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4 febbraio 2018 7 04 /02 /febbraio /2018 18:16
FULVIO
Fulvio, il mio nuovo compagno di stanza, aveva ottant'anni suonati, e la sua sola presenza ad Albese negava qualsiasi ipotesi che il mondo fosse giusto. In un'età in cui si gode del meritato riposo dopo una vita di lavoro, il professor Fulvio, docente di inglese in pensione, di origini napoletane ma trapiantato a Milano, era costretto alla scomoda vita di tutti noi. Si alzava alle sette (ma talvolta alle sei, e allora per non disturbarmi andava da qualche parte a fumare) e alle sette e mezzo si metteva in coda per la terapia, lasciando regolarmente il posto a tutte le donne del reparto e talvolta anche a qualche uomo impaziente. Faceva colazione e partecipava alle attività che erano state scelte per lui dalla nostra educatrice, Fiorella.
Nei momenti di pausa conversava volentieri, e allora veniva fuori la sua immensa cultura artistica, letteraria e musicale. Rievocava i primi viaggi in Inghilterra e le rappresentazioni teatrali alle quali aveva assistito. Indovinava facilmente le risposte ai miserabili quiz televisivi e anche al giochino che mio figlio aveva scaricato sul suo smartphone, "Chi vuol esser milionario".
Sembrava sempre sereno, ma trascorreva lunghi periodi a letto, fissando nel uoto. Quando gli chiesi perché una persona della sua cultura non ingannasse il tempo leggendo, mi rispose mestamente che non aveva più la concentrazione necessaria per farlo. Eppure nei test di attività cognitiva otteneva più o meno il mio punteggio, nonostante 15 anni di differenza!
Lo vennero a trovare due volte i suoi parenti, portandogli abiti puliti, e senza volerlo ascoltai brani della conversazione: "Se non te la senti, torna a casa e si riprova l'anno prossimo". Accompagnamdoli alla porta Fulvio aveva gli occhi lucidi.
Che cosa non funzionasse in lui non riuscii mai a comprenderlo fino in fondo.Aveva il permesso di uscire liberamente e ne usufruiva come me, quindi non poteva trattarsi di un aspirante suicida. Ricordo solo un episodio, che però non chiarisce, ma anzi rende ancora più misteriosa la sua condizione. Un pomeriggio venne Micol in camera nostra e mi esortò a uscire perché doveva aprire la finestra. Le risposi che non avevo freddo, così la mia infermierina preferita aprì i vetri e si portò via Fulvio.Mezz'ora dopo non era ancora ritornato, perciò, data l'aria frizzante dei meno due o meno tre gradi, richiusi la finestra e andai in cerca di Micol. La trovai da sola in infermeria e le chiesi il perché di quella scenetta. Mi sussurrò: "Non dovrei dirtelo, ma so che tu non parlerai...è per via del controllo."
Feci cenno di aver capito per non fare la figura dello stupido e me ne andai, ma la figura di Fulvio rimane per me avvolta in un dolce mistero.
Fulvio

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