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9 febbraio 2018 5 09 /02 /febbraio /2018 10:21
I SEGNALI
"Tu vuo' ch'io rinovelli/ disperato dolor che 'l cor mi preme/ già pur pensando, pria ch'io ne favelli".(Dante, Inferno).
Mi è stato suggerito di rievocare i sintomi della mia depressione, adesso che ne sono completamente fuori, mentre i ricordi sono ancora freschi. Questo col duplice scopo di riconoscerli la prossima volta che dovessi soffrirne e di aiutare gli altri a individuarli in se stessi qualora soffrano del mio stesso male. Sinceramente penso che il primo obiettivo sia irraggiungibile: la depressione maggiore è assimilabile a una psicosi che deforma la visione della vita e non si presta facilmente a una razionalizzazione, per cui o sei Jeckill o sei Mr.Hyde. Il secondo scopo è invece più realistico, perciò mi presterò a questa reminiscenza anche se, come la citazione iniziale fa capire, non ne sono particolarmente felice e non credo che riuscirò ad attenuarne l'impatto con l'ironia.
 
1) Il sonno
L'insonnia e l'ipersonnia (dormire troppo) sono caratteristiche della depressione. Io ho sperimentato entrambe. Sono dipendente dai sonniferi fin dall'età di venti anni, ma periodicamente, approfittando del periodo estivo, ero sempre riuscito a disintossicarmi da solo, diminuendo gradualmente le gocce di Minias fino a farne a meno. Questa volta però neppure quaranta o sessanta gocce riuscivano a farmi dormire più di due ore di seguito. Ciò significava affrontare giornate difficili senza il conforto di una notte di sonno tranquillo; inoltre l'insonnia si auto-alimentava perché la paura di non riuscire a dormire mi teneva sveglio, in attesa snervante dell'oblio che non arrivava. Precedentemente, tuttavia, avevo dormito durante il giorno, passando gran parte del tempo a letto per "recuperare" le notti passate in bianco, ma mi sentivo assurdamente in colpa per questi "sonnellini".
La mia insonnia era solitamente ancora più grave se dormivo in un letto non mio o in compagnia di un'altra persona, esclusi mia moglie e mio figlio. Perciò il ricovero in ospedale mi spaventava, perché non sapevo con chi avrei condiviso la camera. Paradossalmente, invece, la degenza al Fatebenefratelli mi aiutò a ritrovare il sonno perduto: la psichiatra che mi aveva in cura eliminò il Minias e lo sostituì con un altro ipnotico, il Trittico. L'effetto fu prodigioso: non solo riuscivo a dormire anche sei o sette ore di fila, ma avevo ripreso a sognare, e i sogni erano piacevoli anziché angosciosi. L'unica cosa strana, all'inizio, era che andavo a letto sveglissimo e mi addormentavo di colpo; invece ora che sono tornato a Milano e ho ripreso le mie attività casco dal sonno verso le undici di sera e non c'è verso di tenermi sveglio.
 
2) L'appetito e il gusto del cibo e delle bevande.
La depressione mi tolse completamente l'appetito e mi chiuse lo stomaco. Facevo fatica a mandar giù cento grammi di pasta e un'insalata. Non riuscivo a finire una pizza. Peggio ancora se il pasto me lo dovevo cucinare io: compravo cibi che non riuscivo poi a mangiare e pane, frutta e verdura si accumulavano nel frigorifero. Anche i dolci e le bevande di cui ero goloso persero il loro appeal e il loro sapore. Mangiavo non quando avevo appetito ma ad ore fisse, concludendo il pasto il più rapidamente possibile per poi occuparmi subito di lavare i piatti. All'ospedale ritrovai quasi subito la voglia di mangiare, soprattutto dopo il digiuno sopportato il giorno del ricovero e ripetuto il giorno prima della colonscopia. Se al Fatebenefratelli mangiavo relativamente bene (fu preparata per me una dieta senza fibre a causa della colite), ad Albese la pessima qualità del cibo mi obbligò, come in colonia da piccolo, a farmi delle riserve personali. Ora ho recuperato tutto il mio peso, mangio parecchio e sono di nuovo goloso.
 
