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2 febbraio 2018 5 02 /02 /febbraio /2018 22:41
TOCCATO IL FONDO NON SI PUO' CHE RISALIRE.
La mia degenza nel reparto psichiatrico del Fatebenefratelli durò dieci durissimi giorni. L'impatto iniziale fu devastante. Ecco cosa scrivevo il giorno dell'arrivo, il 24 novembre:
"In questo reparto militarizzato ti tolgono ogni oggetto potenzialmente pericoloso, tipo la cintura o la foto della tua famiglia con la cornicetta di metallo. Tutti dormono tutto il tempo e tu annaspi nel buio della tua camera cercando un oggetto che ti serve. Un degente vomita e il suo vomito resta per terra un'ora buona prima che un altro ammalato pulisca. Ti danno 10 pillole per volta e controllano che tu le prenda..."
Si aggiunga che il "bagno" violava le più elementari norme della privacy e dell'igiene, ed era esclusa, salvo casi eccezionali, la possibilità di consumare i pasti a letto. Non c'erano campanelli per chiamare gli infermieri e in ogni caso era improbabile che accorressero per cambiarti il pannolone quando dovevano fronteggiare casi ben più seri, come quello di un'ammalata che nonostante i severi controlli era riuscita a tagliarsi le vene o di un esagitato che urlava e bestemmiava esigendo una sigaretta.
Paradossalmente la situazione del reparto mi fece capire che dovevo arrangiarmi. Smisi il pannolone e indossai il pigiama. Ogni volta che andavo in bagno portavo con me il kit dei miei parafernalia, cioé:1) carta igienica (era contingentata e in bagno mancava); 2) salviettine umidificate; 3) spugnetta; 4) bagno schiuma; 5) pomata "nonsisamai". Solo più tardi capii che mi stavo complicando la vita da solo e semplificai il "cerimoniale".
Il problema serio era la compagnia, soprattutto i vicini di letto. Se all'arrivo mi ero reputato fortunato perché le tre persone nella mia stanza si limitavano a russare fragorosamente impedendomi di chiudere occhio (ma tanto non dormivo da mesi), due giorni dopo annotavo allarmato sulla mia pagina Facebook:
"Stanotte "dormirò " nella stanza con un pazzo furioso e uno squilibrato che mi segue spegnendo le luci che accendo e incolpandomi della rottura del suo orologio . Psichiatria è senz'altro il posto giusto per guarire dalla depressione e sviluppare un sano istinto aggressivo. Solo che non vorrei che poi legassero me al letto! Chi ha la soluzione me la scriva per favore...".
Nonostante la mia ironia qualcosa di buono stava davvero succedendo. Strinsi amicizia con Abner, lo scacchista geniale, con Giulia, poliglotta impegnatissima a coltivare le proprie passioni utilizzando il telefono altrui, con la piccola Rebecca che con le sue crisi di nervi e i suoi momenti di abbandono risvegliò il mio istinto paterno. Mi incazzavo con i disturbatori invece di subire passivamente le loro vessazioni. Feci amicizia con gli infermieri che capirono presto che non ero né pericoloso né a rischio. E le nuove medicine cominciavano a fare effetto. Dormivo qualche ora, mi era tornato l'appetito, e godevo di un trattamento privilegiato a tavola dove la mia famosa colite mi assicurava un menu personalizzato che mi veniva servito prima che agli altri. Mi davano pasta asciutta, risotto, carne, frutta. Più tardi, ad Albese, avrei rimpianto amaramente le scorpacciate del Fatebenefratelli.
Naturalmente mi mancava la libertà e ogni volta che la porta si chiudeva (a chiave) alle spalle di mio figlio o degli amici e compagni di allenamento che mi venivano a trovare, mi sentivo abbandonato. Il furto del mio smartphone aggravò il mio senso di isolamento rischiando di compromettere i primi fragili progressi,ma a parziale risarcimento ma la dottoressa Bellini mi annunciò la data delle mie dimissioni: il 4 dicembre, aggiungendo però che "mi consigliava" un breve periodo di riabilitazione in una "villa fuori Milano". Un brivido mi corse lungo la schiena: quanto breve? Dove? Al massimo un mese, mi rispose, e a me suonò come "un anno". Per quanto riguardava l'ubicazione di quello che mi presentava come una specie di paradiso terrestre, disse che erano aperte varie opzioni. Rimase sul vago anche sulla data d'inizio della mia riabilitazione, ma lasciò intendere che prima avrei passato una settimana a casa, rientrando al Fatebene in regime di "day hospital". Per la prima volta in oltre un anno, mi sentii "quasi" felice.
Toccato il fondo non si può che risalire
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