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18 marzo 2016 5 18 /03 /marzo /2016 23:29
Il declino del renzismo e le acrobazie di Repubblica

IL DECLINO DEL REGIME SCANDITO DALLA METAMORFOSI DI REPUBBLICA NEL MESE DI MARZO. I RISULTATI SONO KAFKIANI.

In meno di tre settimane il quotidiano più diffuso e venduto d'Italia, Repubblica, è passato dall'elogio sperticato di Renzi alla sua scomparsa dalla prima pagina e, credo abbastanza presto, dalla scena politica italiana. In questo post proverò a spiegarne le ragioni e per farlo analizzerò le prime pagine di alcuni numeri del quotidiano "fondato da Eugenio Scalfari". Partirò dal 2 marzo, quando ancora dei tecnici italiani spariti da mesi in Libia non trapela nessuna notizia, anche se il governo sta trattando nascostamente per il loro rilascio e proseguirò il tour passando per alcune date chiave: il 4 marzo, giorno successivo all'uccisione di Piano e Failla, dopo il rifiuto del governo di pagare il riscatto e il blitz fallimentare affidato alla milizia di Sabrata; l'8 marzo, giornata della donna, quando già stanno venendo a galla le responsabilità del governo nella gestione delle trattative ed è in corso la fusione tra l'editoriale L'Espresso e i giornali della Confindustria. Studieremo infine il turning point del 14 marzo per capire fino in fondo lo stravolgimento della linea politica del giornale che con un certo disagio ho comprato anche oggi in edicola, forse per l’ultima volta.

Il 2 marzo Repubblica, renziana al 120%, era tutto un peana alla politica del governo: senza virgolette, si annunciavano “70.000 posti in più” (rispetto a quando?) e un negretto triste e tatuato ricordava l’imperiosa necessità di salvare “i piccoli popoli che proteggono la Terra” (con la maiuscola naturalmente, un misto di pietismo ed ecologia). Si dava ampio spazio a Montalbano (la tv è un tema nazional-popolare tanto caro al pidì renziano da occuparla manu militari, ma gradito anche alla maggior parte degli italiani) e si sferravano attacchi in stile grillino agli onorevoli scrocconi e alle tangenti della Lega in Lombardia. Si nominava un morto italiano in Egitto, lo studioso e giornalista free lance Regemi, molto probabilmente torturato e ucciso dai servizi egiziani, anche se il giudizio di Repubblica sul governo di quel paese, legato a filo doppio da interessi economici al nostro, era sospeso: dopo tutto Regemi era un collaboratore del Manifesto, insomma un ennesimo “rompicoglioni”.

Solo due giorni dopo Repubblica, ancora renziana al 95%, mal si distingueva dal Giornale di Sallusti nel comunicare a caratteri cubitali la morte di due ostaggi italiani rapiti in Libia (degli altri due “la Farnesina” assicurava che erano vivi) e nell’annunciare che era già “pronto l’attacco con aerei e navi”. L’editoriale del veterano Bernardo Valli ci ritraeva nella “trappola del Califfo”, e poco spazio veniva lasciato alle consuete polemiche, come è giusto in tempi di guerre sante. Venivano poste sotto accusa le industrie farmaceutiche e le grandi opere incompiute: un probabile preludio ai relativi tagli in arrivo su pressione di Bruxelles, per cercare di tamponare l’emorragia del debito pubblico. Insomma, Repubblica era ancora un giornale embedded nel regime e spiccava il disperato tentativo di distrarre l’opinione pubblica dai fiaschi del regime puntando su un’offensiva militare la cui “guida” era “affidata alla divisione Acqui” (immagino qui lo spavento dell’Isis).