3) La memoria.
La perdita della memoria fu il sintomo depressivo che mi spaventò di più all'inizio dell'estate. Non ricordavo le sequenze di tecniche che dovevo eseguire a karate, ma neppure il numero di telefono della mia ex-moglie, il Pin del bancomat e la combinazione per aprire il portone di casa. Non solo io ma anche il mio cardiologo formulammo l'ipotesi che questa smemoratezza fosse il sintomo di una malattia organica del cervello, ma molto più tardi una TAC smentì questa funesta ipotesi e nei test cognitivi ad Albese raggiunsi degli score molto alti per un paziente psichiastrico ultra-sessantenne. Erano l'ansia e la depressione a farmi dimenticare le cose, adesso che l'una e l'altra sono state messe a tacere non ho più paura di dimenticare e di conseguenza ricordo tutto. Di che cosa stavamo parlando?
 
4) L'indecisione.
Nel periodo più nero della depressione ogni scelta, anche la più banale, era un tormento che richiedeva lunghi minuti (a volte ore) e la decisione finale mi lasciava insoddisfatto. Era incerto su cosa comprare, cosa guardare in tivù, cosa fare nel pomeriggio, se chiamare o no mio figlio. Questo sintomo depressivo è stato l'ultimo ad andarsene e sia pure in forma molto mite, ogni tanto mi rallenta un pochino. Ma le mie giornate sono piene di attività, il che vuol dire, se non erro, che ho superato l'inerzia che mi frenava.
 
5) Egocentrismo e inaffettività.
Il depresso è concentrato su se stesso, la propria sofferenza e i propri sintomi. Se ne frega allegramente dei problemi altrui e spesso, con orrore, si rende conto di non provare veri sentimenti neppure nei confronti delle persone che gli sono più vicine. Devo ammettere di essermi trovato in questa condizione e di esserne uscito durante il mio soggiorno in ospedale, quando ho provato compassione ed empatia per i malati che soffrivano chiaramente più di me. Tornato a casa ho chiesto e ottenuto di dare gratuitamente lezioni di latino nel doposcuola popolare di un liceo milanese. Inoltre, dopo aver sfruttato mio figlio fino all'osso, sono riuscito a manifestargli tutta la mia gratitudine.
 
6) I rapporti sociali.
Al culmine della depressione non uscivo più di casa se non per andare dal giornalaio, non rispondevo alle telefonate, evitavo di vedere tutti tranne mio figlio perché la loro compagnia non mi aiutava né mi distraeva. In ospedale fui costretto ad avere rapporti di buon vicinato con molta gente sconosciuta (medici, infermieri, ma soprattutto altri pazienti). Mi accorsi che provavo piacere nel conversare o giocare a scacchi con alcuni di loro. Tornato alla normalità ho mantenuto i contatti con alcune persone conosciute ad Albese e ho riallacciato rapporti con altri vecchi amici che avevo trascurato. Anche Facebook e in generale Internet mi aiutano negli scambi di idee ed emozioni con altre persone.
 
7) Il senso della vita.
la depressione ti induce a pensare che la tua vita sia inutile, oltre che dolorosa e suscita in certe persone l'impulso al suicidio. Io ammetto di aver spesso pensato nel corso dell'ultimo anno che addormentarmi senza più risvegliarmi sarebbe stata una soluzione indolore alla mia sofferenza esistenziale. In ospedale ho conosciuto persone che il suicidio l'avevano tentato per davvero, ma tutte erano pentite e ammettevano di aver fatto una cazzata. Adesso sono sempre dell'idea che un malato terminale abbia il diritto di trovare qualcuno che lo aiuti a porre fine alla sua agonia, ma mi rendo conto di NON essere un malato terminale. Quando le medicine hanno fatto il loro effetto, non mi è servito molto per restituire un senso alla mia vita: tornare all'insegnamento, sia pure gratuito, delle discipline che amo ai giovani (i miei interlocutori preferiti), riprendere gli allenamenti e l'insegnamento in palestra; mantenere e rinsaldare i rapporti con Giulio e con i miei amici vecchi e nuovi; scrivere e possibilmente pubblicare, a beneficio degli altri, la storia di questa avventura a lieto fine.
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