15:04
Quando ero uno scrittore osceno, di Ian McEwan

~~Nel 1970, quando avevo 22 anni, mi trasferii a Norwich e mi sistemai in una stanza piccola ma graziosa ai margini della città. Ero andato lì per prendere la specializzazione in inglese all’Università dell’Anglia Orientale, ma il mio obiettivo primario era scrivere. Alla fine della prima settimana, sbrigate tutte le pratiche e le incombenze, una sera mi misi seduto davanti al tavolino vicino al fondo del letto e dissi a me stesso che non mi sarei alzato da lì finché non avessi completato un intero racconto. Non avevo nessun appunto, solo un brandello, un’idea molto vaga di che tipo di storia sarebbe stata. Nel giro di un’ora una strana voce mi parlava dalla pagina. La lasciai parlare. Andai avanti a lavorare tutta la notte, colmo di una percezione romantica di me stesso, lo scrittore sospinto eroicamente da un’idea travolgente, che lavora febbrilmente fino all’alba mentre la città dorme. Finii intorno alle sei del mattino. Il racconto era intitolato “ Conversazione con l’uomo nell’armadio”; ne scrissi altri, quell’anno, e confluirono tutti nel mio primo libro, Primo amore, ultimi riti , pubblicato nel 1975. Il narratore era un uomo che non voleva crescere: una scelta strana per me, visto che quell’anno sentivo di aver finalmente raggiunto l’indipendenza dell’età adulta. Andare a Norwich era la prima decisione importante che avevo preso in vita mia senza il parere o i consigli di qualcun altro. Dopo la vita da studente del college, volevo partire da zero. Mi consideravo uno scrittore a tempo pieno. La laurea specialistica era una cosa che avrei portato avanti nei ritagli di tempo. Mi mantenevo con una borsa di studio. Quell’anno affiorarono altre strane voci, altri personaggi strambi o derelitti che presero a perseguitare o infestare i miei scritti. Violenti, sessualmente perversi, solitari, erano molto lontani dalla vita che vivevo a Norwich in quell’epoca. Incontravo molti nuovi amici, mi innamoravo, leggevo avidamente la narrativa americana contemporanea, facevo escursioni lungo la costa del North Norfolk, mi presi una droga allucinogena in campagna e ne rimasi estasiato: eppure, ogni volta che tornavo al mio bloc-notes o alla mia macchina da scrivere, un impulso oscuro, selvaggio, si impadroniva di me. Incesti tra fratelli, travestitismo, un ratto che tormenta due giovani amanti, attori che fanno l’amore in mezzo alle prove, bambini che arrostiscono un gatto, abusi e omicidi di bambini, un uomo che tiene un pene in un barattolo e usa la geometria esoterica per annientare sua moglie… per quanto cupi, ritenevo che quei racconti contenessero elementi divertenti. A volte mi convincevo di essere una specie di selvaggio, un fauviste che si ribellava contro il bistrattato modello di romanzo da «storia di divorzio nell’alta società». A quarant’anni di distanza dalla pubblicazione di quel piccolo volume di racconti, ho inevitabilmente una visione diversa. Ovviamente la cultura letteraria dell’Inghilterra nel 1970 andava ben al di là delle storie di divorzi a Hampstead (il quartiere dell’alta borghesia londinese). Fino al mio arrivo a Norwich ero stato un bambino e poi un adolescente sensibile e un po’ timido o riservato. Non avevo dato troppi grattacapi, ero passato senza lamentarmi attraverso tutti gli ingranaggi della macchina dell’istruzione ed ero arrivato a sesso e droga più tardi della maggioranza dei miei coetanei. Scrivere faceva parte di un’esplosione geniale della mia esistenza, della percezione che ora, avendo più o meno terminato la mia educazione formale, potevo fare quello che volevo. E per quanto mi riguardava, scrivere era sinonimo di libertà. Le traversie legali per pubblicare l’ Ulisse di Joyce, il processo all’ Amante di Lady Chatterley , le sfrenate trasgressioni di libri come Il lamento di Portnoy di Roth e Il pasto nudo di Burroughs mi convinsero che scrivere narrativa voleva dire avere la compiacenza di condurre il lettore per mano fino all’orlo del precipizio… e saltare. Il mestiere consisteva