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8 febbraio 2018 4 08 /02 /febbraio /2018 11:30

I PASTI AD ALBESE
Dire che i pasti ad Albese erano pessimi è un eufemismo bell'e buono: in realtà erano francamente immangiabili, anche se io facevo un punto d'onore nel non lasciare nulla nel piatto. Il rituale del pranzo e della cena mi pareva una metafora delle grandi occasioni della vita: precedute da un'attesa spasmodica, effimere e insipide, seguite da un amaro senso di disillusione.
Alle 12 in punto una campanella annunciava che il pranzo era pronto e i pazienti (quelli svegli) si affrettavano a lasciare le camere e a riversarsi in "sala da pranzo" dove sedevano, in gruppi di quattro, al tavolo loro assegnato.
Dopo un tentativo, spesso abortito, di far recitare ai degenti una preghiera di ringraziamento, due membri dello staff, di solito un'infermiera e un inserviente, servivano ai tavoli il pranzo, che consisteva sempre in un primo, un secondo e un "dessert". L'unica bevanda disponibile era l'acqua corrente, che un recente decreto del sindaco di Albese con Cassano aveva dichiarato nuovamente bevibile dopo un periodo di sospensione. Il primo consisteva in due mezze porzioni (scarse) di due piatti diversi, per esempio risotto col radicchio e farro con l'olio. Il formaggio grattugiato era disponibile a giorni alterni e solo dopo ripetute richieste (ah, quanto ho rimpianto le provvidenziali bustine del Fatebenefratelli, anche se mi sono costate un incisivo!). 
Il secondo piartto rappresentava una grande incognita, nella quale l'unico elemento prevedibile era (nel migliore dei casi) l'assenza di qualsiasi sapore: che si trattasse di carne stracotta o di pesce sotto mentite spoglie o di verdura con contorno di verdura, tutto "sapeva di niente". Per carità cristiana tralascio i commenti sulle "lasagne vegetariane", sulla cassoeula e sulla trippa, che di solito finivano nel contenitore dell'umido. Il dessert poteva consistere in una banana o in un caco o in un set di due o tre mandarini. Talvolta invece ci toccava uno yogurt o un budino o addirittura un gelato. Il tutto durava da quindici minuti a mezz'ora, dopodiché era cura di ciascuna tavolata ripiegare in modo rituale e riporre le due tovaglie (una verde, l'altra gialla) che ricoprivano il tavolo; di solito l'onere toccava al commensale più lento.Io riuscii a sfuggire alla corvée per l'intero periodo del mio ricovero.
Un'alimentazione così scadente produceva l'effetto di far dimagrire rapidamente gli ammalati più schizzinosi. Io invece acquistai, o meglio recuperai,parecchi chili, grazie alle integrazioni con provviste acquistate faticosamente al supermercato ("Giulio, cosa mi consigli di prendere?") e riposte nel mio armadietto. In complesso, comunque la spartana educazione ricevuta soprattutto da mio padre ("Devi mangiare tutto se non vai a giocare ai giardinetti) mi aiutò molto a superare la "prova del cuoco".

I pasti ad Albese

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