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15 marzo 2018 4 15 /03 /marzo /2018 13:44

 

La mattina del 16 marzo 1978, verso le nove di mattina, un commando della Brigate Rosse rapì a Roma in via Fani il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, dopo aver ucciso i cinque uomini della sua scorta. Moro venne tenuto prigioniero in un appartamento di via Montalcini per quasi due mesi, durante i quali lo statista fu sottoposto a un “processo politico” da parte dei suoi carcerieri ed ebbe modo di scrivere numerose lettere ai familiari ed a uomini politici del suo partito. Fallito il tentativo di ottenere uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Aldo Moro fu ucciso e il suo corpo, grazie a una telefonata anonima, fu trovato nel bagagliaio di una Renault rossa parcheggiata a metà strada fra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista Italiano, per simboleggiare la protesta dei brigatisti contro il “compromesso storico” che si andava profilando tra i due maggiori partiti della scena politica italiana degli anni ‘60. Lo scopo di questa nota è di far conoscere alle giovani generazioni un episodio cruciale della storia del nostro Paese, prescindendo da ogni dietrologia e ricostruzione fantasiosa.
I PROTAGONISTI.
Aldo Moro era presidente della Democrazia Cristiana e proprio quel giorno si apprestava a recarsi a Montecitorio per giurare fedeltà allo Stato, in occasione della nascita del nuovo governo, che per la prima volta godeva della “non sfiducia” del partito comunista. Tuttavia fu scelto dai brigatisti come vittima designata non tanto in quanto artefice dell’accordo storico tra DC e PCI, quanto perché, per ammissione degli stessi brigatisti, il suo rapimento sembrava più agevole di quello di altri due esponenti del suo partito, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani.
Le Brigate Rosse erano un gruppo clandestino di estrema sinistra in azione da ormai una decina di anni nel nostro Paese. I suoi quadri dirigenti si erano formati nelle lotte operaie e studentesche degli anni ’60, quando sembrava imminente una rivoluzione socialista. Erano passati alla clandestinità e alla lotta armata quando la prospettiva rivoluzionaria era fallita e si era invece palesata la minaccia di un colpo di Stato fascista e/o militare in Italia, che parte degli apparati politici e statali cercavano di attuare attraverso la strategia della tensione (eseguire attentati in banche, stazioni e treni e dare la colpa all’estrema sinistra, in modo da provocare la richiesta di un “governo forte”). Le prime azioni delle Brigate Rosse erano state relativamente incruente: sequestravano dirigenti industriali, li sottoponevano a breve processo, li fotografavano con appeso al collo un cartello o dietro una bandiera con la stella a cinque punte, e poi li rilasciavano. Inizialmente colto alla sprovvista, lo Stato era successivamente riuscito a infiltrarsi dell’organizzazione e ad arrestarne i capi, che si apprestava a processare a Torino: Renato Curcio, Alberto Franceschini, Maurizio Ferrari e Prospero Gallinari. Di costoro solo Prospero Gallinari, evaso dal carcere di Treviso, partecipò materialmente al sequestro Moro, mentre gli altri rivendicarono l’azione da dietro le sbarre.
L’AGGUATO.
All’agguato presero parte undici brigatisti. La colonna con Aldo Moro era composta da due auto, quella in cui viaggiava il presidente della DC e quella della scorta. Moro uscì dalla sua casa poco prima delle 9, salendo su una Fiat 130 blu guidata dall’appuntato Domenico Ricci. Accanto a Moro sedeva il capo scorta, il maresciallo Oreste Leonardi. La 130 del presidente era seguita da un’Alfetta bianca, con a bordo gli altri tre uomini della scorta: il vice-brigadiere Zizzi e gli agenti di polizia Rivera e Iozzino. Quando il convoglio imboccò via Fani e prese a discenderla rapidamente, diretto all’incrocio con via Stresa, scattò l’agguato. La Fiat 128 guidata da Mario Moretti (componente del comitato esecutivo e capo della colonna romana delle Brigate Rosse) si mise davanti all’auto di Moro e arrivata all’incrocio inchiodò bruscamente, facendosi tamponare dalla 130 del presidente che fu a sua volta tamponata dall’auto della scorta. L’altra 128 con a bordo i brigatisti Lojacono e Casimirri si mise di traverso dietro l’auto della scorta.
A questo punto da dietro le siepi entrò in azione il “gruppo di fuoco” di quattro brigatisti che indossavano uniformi dell’Alitalia e spararono contro la scorta da breve distanza con pistole mitragliatrici. I quattro erano: Valerio Morucci (della colonna romana), Raffaele Fiore (proveniente dalla colonna di Torino), Prospero Gallinari (evaso dal carcere di Treviso) e Franco Bonisoli (proveniente dalla colonna di Milano). Spararono in tutto 91 colpi, dei quali 45 andarono a segno. Morucci uccise subito Leonardi ma il suo mitra si inceppò e solo successivamente eliminò l’autista di Moro. Anche Rivera e Zizzi furono subito mortalmente feriti da Gallinari mentre l’agente Iozzino riuscì a uscire dalla macchina e rispondere al fuoco prima di essere ucciso. L’agguato ebbe successo anche perché i mitragliatori in dotazione alla scorta si trovavano del bagagliaio dell’auto, dato che i poliziotti non eranno addestrati al loro uso.
Dopo lo scontro a fuoco, Fiore e Moretti fecero uscire Moro dalla 130 e lo fecero entrare in una Fiat 132 blu che Bruno Seghetti aveva avvicinato allo stop. L’auto con a bordo il presidente e i tre brigatisti si allontanò lungo via Stresa, seguita dalla 128 con a bordo Casimirri, Lojacono e Gallinari. L’azione era durata soltanto tre minuti, dalle 9,02 alle 9,05. Più avanti era pronto un furgone grigio Fiat 850 T sul quale in piazza Madonna del Cenacolo ebbe luogo il trasbordo di Moro, che venne fatto entrare in una cassa di legno collocata nel furgone. Nel parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi la cassa con il sequestrato fu trasferita su una Citroen Ami 8. Moretti, Gallinari e Maccari portarono la macchina fino in via Montalcini 8, l’appartamento intestato al Maccari e attrezzato per servire da luogo di detenzione di Aldo Moro.
Il sequestro Moro e le Brigate Rosse
Il sequestro Moro e le Brigate Rosse

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