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11 settembre 2015 5 11 /09 /settembre /2015 14:42
Come è stato creato il mito del Volo 93

Cominciamo nel 2002:

Tre minuti di differenza nella registrazione.

La registrazione vocale della cabina di pilotaggio termina prima dell'ora ufficiale di impatto del Volo 93.

I TRE MINUTI FINALI del volo 93 della United dirottato sono ancora un mistero più di un anno dopo la sua caduta nella Pennsylvania occidentale - anche per i parenti in lutto che cercavano conforto nell'ascolto dei nastri della cabina in aprile.

Un'inchiesta del Daily News ha evidenziato un buco di circa tre minuti tra il momento il cui il nastro tace - secondo le trascrizioni preparate dal governo - e il momento che degli scienziati di chiara fama hanno stabilito per lo schianto.

Numerosi sismologi concordano nel dire che il volo 93 si è schiantato l'undici settembre alle 10 e 06 del mattino, un paio di secondi in più o in meno. Ai familiari autorizzati ad ascoltare il registratore vocale della cabina di guida a Princeton la scorsa primavera è stato detto che il nastro si è interrotto appena dopo le 10 e 03.

L'FBI e le altre agenzie hanno rifiutato di rispondere a diverse richieste di spiegare la discrepanza.

Ma i parenti dei passeggeri del volo 93 che hanno sentito la voce della cabina il 18 aprile in un hotel di Princeton hanno detto che degli ufficiali governativi hanno riferito l'orario dello schianto in una conferenza stampa e in una trascrizione che accompagnava la registrazione. I parenti successivamente hanno riferito di aver sentito i suoni di una lotta a bordo cominciata alle 9,58 ma hanno aggiunto di aver sentito un suono di gente che correva alle 10,03, dopodichè il nastro è ammutolito.

Vaughn Hogan, lo zio del passeggero Mark Bingham, ha detto per telefono dalla California che verso la fine c'erano state grida di "Alzati, alzati" ma la fine del nastro viene desunta - non c'è impatto" (Philadelphia Daily News, 16/9/2002.

Quindi l'articolo precedente stabilisce che i sismologi convengono nel dire che il volo 93 si è schiantato alle 10,06, si fa riferimento a una lotta ma non c'è nessun riferimento a sequestratori, e il nastro termina con un "rumore precipitoso".

Arriviamo al 2004:

I passeggeri continuarono nel loro assalto, cercando di fare irruzione nella cabina di guida. Alle 10,02 e 23 secondi un sequestratore disse "Buttatelo giù! Buttatelo giù!"

"I sequestratori rimasero ai controlli ma devono aver valutato che i passeggeri stavano per sopraffarli", conclude il rapporto. "L'aeroplano si diresse verso il basso; la cloche fu girata a destra. L'aeroplano si capovolse e uno dei dirottatori cominciò a gridare: "Allah è grande. Allah è grande".

"Mentre il suono del contrattacco dei passeggeri continuava, l'aereo cadde in un campo deserto a Shanksville, Pennsylvania, a 580 miglia all'ora, a 20 minuti di volo da Washungton, D.C."

La storia è completamente cambiata. L'evento sismico delle 10,06 è completamente scomparso e ci viene detto che dei sequestratori folli, sul punto di essere sopraffatti dal contrattacco dei passeggeri mentre l'aereo volava capovolto, fecero schiantare l'aereo contro il terreno alle 10,03 mentre uno di loro gridava: "Allah è grande. Allah è grande".

Ora spostiamoci nel 2006:

Tre minuti dopo le 10 sembra che dei passeggeri irrompano nella cabina di guida, lottando coi sequestratori nel futile tentativo di riprendere possesso dei comandi. "Vai! Vai!" si incoraggiano l'un l'altro. "Muoviti! Muoviti" Ma i terroristi hanno capovolto l'aereo. Lo fanno precipitare in avvitamento.

"La facciamo finita?" Chiede in arabo un sequestratore. Nel tuffo finale, i sequestratori gridano ripetutamente in arabo: "Allah è grande. Allah è grande".

In questa versione TUTTI i sequestratori stanno gridando.

