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2 febbraio 2018 5 02 /02 /febbraio /2018 13:19
LA MIA DISCESA AGLI INFERI (4)
I rapporti con la dottoressa erano pessimi, mi trattava da ipocondriaco e/o simulatore. Per sbarazzarsi rapidamente di me mi mise subito in lista per la colonscopia. La preparazione per questo esame comporta il digiuno e la somministrazione di litri e litri di un terribile beverone, che dovrebbe facilitare la pulizia e l'ispezione della zona interessata. Si tratta di una procedura già poco piacevole se chi vi si sottopone ha la libertà di muoversi, immaginarsi per chi come me era costretto a letto.
Furono 24 ore molto penose per il sottoscritto, il suo comprensivo compagno di camera e l'infermiera, chiamata in mio soccorso cinque volte nel corso della stessa serata.
L'esame in sè fu molto fastidioso e discretamente doloroso, nonostante l'anestetico che mi era stato iniettato e il calmante chemi era stato somministrato per os. L'operatrice mi anticipò che non vedeva niente di allarmante nella mia pancia, ma ad ogni buon conto aveva prelevato dei tessuti per l'esame istologico. Tornai in reparto massacrato ma, a parte una lieve febbriciattola, non soffrii altri effetti collaterali. Un paio di giorni dopo, come avevo previsto, Miss Simpatia mi annunciò che, dato che la mia colite era guarita (?!) e il mio colon non aveva proprio niente, mi avrebbe dimesso in capo a pochi giorni. Alle mie tremule obiezioni oppose la testimonianza degli infermieri: le mie visite al bagno si erano indiscutibilmente diradate. Trattenendo la rabbia feci presente che ero tuttora "allettato" e distrutto dalla colonscopia. Per tutta risposta lei rimosse una sponda del mio letto e mi disse l'equivalente di "Alzati e cammina!"
Mi alzai e camminai. Mi sedetti a mangiare al tavolo. Mi recai al bagno ma invano: la mia colite, offesa per l'incredulità del medico, era entrata in sciopero. La prospettiva di tornare a casa in quelle condizioni psico-fisiche precarie mi terrorizzava: nelle ultime settimane mio figlio aveva passato gran parte del tempo assistendomi, cosa sarebbe successo adesso? In preda allo scoraggiamento, mandai a Giulio via telefono un messaggio drammatico, del quale ora mi pento, ma che cambiò la mia sorte. Mio figlio mostrò il mio messaggio alla dottoressa, che decise di farmi visitare da uno psichiatra del secondo piano.
Venne, il giovane dottore, mi si presentò e coram populo iniziò a farmi domande dettagliate sulla mia patologia psichiatrica e sulle sue manifestazioni più eclatanti.La mia reazione fu irritata: lui non era il mio medico curante, dissi, e inoltre non intendevo raccontare i fatti miei davanti a tutti,pazienti e visitatori. Lui sorrise malinconico e si ritirò, ma la mia sfuriata rafforzò la convinzione che io avessi qualche rotella (e non qualche budella) fuori posto. Il giorno dopo l'ineffabile dottoressa tornò all'assalto con un aut-aut: o accettavo di trasferirmi volontariamente al secondo piano nel reparto psichiatrico, oppure mi avrebbe dimesso. Se i miei familiari lo ritenevano opportuno, lei o chi per lei avrebbe ordinato per me un TSO.
Io non volevo essere rinchiuso tra i matti, ma che potevo fare? Persino mio figlio mi disse che un breve ricovero per aggiustare la mia terapia era indispensabile. A lenire ulteriormente le mie preoccupazioni intervenne il colloquio con la "boss" di psichiatria, la dottoressa Laura Bellini, che con tutt'altro garbo rispetto al suo collaboratore, mi assicurò che il suo reparto tutto sommato non era niente male (bugia clamorosa!) e che avrebbe affrontato la mia depressione trovando il modo di restituirmi la sanità mentale (non disse proprio così, ma il succo era quello e mantenne la parola).
In capo a due giorni venni collocato nuovamente sulla carrozzina con camice e pannolone e, nel tripudio generale di medici e infermieri del reparto, fui trasportato al secondo piano e mi trovai davanti alle porte del moderno Inferno, l'SPDC (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura) dell'ospedale Fatebenefratelli.
La mia discesa agli Inferi (4)
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