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20 febbraio 2018 2 20 /02 /febbraio /2018 09:06
IL "PRONTO SOCCORSO"
"Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l'intrata; giudica e manda secondo ch'avvinghia. Dico che quando l'anima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa; e quel conoscitor de le peccata, vede qual loco d'inferno è da essa"
 
Il pronto soccorso di un ospedale di una grande città è, e non potrebbe forse essere diversamente, la negazione stessa del proprio nome. A meno di non arrivarci in un momento straordinariamente tranquillo, difficilmente prevedibile da chi sta male, il soccorso vi è tutto meno che pronto. Auguro anzi a chi mi legge, se fosse costretto a presentarsi all'astanteria di Niguarda o del Gemelli, di essere come me costretto a lunghe attese: in caso contrario significherebbe che si trova in arresto cardiaco, o più sanguinante di un agnello pasquale.
Un altro nome ingannevole è quello di "triage": evoca al paziente bisognoso di cure tempestive la nozione confortante di "maternage" (le coccole della mamma) o quello eccitante di "ménage à trois". Invece significa "smistamento", e il ruolo di Minosse in questo antinferno è affidato a un infermiere, non a un medico.
Gli potete arrivare davanti camminando con la vostre gambe, solo o accompagnato da un parente, oppure in lettiga scortato da due volontari della Croce Rossa, ma il nostro Minosse di turno non si farà ingannare, né tanto meno impressionare dalle apparenze. Ne ha viste di peggio. Dovrete alzarvi, andare allo sportello e porgergli un documento e la tessera sanitaria. La procedura di registrazione sarà interrotta mille volte da arrivi di ambulanze, telefonate, ritorni di candidati respinti o altro. L'infermiere non perderà il suo "aplomb". Con aria di degnazione vi farà infine entrare nella sua gelida guardiola, vi prenderà i parametri vitali constatando che non avete la febbre e che i battiti cardiaci e la pressione sono nella norma. Tutto ai suoi occhi conferma che gli state solo facendo perdere tempo. Gli ripeterete che avete una colite emorragica e che vi sentite svenire. Tirerà un sospiro, vi allaccerà un braccialetto al polso e vi inviterà ad accomodarvi in sala di attesa. Siete, inesorabilmente, un "codice verde", bisognoso cioè di cure "urgenti ma differibili" (un altro ossimoro).
Il vostro destino è già deciso: passerete la giornata (o la nottata, in pochi casi l'una e l'altra) al pronto soccorso, sorpassato da pedoni investiti sulle strisce (che guarderete passare con una certa invidia) vecchietti intubati, tossicodipendenti in crisi di astinenza, ladroni extracomunitari ammanettati e scortati da gentilissimi carabinieri o poliziotti.
Infine, prima o poi, ma più poi che prima, arriverà il vostro turno. saluterete con un cenno della mano il trepidante figliolo ed entrerete in una stanza dove sarete visitato dal medico di turno. Costui (o costei), a sua volta interrotto mille volte da telefonate, richieste di consulti e amici che progettano una serata divertente, vi misurerà nuovamente i parametri vitali mentre voi vi affannate a spiegargli/le che il problema è un altro. Con un sospiro rassegnato, si infilerà i guanti chirurgici e procederà ad un'ispezione in loco, constatando che non avete nessuna emorragia in atto. si toglierà i guanti e si siederà al computer, intento/a a redigere la vostra lettera di dimissioni. A questo punto c'è poco che possiate fare: fingere uno svenimento da sdraiato sarebbe poco credibile.
Tentate un'ultima carta dicendo che nei giorni passati avete perso molto sangue, che in casa siete svenuto e che se vi fa uscire in quelle condizioni le responsabilità saranno sue. La doppia carta della compassione e del ricatto, soprattutto con le dottoresse, può fare un certo effetto. Il massimo che potete attenere (a me è accaduto solo al terzo tentato ricovero, al fatebenefratelli) è che il medico decida di farvi un prelievo. Altrimenti sarete degradati a codice bianco, candidati all'espulsione immediata, e se avete meno di 65 anni dovrete anche pagare il prezzo della vostra intrusione al "pronto" soccorso. Nel caso del prelievo, è garantito che passerete almeno altre due ore ad aspettare gli esiti dei vari esami e la loro "valutazione" da parte del medico, che nel frattempo potrebbe anche essere cambiato, dato che i turni dei dottori sono molto più brevi di quelli dei malati.
Nel mio caso, arrivato di prima mattina, dopo una giornata di digiuno e due o tre visite in bagno, venni "rivalutato" a metà pomeriggio e la fortuna sfacciata che mi arrise volle che due o tre parametri fossero fuori norma, in particolare il potassio. Così mi venne fatta subito una flebo e la dottoressa di turno inizialmente mi propose di passare la notte in osservazione.
Mentre già mi prefiguravo una nottataccia in sala di aspetto (come già dieci anni prima in occasione della rottura di una quarantina di costole) la dolcissima luminare, regina del pronto soccorso, prese una decisione più drastica e disse. "La faccio ricoverare. Se una persona si presenta tre volte al pronto soccorso è chiaro che vuole comunicare un suo bisogno".
Abbagliato da tanto acume, la ringraziai sentitamente. Le porte del reparto di medicina si apersero magicamente per me.
Il pronto soccorso

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