Perchè ho l'impressione che gli ultimi minuti della registrazione audio del Volo 93 siano inventati?

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10 settembre 2015 4 10 /09 /settembre /2015 08:51
Non nominiamo invano Mourinho e Pisapia
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10 settembre 2015 4 10 /09 /settembre /2015 07:37
Expo 2015, perché non ci porterei i miei alunni

di Alex Corlazzoli, Il Fatto Quotidiano.

Expo sì, Expo no. Alla fine ci sono andato (a moderare un dibattito) e mi sono convinto che non porterei mai una classe di ragazzi all’Esposizione mondiale, la Gardaland di Milano. Chi fa il maestro ha il dovere di chiedersi: cosa voglio insegnare ai ragazzi? Come voglio parlare loro del cibo, della terra, dell’aria? Vogliamo dire la verità ai futuri cittadini o mostrare loro una cartolina patinata del mondo? Ecco, se quest’ultima è la vostra intenzione, allora potete andare a visitare Expo 2015. Troverete un grande gioco: potrete timbrare il vostro “falso” passaporto (5 euro a documento) ad ogni Paese che visitate; divertirvi a fare l’henné sulle mani grazie alle donne ugandesi o della Mauritania; saltare sulle reti elastiche del padiglione del Brasile; fare fotografie seduti in una finta tenda berbera; realizzare il vostro menù greco preferito; scrivere il vostro nome con i chicchi di caffè o comprare braccialetti ricordo fatti con i semi. Ma non chiedetevi chi lavora quel caffè; non domandatevi quanti pozzi sono stati distrutti nei terreni dei territori occupati della Palestina; non azzardatevi a capire chi lavora nei campi del Mozambico o del Burundi; non iniziate a farvi domande sui landgrabbing, i ladri di terra. Expo non è il posto dove farvi questi interrogativi e nemmeno dove trovare risposte. Pubblicità Girando tra i padiglioni dell’esposizione ho avuto la sensazione di aver fatto qualche errore: forse ho sbagliato, durante le lezioni di scienze, a raccontare ai miei ragazzi che il consumo giornaliero di acqua in Africa è di 30 litri rispetto ai 237 in Italia. Probabilmente ho raccontato una frottola quando ho parlato loro dei conflitti per l’oro blu. Devo aver letto male i dati sul Kenya dove il benessere di pochi (2%), è pagato con la miseria di molti (circa il 50% della popolazione vive sotto il livello di povertà). Devo aver visto un altro film finora perché ad Expo non ho trovato una sola riga, una sola informazione che raccontasse alle migliaia di persone che passano in quei padiglioni, il dramma che vivono le popolazioni africane. Sono partito dalla Palestina: non un’immagine, una riga, una fotografia dell’occupazione. Ho chiesto come mai e mi è stato risposto che “non era opportuno”. Ho pensato che la scarsità di informazioni riguardasse solo quel Paese. Ho provato ad entrare negli spazi dell’Eritrea, della Giordania, della Mauritania: nulla di più che una sorta di mercatino dei prodotti locali, qualche bandiera, poche fotografie. Zero informazioni. Ho pensato che fosse impossibile ma nemmeno in Algeria ho trovato qualche spiegazione se non una bella esposizione di vasellame e di abiti tradizionali. Mai un solo cenno ai problemi di un Paese. A Expo il mondo è tutto bello: l’importante è non sapere. Non ho imparato nulla visitando il padiglione del Burundi, del Ruanda, dell’Uganda. Nello Yemen hanno persino tentato, come in ogni mercato, di vendermi tre braccialetti con la tecnica dei venditori di strada: “Provali. Quale ti piace? Ti facciamo uno sconto”. Eppure i bambini e i ragazzi che lavorano nelle piantagioni di cacao africane sarebbero, secondo alcune stime, più di 200mila di età compresa tra i cinque e i quindici anni, vittime di una vera e propria “tratta”. L’ Unicef ricorda che 150 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni nei Paesi in via di sviluppo, circa il 16% di tutti i bambini e i ragazzi in quella fascia di età, sono coinvolti nel lavoro minorile. A citare i problemi della terra ci ha pensato il Vaticano, presente ad Expo: 330 metri quadrati per dire ai cittadini attraverso una mostra fotografica e un tavolo interattivo che esiste il problema della sete, dell’ingiustizia, della fame. Tutto per slogan, nulla di più. E’ a quel punto che mi è venuta una curiosità, alla fine della rapida spiegazione dell’addetto della Santa Sede: “Scusi, quanto è costata la realizzazione?”. Risposta: “Mi dispiace non lo so”. Cerco la risposta via Twitter all’account del Vaticano (@ExpoSantaSede) che mi rimanda ad un articolo che parla della “sobrietà del padiglione”, secondo le parole del cardinale Gianfranco Ravasi. Viene da fare due conti: un’organizzazione italiana mi ha riferito di aver speso per partecipare a Expo (per organizzare eventi, padiglione, personale) circa 700 mila euro. E il Vaticano quanto avrà sborsato per dire che c’è la fame, la sete e l’ingiustizia? 3 milioni di euro equamente ripartiti tra Santa Sede, Cei, Diocesi di Milano e Cattolica Assicurazioni che ha offerto il suo contributo per l’allestimento delle opere d’arte. Alle 21, stop. Ho deciso: meglio non portare i bambini a Expo. Che capirebbero del cibo, dello spreco, delle risorse? Un solo consiglio: se proprio ci andate, vale la pena visitare il padiglione zero e quelli della Svizzera e dei Brunei. Naturalmente non li ho visti tutti, potrebbero essercene altri all’altezza di quest’ultimi. E non ho nemmeno timbrato il passaporto. Un’ultima osservazione: non cercate un’edicola o una libreria (magari dedicata al cibo) a Expo. In una giornata non le ho trovate. Se le avete viste avvisatemi. Infine due curiosità. La prima: andata e ritorno Treviglio – Milano Expo con Trenitalia è gratis, nessuno è passato a controllarmi il biglietto. La seconda: arrivato ai tornelli mi sono trovato di fronte delle file chilometriche. Avendo un appuntamento alle 10,30 ho tentato di passare attraverso il passaggio dei media pur non avendo l’accredito ma solo un regolare biglietto. Nessun problema: nessuno ha badato al fatto che avessi o meno il pass. Un abito elegante e una borsa d’ufficio ed è fatta. Fila evitata.

