Tuesday 21 february 2012
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Caro Maestro Perlati,
Non è la prima volta che ho l’onore di essere chiamato in causa da Lei. Questa volta si tratta della Sua replica al mio articolo Nostalgia di Fesika
(Karate Do n.23). Prima di tutto mi spiace di averla innervosita, ma al tempo stesso mi chiedo perché pensi che valga la pena di replicare se, come si legge tra le righe, giudica le
riflessioni espresse dagli intervistati a livello di “chiacchiere da bar sport”. Immagino e spero che ci sia un comitato di redazione che valuti se un articolo meriti o meno la pubblicazione su
KarateDo, e so per certo che alcuni collaboratori della rivista non sono iscritti alla Fikta: do quindi per scontato che il Suo intervento sia quello di un appassionato e non la “voce
ufficiale” della federazione.
Fatta questa premessa, e prima di entrare nel merito del Suo articolo, vorrei ricordare, non certo a Lei, che mi occupo di editoria marziale, gratuitamente e per
passione, dai primi anni 80: sono stato direttore editoriale di Yoi (ottenendo all’epoca il riconoscimento ufficiale della EAKF) e successivamente redattore e co-fondatore di Karate
Oggi, oltre che collaboratore di KarateDo e di Samurai. Credo di poter affermare, senza paura di essere smentito, che in questi trent’anni non ho mai deflettuto di una
virgola dalla mia posizione “ideologica”: la difesa intransigente dei valori del “nostro” karate, anche nel decennio travagliato della cosiddetta “unificazione” con la Fik. Altrettanto
intransigente sono però sempre stato nel rifiuto di un giornalismo “ufficiale”, “inamidato”, “federale”, secondo il quale tutte le gare sono splendidamente organizzate e a tutte le decisioni
ufficiali si risponde solo con un “Oss”. Per me un conto è il dojo, un altro conto la federazione, un altro conto ancora un giornale. Quando ho pensato che una notizia fosse
interessante, l’ho pubblicata, senza chiedermi se fosse “scomoda”. Il maestro Naito esce dalla Fikta? Perché far finta di niente? Tanti atleti vivono il doloroso dilemma di dover scegliere fra
due insegnanti ai quali sono affezionati: è un argomento tabù? Un centinaio di praticanti ed ex-praticanti parlano tra loro della vecchia Fesika, discutendone pregi e difetti e sognando di
ritrovarsi: qual è il problema?
Il limite maggiore del Suo articolo, secondo me, è quello di giudicare un po’ sommariamente coloro che non hanno condiviso le scelte (politiche, non tecniche) del
gruppo di cui Lei ed io facciamo tuttora parte. Davvero tanti maestri “hanno perduto l’entusiasmo” per colpa propria, e non per scelte federali subìte e non condivise? E’ sufficiente rammentare
loro che “la Fikta è qui! Il Maestro Shirai è qui, nella Fikta!” come fa Lei, per convertirli sulla via di Damasco? Io certo apprezzo la Sua fiducia incondizionata nel Maestro, ma vorrei
ricordarLe che la parola d’ordine, nel 1979, era “entriamo nel CONI”. C’è da stupirsi che qualcuno dei “vecchi” (come Montanari, Demichelis, Tammaccaro) non ne fosse così entusiasta? E c’è da
stupirsi che al contrordine del 1889 (“Rifacciamo la nostra federazione”) qualcun altro sia rimasto di là? Cosa accadrebbe oggi se ci fosse un nuovo dietro-front? Non credo che le nostre
“perdite” siano dovute a mancanza di stima verso il M° Shirai o alla priorità data “all’aspetto fisico-atletico”; molti praticanti e maestri non trovano agevole scegliere tra la coerenza alle
proprie convinzioni e l’obbedienza a direttive che non sempre riescono a comprendere e condividere.
Oggi certamente, come dice Lei, sotto tanti aspetti, “pratichiamo un karate che è avanti anni luce rispetto a quello di 30 anni fa”, ma a questa crescita
tecnica e spirituale non corrisponde la capacità di richiamare ed entusiasmare nuovi praticanti, come accadeva invece negli anni della Fesika.
E’ vero, il sole volge al tramonto per la nostra generazione, ma è un po’ supponente immaginare che i “nani” si trovino tutti dall’altra parte!
Sergio Roedner