nel trovare un confine, e poi varcarlo. Se quei romanzi di Joyce e di Lawrence finissero oggi a processo, sicuramente non avrebbero problemi a ottenere il nulla osta per la pubblicazione. Ma non sono tanto sicuro di quello che succederebbe nei tribunali di Twitter. Perché oggi viviamo con disagio la nostra libertà sessuale. Le rivelazioni di abusi orrendi e diffusi a danno di bambini ci sconvolgono e minano le nostre certezze. Gli adulti, in particolare gli uomini, devono fare attenzione a parlare con i bambini per la strada. Le femministe avevano ragione a farci notare quanto potevano risultare oppressive le pubbliche manifestazioni del desiderio maschile. Ma il desiderio, nelle donne come negli uomini, è una realtà, un soggetto. Non possiamo distinguerlo dall’oppressione? Quando Craig Rane, nel maggio di quest’anno, ha pubblicato una poesia malinconica e arguta sui pensieri erotici irrealizzabili di un uomo che sta invecchiando, ha scatenato sui social media rabbia, odio e fantasie di violenza, di vendette a mezzo mutilazione genitale. Quando, recentemente, è stato ripubblicato un romanzo di Jilly Cooper, la copertina originale di trent’anni fa è stata modificata per adattarla ai gusti moderni, sollevando educatamente verso la vita la mano di un uomo originariamente poggiata sulle natiche di una donna. Al contempo, nei libri e in particolare sugli schermi, le scene esplicite di sesso continuano a prosperare. Culturalmente, non siamo né puritani né “ liberati”. Solo profondamente confusi. Gli usi e gli abusi della libertà erano l’aria che respiravamo nel 1970. Oggi non provo nostalgia né disprezzo per quel periodo. Ci furono progressi e ci furono, chiaramente, eccessi. Quando facevo vedere i miei romanzi agli amici di Norwich, o ai due romanzieri che mi seguivano con occhio benevolo, Malcolm Bradbury e Angus Wilson, nessuno restava scioccato, nessuno pensava che le mie storie fossero scandalose o immorali. Bradbury diceva più o meno: «Non male. Quando posso vedere il prossimo?». A metà degli anni ’70, la spinta dei ’60 stava esaurendosi. La cultura si risvegliava con l’emicrania e cominciava a fare il bilancio. Quando uscì in edizione cartonata, Primo amore, ultimi riti fu un successo di critica, anche se di certo non un successo commerciale. Ma anche le recensioni positive erano scandalizzate. Che razza di mostro era sceso in mezzo a noi? A volte si faceva fatica a distinguere le recensioni positive da quelle negative, perché sia le une che le altre elencavano con gusto tutte le oscenità e le perversioni barocche. Era difficile per me allora, e sarebbe ancora più difficile adesso, convincere i lettori che in realtà ero mosso da intenti morali. In particolare, i miei amorali narratori in prima persona agli occhi dei lettori si condannavano con le loro stesse parole. Io ritenevo più interessante che l’autore non intervenisse. Prima di scrivere le considerazioni che state leggendo, ho ripreso dai miei scaffali una copia di Primo amore, ultimi riti per leggere il racconto che dà il titolo al libro. Questa copia apparteneva ai miei genitori e c’è sopra una mia dedica, con data 24 aprile 1975 (loro erano fieri, e un pochino inorriditi). Sono quasi sicuro che non l’avevo più riletto dopo la correzione delle bozze, alla fine del 1974. Una volta superata l’irritazione per le virgole usate come punti fermi (un espediente che devo aver imparato da Beckett), mi sono trovato a riguardare l’intero arco della mia vita adulta, dai 22 anni di allora ai 67 di adesso. Mentre leggevo sentivo l’odore del fango del fiume portato dalle maree di quell’estate di primo amore e ultimi riti del 1971. I 45 anni passati da quando aveva scritto quel racconto si erano ridotti a nulla. È nella natura stessa della narrativa vivere sospesa in un presente perpetuo. Il passato che pensi di aver dimenticato è seduto sulla tua spalla, pronto a ricordarti che la vita è breve davvero ed è il caso di sfruttare al meglio quella che resta. © 2015

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