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27 ottobre 2013 7 27 /10 /ottobre /2013 10:51
Editoriale 
 
Nella società globalizzata le idee, le proposte, le proteste (politiche, musicali o sportive che siano), fanno assai presto a diffondersi, o come si suol dire con una brutta ma efficace espresione, a diventare “virali”. Basti pensare al “Gangnam style” balzato dalla semi-sconosciuta Corea sul tetto dei video più diffusi su Youtube, o ai tifosi dell'Inter nella lontana Indonesia, uno dei quali ha addirittura acquistato la società, della quale, solo pochi decenni fa, avrebbe a stento sentito parlare.
 
Il mondo delle Arti Marziali non è affatto impermeabile a questo fenomeno: milioni di praticanti possono assistere alle esecuzioni di Maestri e atleti del passato e del presente e addirittura, in caso di eventi ben organizzati da paesi tecnologicamente avanzati, seguire in diretta “streaming” i campionati del mondo di karate sportivo. L'effetto di tanta trasparenza è largamente positivo: si possono confrontare modi diversi di eseguire un kata o di combattere, mettere su un piatto della bilancia Aghayev e dall'altro Yamamoto, paragonare forma e sostanza in Marchini e Valdesi, e “bypassare” così i pregiudizi inevitabili legati al senso di appartenenza a un gruppo o fazione. E ridere delle imbarazzanti performances di certi 10°dan...
 
Un altro aspetto, forse ancora più importante, della globalizzazione delle idee e delle informazioni nel mondo dello sport e delle Arti Marziali, è costituito dalla possibilità di lanciare in Rete un'iniziativa umanitaria o benefica e ottenere adesioni indistintamente da tutti gli interessati, in qualsiasi organizzazione essi “militino”. Sto pensando, per esempio, allo stage di Bracciano, indetto da Karate Unito per la Solidarietà e Kids Kicking Cancer. A questo “evento” collaborano tecnici di molte sigle diverse, insegnando gratuitamente e dando a chi aderisce la possibilità, per una volta, di aprirsi a esperienze nuove, confrontarsi con altri stili e altre arti marziali.
 
Ma le federazioni di solito reagiscono con fastidio e diffidenza a queste iniziative, costringendo i propri iscritti a declinare l'invito o a partecipare “in tuta” alle foto di rito e verosimilmente a tutto l'evento, per diimostrare di non aver indossato il gi senza la debita autorizzazione. Più per inerzia che per cattiva volontà, si arroccano in difesa, senza rendersi conto che è proprio questa mancanza di libertà a spingere molti iscritti supermaggiorenni, stanchi di essere trattati come eterni bambini, ad allontanarsi, indirizzandosi invece verso gli enti di promozione sportiva, meno qualificati ma anche meno gelosi del proprio monopolio.
 
Una federazione certa di offrire ai propri aderenti il meglio in termini di preparazione tecnica, culturale, spirituale e umana (com'è, tanto per non fare esempi, quella alla quale ogni anno io affilio i miei allievi) non dovrebbe temere confronti ma invece salutare con favore queste iniziative comuni. Come un tempo la Fesika partecipava e impressionava alla Pasqua del Budo.
   yoicopertinaNOVEMBRE
 

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