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4 febbraio 2018 7 04 /02 /febbraio /2018 13:57

IL RITORNO SULLA TERRA.
Erano passate tre settimane dal mio ricovero ad Albese e a quanto pareva stavo migliorando. Furono mio figlio e gli altri ricoverati a farmelo notare, mentre a me sembrava di stare sempre nello stesso modo. In realtà chiacchieravo di più e avevo un appetito formidabile che cercavo di soddisfare con frequenti visite alla pasticceria e al Carrefour, quando Giulio veniva a trovarmi. Dormivo bene e cercavo di primeggiare nelle attività che mi venivano proposte. A tavola facevo sbellicare dalle risate i miei vicini con battute sarcastiche sulla qualità del cibo.
Mi imponevo ogni giorno passeggiate nel giardino o sulla via provinciale, anche se faticavo parecchio e rientravo spossato.
Il mio problema principale restava quello di gestire le mie serate. Presi coraggio e mi impadronii del telecomando, cercando di indurre gli altri ricoverati alla visione di programmi che non fossero i soliti telequiz o Striscia la notizia. La mia alleanza strategica con Arianna mi permise di spuntarla parecchie volte e sotto Natale vedemmo delle pellicole francesi molto interessanti.
Il ponte di San Silvestro mi esasperò parecchio: ancora tre giorni senza niente da fare, ed era la terza volta in un mese che succedeva! Ormai non avevo più sonno durante la giornata e morivo dalla noia. Scovai quattro volumi della Selezione del Reader's Digest abbandonati sul mobile del televisore, che mi servirono per passare le giornate e le serate quando non c'era nulla da fare: per fortuna, avevo ripreso la concentrazione necessaria per leggere con gusto e constatai che i redattori dell'antologia avevano, tutto sommato, fatto delle scelte condivisibili. Mi colpì in particolare la storia di un'insegnante americana che aveva lavorato iun una scuola per bambini difficili, a tal punto che decisi, una volta ritornato a Milano, di offrirmi come volontario per il doposcuola.
Il 2 gennaio, dopo mie ripetute richieste, un'educatrice mi informò che sarei stato dimesso il giorno 5. Emozionatissimo, comunicai la notizia a mio figlio che mi confermò che sarebbe stato puntualmente presente alle ore 10, quando avrei dovuto lasciare liberi letto e armadietto.
Alla vigilia ero piuttosto agitato e nonostante il sonnifero e le rassicurazioni di Micol, dormii meno bene del solito. Alla mattina del 5 però mi sentii invadere da un'ondata di risolutezza e di calma. Svuotai l'armadietto, divisi la biancheria sporca (il 90%) da quella pulita, riempii il borsone, salutai i compagni di "colonia" e attesi l'arrivo di Giulio. Con una buona ora di ritardo mi fu consegnata la lettera di dimissioni, che attestava il progresso compiuto dal punto di vista dello psichiatra, della psicoterapeuta, degli educatori e degli infermieri (mancava solo quello del portiere).
Mi fu staccato il magico braccialetto e consegnata la porzione di droghe richiesta per la giornata. Niente ricette rosse e niente prenotazione della visita al CPS: ormai dovevo cavarmela con le mie sole forze. Trascinai il pesante borsone verso la mia macchina parcheggiata nel posto riservato ai dipendenti (ormai mi consideravo quasi uno di loro) e via verso Milano.
Da quel giorno è passato un mese e i miei progressi sono stati più rapidi di ogni mia e altrui previsione. Ho ripreso le mie consuete attività con maggior motivazione, non mi spaventa la routine quotidiana ed ho ripreso a insegnare il karate ed anche ad allenarmi. Insegno latino e tedesco in un liceo con l'associazione "Non uno di meno". Ho raccolto queste impressioni con l'intenzione di farne un libro. Sono consapevole che non si tratta probabilmente di una guarigione definitiva ma solo di una remissione della mia sindrome depressiva. Se mi accadesse di nuovo, non cercherò di curarmi da solo ma telefonerò alla dottoressa Bellini. Non considero quanto mi è accaduto come una sventura, ma come un'occasione di sperimentare un'altra realtà e un'altra umanità.

Il ritorno sulla terra

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