Passano altri 4 giorni e martedì 8 marzo invano si cercherebbe in prima pagina di Repubblica (ma lo stesso vale in realtà anche per Il Fatto) un qualsiasi cenno a un’iniziativa bellica italiana in Libia, già data per imminente, o sulla sorte dei tecnici rapiti. Non facevano più notizia, o perchè nessuno ne sapeva niente, o perché parlarne avrebbe voluto dire mettere un dito nella piaga del governo, ormai inguaiato fino al collo. Per colmare quel vuoto assordante, si riprendevano come se nulla fosse i temi del 2 marzo: difesa delle tesi governative in economia e un’altra enorme foto di un piccolo profugo (apologia d’ufficio della politica di asilo italiana, fiore all’occhiello di Renzi, ma in verità colossale panzana). C’era un nuovo attacco all’evasione fiscale e alle tangenti dei leghisti, pericolosi concorrenti del PD in Lombardia. Mancava l’editoriale, segno che latitava (o si voleva far credere che così fosse) una linea politica definita. Sul fronte televisivo, Luca Zingaretti aveva preso il posto di Montalbano. Insomma: l’8 marzo (giornata della donna, grande assente dalla prima pagina) Repubblica era ancora un giornale filo-governativo e nazional-popolare, più o meno al livello non certo eccelso dell’Unità.

Il canto del cigno di Renzi data 14 marzo, dopodiché, con modalità a me sconosciute, scoppia la rivolta, o golpe, che perdura fino al giorno in cui scrivo, venerdì 18 marzo 2016. Dopo il 14 marzo Confindustria decide evidentemente di mollare Matteo 1, che nel frattempo invano ha cercato di realizzare in Europa quel fronte comune delle sinistre al quale è del tutto allergico in casa sua. Di conseguenza Repubblica, da tempo subentrato al Corriere nel ruolo di portavoce in pectore dei “poteri forti”, cambia nuovamente linea, con esiti a dir poco clamorosi.

Il 14 marzo il piede di porco per far passare il messaggio politico è sempre una foto, sempre più grande, del solito negretto sofferente; l’ex-amica Merkel viene “presa a schiaffi dagli elettori” (Renzi prevede forse che presto toccherà anche a lui) a causa della “paura profughi” , che si sostituisce come leitmotiv a quello della solidarietà. Si moltiplicano le notizie allarmistiche sul terrorismo dando discreto spazio agli attentati in Turchia e Costa d’Avorio. Ma i tempi stanno cambiando anche in redazione: al posto dell’editoriale troviamo l’intervista a una maestra, anzi “la maestra migliore del mondo”, che insegna in un campo di profughi palestinesi. Anche il buon Bersani, prima dileggiato, trova di nuovo spazio in prima pagina, dividendo lo spazio con la Meloni: la Confindustria non ha ancora deciso con chi scherarsi, anzi sì, ma sa che i lettori di Repubblica sono tendenzialmente di sinistra, e pecunia non olet, vero compagno De Benedetti?

Il resto è un crescendo rossiniano ma per ragioni di tempo e di spazio mi fermerò allo screenshot di oggi, 18 marzo: il clima è di nuovo cambiato, l’opinione pubblica e l’industria bellica vogliono evidentemente un intervento italiano in Libia, o più probabilmente lo esigono gli Stati Uniti e la Nato, ma occorre predisporre l’opinione pubblica disorientata facendo leva sulle paure della gente. Riecco quindi il fantasma del terrorismo in primo piano: “Fermiamo il genocidio (?!) Is”, virgolettato perché sono parole di Kerry e non di Donald Trump, che peraltro vuole la stessa cosa ma con più brutale schiettezza. La frenata su Tripoli viene nel frattempo addebitata ai “generali” (quali?) indecisi, cresce lo spazio riservato all’opposizione di sinistra dentro e fuori il pidì. L’alleanza con Verdini (icui voti sono determinanti per la tenuta del governo, ma che è appena stato condannato in primo grado e due anni di carcere per corruzione) viene messa in discussione e si insiste sulla malasanità italiana (dato che bisognerà tagliare anche lì).Insomma Repubblica sta cercando in questi giorni di recuperare la perduta credibilità, ma non si tratterà di un’ennesima correzione di rotta suggerita dai nuovi padroni del vapore? Non perdetevi le prossime puntate, anche on-line se temete di investire male il vostro euro e mezzo.

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