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Caro Jacopo,
Una lettera molto interessante la tua, alla quale rispondo volentieri anche se so già che le mie risposte ai tuoi quesiti e alle tue critiche non ti soddisferanno mai del tutto.
Cominciamo dall’efficacia, che sembra essere al centro del tuo discorso e preme molto anche a me. Ho cominciato a fare karate a 19 anni, alla ricerca appunto di un metodo efficace (anzi, del metodo più efficace) di difesa personale, e ho continuato per altri quaranta. Nel frattempo sono cambiato io, sono cambiate le mie motivazioni, è in parte cambiato anche il karate, ma non ho mai smesso né cambiato arte marziale o disciplina sportiva.
Se è solo l’efficacia in un combattimento per strada che si cerca, sono convinto anch’io che ci siano metodi più efficaci del karate Shotokan per acquisirla: muay thai, krav maga, karate kyokushinkai, magari abbinati al ju-jitsu brasiliano per la lotta a terra…Meglio ancora il porto d’armi e il poligono di tiro, perché di fronte a un’arma da fuoco o da taglio la prudenza non è mai troppa!
Ma perché l’interesse per l’efficacia deve diventare un’ossessione? Fai di mestiere il portavalori, la guardia del corpo, il buttafuori? Ti chiedo questo perché, a differenza di quanto scrivi tu, io, in quarant’anni di pratica e quasi sessanta di esistenza, le occasioni per fare a botte posso contarle sulle dita di una mano, e non sono mai andate fino alle estreme conseguenze…In queste situazioni quello che mi ha aiutato è stato piuttosto la freddezza, l’autocontrollo, la capacità di prevedere le azioni altrui e le possibili conseguenze. Non credo che saper applicare una ginocchiata o una leva avrebbero fatto la differenza, almeno per me.
Premesso questo, concordo con te su molti punti. E’ vero che il karate, da arte marziale per la sopravvivenza, è diventato uno sport, ma questo è successo molto, molto tempo fa, almeno da quando Itosu lo ha introdotto nel programma di educazione fisica delle scuole di Okinawa e Funakoshi lo ha portato in Giappone. Ancor di più da quando il figlio di Funakoshi ha allungato le posizione per farne una ginnastica di potenziamento e da quando sono state introdotte le gare di jiyu kumite. L’organizzazione del M°Shirai, prima di fondersi con la Fik, si chiamava “Federazione Sportiva Italiana Karate”, e la sua erede attuale, la Fikta, alla quale sono iscritto con molti altri (tra i quali i maestri Fugazza, Campari, ecc) ha un proprio programma agonistico.
Ciononostante, c’è una notevole differenza nell’allenamento, nell’esecuzione delle tecniche, nel fine della pratica, tra il nostro karate e quello della Fijlkam, sia nel kumite che nel kata. Non è vero che non utilizziamo il sacco o il makiwara (ci sono su Youtube molti filmati illuminanti del M° Tanaka, di Yahara e di altri). Conosco Nino Tammaccaro dal 1971 e il suo modo di allenarsi e combattere non differiva molto da quello di Capuana, Montanari ecc, se non per un minore controllo di cui facevano le spese i suoi sparring partner, come del resto succedeva a lui col M°Shirai.
Che le nostre tecniche siano efficaci lo provano le dimostrazioni di tameshi-wari, una pratica che molti di noi non hanno mai abbandonato. Anche senza prendere a prestito i colpi del pugilato, maegeri, ushirogeri, shutouchi e colpi di gomito possono essere devastanti. Per usarli in kumite, dovremmo usare le protezioni, e questo falserebbe il modo di portare le tecniche.
E qui secondo me sta il punto fondamentale: io amo il karate come sistema integrale, del quale il combattimento è una parte importante ma non la totalità. Amo i kata non come “esibizione di forma” (definizione per la quale dovresti rivolgerti a Valdesi & Co) ma come combattimenti con avversari invisibili ma sentiti sempre come presenti, nei quali la tecnica, come dice il M° Fugazza, è solo un presupposto per l’efficacia. C’è stato e c’è ancora chi prova a ricavare il combattimento dai bunkai dei kata, io riesco meglio con la vecchia metodica della Jka, perché è ben difficile ricreare le condizioni in cui ci si allenava a Okinawa.
“Il combattimento è qualcosa di assoluto”? Non credo proprio, almeno a livello legale bisogna stabilire delle regole e dei limiti e salvaguardare l’incolumità dei praticanti. Se proprio vuoi sapere cosa mi piacerebbe a livello di kumite, penso al combattimento contro cento avversari del Kyokushinkai, stile “pesante” in cui è comunque vietato colpire con le braccia la testa dell’avversario. “Se il karate è staccato dalla difesa personale reale perché praticarlo?” E perché praticare il kendo, il tiro con l’arco, la scherma? Il karate, se studiato con veri maestri (è stata la mia fortuna) è una strada meravigliosa per irrobustirsi nel fisico e temprarsi nel carattere, senza perdere di vista quell’efficacia di cui parli, ma pensando a come mantenerla nel tempo, quando la prestanza fisica dei vent’anni verrà a mancare.