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30 ottobre 2015 5 30 /10 /ottobre /2015 15:54

Non è che il livello dei quotidiani monologhi, dibattiti e alterchi sullo stato di salute del nostro Paese sia proprio schizzato alle stelle da quando il vecchio imbonitore erotomane è stato sostituito sulla scena mediatica dal giovane imbonitore narcisista, tutt'altro: se mai sono diminuiti il volume e la qualità dell'opposizione, se si trascurano i cinque o sei pensatori pentastellati e gli sguaiati grugniti di leghisti (e) neofascisti, ai quali ormai tutti si sono assuefatti. Malafede e allergia alla logica (aristotelica o hegeliana poco importa) dominano i vari teatrini della politica, tra i quali, a mio modestissimo giudizio, si salva ormai il solo Ballarò. In ogni caso il leit motiv delle ultime canee televisive e giornalistiche (invece della marcia indietro sulle pensioni e della vergognosa legge di stabilità) è stata la sempreverde querelle su quale sia la vera (?) capitale d'Italia,riaccesa inopinatamente da uno che a rigore non dovrebbe interessarsi affatto della questione, Raffaele Cantone, in teoria garante anti-corruzione, ma sostanzialmente uno dei tanti yes-men di Renzi male camuffati. Ha detto Cantone, sul palcoscenico prestigioso dell'Expo ormai prossima se dio vuole a chiudere i battenti, che Milano è la "capitale morale" d'Italia, affermazione tanto originale quando acuta e profonda, supportando questa tesi (certo gradita agli industriali lombardi) con l'argomento che ormai Milano avrebbe trovato gli "anticorpi" alla corruzione (cioè lui?) mentre Roma invece no, non ancora (infatti Marino resiste a Orfini e Cantone nessuno se lo fila neppure di striscio). Sui potrebbe liquidare questa "cantonata" con un'alzata di spalle, non fosse che riprende l'antica tattica dello scaricabarile, rinverdita da Renzi proprio in occasione dell'affaire Marino.

E allora proviamo a declinare le vere cause del nostro malessere (che per il premier proprio non esiste, come Silvio negava la crisi in atto). Se l'Italia non sta benissimo, come sosteniamo noi gufi e tutti coloro che non sono stati beneficati dagli sporadici e casuali provvedimenti ad hoc di Renzi, la colpa non è di Roma piuttosto che di Milano, ma di un sistema politico complessivo che sopravvive sulla corruzione, l'evasione fiscale e il clientelismo. Presenti ovunque, come dimostrano gli scandali scoppiati a ripetizione nella Lombardia felix non meno che nel Lazio e nella Campania, da Tangentopoli in poi. Se Roma piange, non è colpa di Marino, ma della cricca corrotta in cui era coinvolto gran parte dello stato maggiore del Pidì e prima ancora della giunta Alemanno. La causa incausata dei nostri mali è la nostra tendenza a schierarci col vincitore di turno, col più forte, col più figo, con quello che fa la voce più grossa. Per ritrovarci tutti antifascisti il 25 aprile 1945, e poi (quasi) tutti democristiani, e poi (quasi tutti) berlusconiani, e ora (quasi tutti) renziani. Non è Marino che se ne deve andare (ma deve comunque andarsene) ma questa stramaladetta classe dirigente che si autoperpetua, e questa mentalità paurosa e pronta al compromesso così ben descritta da tutti i più grandi scrittori di politica, da Dante a Machiavelli a Tomasi di Lampedusa: il gattopardismo.

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