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6 febbraio 2018 2 06 /02 /febbraio /2018 08:18
GIULIA 1 E GIULIA 2.
Ne parlo insieme perché, oltre al nome, queste due ragazze condividevano alcune caratteristiche psicologiche, tra le quali un alone di mistero che contribuiva al loro fascino ("nomina sunt omina", i nomi sono dei presagi). Giulia 1 era una bella donna sulla trentina, di cui feci la conoscenza appena arrivato nel reparto psichiatrico del Fatebenefratelli. Entrò con decisione nella grande e nuda stanza dove io mi trovavo, seduto sul letto e frastornato, mentre Giulio stava riponendo i miei abiti nell'armadietto, e chiese se avevamo visto la sua borsa, una domanda che nei giorni seguenti rivolse un po' a tutti. Al nostro diniego pretese di ispezionare il mio e tutti gli altri armadietti, dopodiché, per nulla contenta dell'esito negativo, se ne andò com'era venuta.
La rividi più tardi in corridoio (la main street del reparto!) mi rivolse la parola in tedesco, e seguitò ad alternare le due lingue per un bel po' di tempo, senza ragione apparente. Un pezzo alla volta appresi la sua storia. Era sicuramente un'intellettuale, si occupava della redazione di una rivista e anche di politica e di arte, in un'area ideologica vicina al partito democratico. Era sposata (ma probabilmente separata) e aveva due figli. Per qualche ragione che non mi era chiara, era stata ricoverata in trattamento sanitario obbligatorio e nel trambusto aveva perso la borsa e il telefono. Era assillata dal bisogno di comunicare con i figli e con le amiche, e parlava come se uscire di lì fosse qualcosa che dipendeva solo da lei.
Aiutava con impegno ed empatia le persone che stavano male (e al Fatebenefratelli c'era solo l'imbarazzo della scelta) e aveva la tendenza (molto comune nel reparto) a "cannibalizzare" e sedurre col suo fascino i visitatori al fine di chiedere in prestito il loro telefono per una mezz'oretta. Me la ritrovai ad Albese, evidentemente mandata anche lei a questa vacanza forzata per ritrovare il suo equilibrio. Aveva dimenticato quasi del tutto il periodo passato in psichiatria, ma anche qui scalpitava per la voglia di andarsene e alla fine ci riuscì, interrompendo di sua iniziativa il soggiorno poco dopo aver ottenuto la "green card" che le permetteva di andare e venire "in autonomia". In conformità al regolamento, pertanto, non le sarà più consentito di tornare a Villa san Benedetto, ma dubito che la cosa le dispiaccia perché, da gran signora un radical chic qual era, quell'ambiente provinciale le stava un po' stretto.
 
Giulia 2 era una bella ragazza sui vent'anni dai capelli castani e si trovava già a Villa San Benedetto quando vi arrivai. Era molto cortese, "collaborativa" con lo staff della clinica (la ricordo intenta ad allestire il presepio su indicazione della sua educatrice, e si accompagnava spesso a Beniamino nelle quotidiane passeggiate nell'ampio parco che circondava la villa. Li invidiavo molto quando partivano per i loro giri mentre io non avevo ancora ottenuto il famoso "bollino verde", e mi chiedevo cos'avesse che non andava quella ragazza intelligente e di buone maniere, per nulla rallentata dai farmaci che senz'altro stava assumendo come tutti noi. Più tardi ebbi modo di apprezzarla ancor più perché ci trovammo nello stesso gruppo di attività cognitiva, quello avanzato, pomposamente denominato "cognitiva plus", e fui colpito dal rigore logico e dalla rapidità con cui risolveva problemi complessi. Verso la fine del suo soggiorno si aprì un po' con me e mi raccontò che soffriva anche lei di DOC (disturbo ossessivo-compulsivo) che le aveva impedito di proseguire gli studi e le aveva fatto perdere il lavoro. Non me ne sarei mai accorto, grazie all'autocontrollo con cui Giulia 2 nascondeva le sue emozioni profonde dietro un sorriso di cortesia, ma sono certo che potrà presto riprendere il suo cammino nel mondo.
Giulia 1 e Giulia 2

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