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1 febbraio 2018 4 01 /02 /febbraio /2018 13:28
LA MIA DISCESA AGLI INFERI (3)
Uma settimana dopo l'allenamento, il 12 settembre 2017, non solo non avevo recuperato le forze ma si era riacutizzato un antico dolore all'inguine. Mi trascinai da un vecchio compagno di liceo, Giorgio Sala, ora primario di cardiologia alla clinica La Madonnina. Non ci andavo di frequente perché, oltre alla mia allergia per gli studi medici, pesava il fatto che Giorgio non mi faceva mai pagare le sue visite.
Nel momento del bisogno,comunque, mi rivolgevo sempre a lui, che era stato anche testimone della morte di mio padre, nel lontano 1972. Gli chiesi di individuare le ragioni del mio calo ponderale e dei dolori addominali. C'era forse dietro un "brutto male"? Giorgio mi visitò col consueto scrupolo e arrivò alle seguenti conclusioni: 1) Nonostante la terapia (che in realtà avevo sospeso da qualche giorno) ero sempre lievemente iperteso. 2) Soffrivo di una sindrome ansioso depressiva. 3) Denunciavo un significativo deficit della memoria. 4) Soffrivo di inappetenza ed avevo nel corso dell'estate perso tredici chili. 5) Ero afflitto da un'insonnia scarsamente trattabile a vari farmaci (ero arrivato a prendere 40 gocce di minias per un riposo di due ore!).
Per quel che riguardava l'aspetto prettamente fisico, Giorgio osservò che i "quadranti addominali di destra" erano "marcatamente dolenti" e individuò una voluminosa ernia inguinale destra non riducibile. Mi suggerì esami di laboratorio generale e un'ecografia dell'addome per una successiva valutazione chirurgica dell'ernia inguinale. Propose anche una mia valutazione neuropsicologica con test cognitivi, per accertare se i miei vuoti di memoria erano dovuti alla depressione o erano i primi sintomi di una malattia degenerativa.
La settimana successiva fu occupata dalla ricerca della sede dove fare l'ecografia senza attendere dei mesi. L'Istituto auxologico si rese disponibile il 22 settembre per l'esame e il 13 ottobre mi convocò per l'operazione, che fu eseguita in regime di day hospital. Il decorso post-operatorio fu complicato da difficoltà nell'urinare (poi risolte nel giro di 24 ore) e da un malessere generale che mi obbligò a mettermi a letto, assistito unicamente da mio figlio. Nei giorni successivi dovetti constatare che i progressi erano lentissimi e anche dopo la rimozione dei punti non stavo affatto bene.
Fui colpito da una violentissima colite che obbligava me a passare in bagno gran parte del tempo e mio figlio ad assistermi a tempo pieno. A un certo punto comparve del sangue. Convinto di trovarmi in pericolo di vita (ero lontano dal poter valutare obiettivamente e con competenza i miei sintomi) per due volte mi recai al Pronto soccorso del Policlinico per farmi ricoverare, e per due volte fui respinto in codice bianco.
La terza volta che ebbi un'emorragia chiamai mio figlio nel cuore della notte e lui, un po' a caso, mi portò al Pronto soccorso del Fatebenefratelli, dove rimanemmo dalle 7 del mattino alle 17 del pomeriggio di domenica 11 novembre, quando una dottoressa di buon cuore ordinò il mio ricovero in gastroenterologia. "Una persona che si presenta tre volte al Pronto soccorso lancia un grido di aiuto che non può essere ignorato", fu la sua apodittica sentenza.Le strinsi la mano con calore, e lo stesso fece il povero Giulio.
Non altrettanto comprensiva si rivelò la sua collega responsabile del reparto quando mi vide comparire in carrozzella, con una borsa che conteneva pochi effetti personali. Volle sapere da me quali fossero i miei disturbi e che medicinali assumevo. Quando seppe che ero depresso iniziò a mettere in discussione i miei sintomi fisici. Comunque, per prudenza, fece mettere le sponde al mio lettino corto e stretto, e mi disse di non alzarmi per nessun motivo al mondo.
Dato che la colite non accennava a darmi tregua, fui costretto a indossare il grembiule e il famigerato pannolone, e mi fu detto di chiamare gli infermieri qualora avessi avuto bisogno di cambiarlo. Quelli,o lettore, furono i giorni più umilianti della mia vita e non mi piace ricordarli: ma senza il ricovero a medicina non sarei probabilmente mai stato trasferito in psichiatria e sarei stato ancora una volta rimandato a casa, con esiti disastrosi.
La mia discesa agli Inferi (3)
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