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7 settembre 2015 1 07 /09 /settembre /2015 09:13
Il Tibet sotto il lamaismo, di Leonardo Olivetti

Dalla teocrazia feudale al "capital-socialismo": miti e realtà.

In Occidente, la vulgata mediatica ha, fin dal 1951, cercato di capovolgere la situazione politica e sociale della Regione Autonoma del Tibet (Xizang) in funzione anticinese. Si è fatto passare il Tibet come un “paese occupato” dai cinesi, i tibetani come un popolo “culturalmente represso”, e, gli oltre sessanta anni che sono passati dalla riunificazione del Tibet alla Cina, come un “genocidio culturale”. Questa visione distorta e corrotta della realtà, è stata utile per le azioni disgregatrici e sovversive dei regimi occidentali contro la Cina e la sua unità. Per dimostrare concretamente ciò, è d’uopo analizzare, dati alla mano, la reale situazione del Tibet e del suo popolo. Dalla società teocratico-feudale al socialismo Uno dei tipici cliché della stampa mainstream è il mito di un Tibet che, prima della riunificazione con la Repubblica Popolare Cinese, fosse una sorta di “paradiso pacifista”, un luogo di pace, quiete e benessere. La cinematografia e la revisione storica hanno contribuito a creare questa immagine fasulla, e che niente ha minimanente a che vedere con la realtà, del Tibet lamaista, che fu sempre (in modo palese e dichiarato) un regime teocratico, basato su un ordine sociale feudale, che integrava elementi schiavistici e oppressivi, oltreché uno dei luoghi più poveri del pianeta. Prima della riunificazione con la Cina, la popolazione tibetana viveva sotto un sistema eccessivamente arretrato; non esisteva alcuna autostrada, né esistevano ferrovie (mentre ora ci sono 15 autostrade a grande comunicazione e 375 autostrade provinciali, mentre il sistema ferroviario ha raggiunto ottimi risultati nell’ultimo decennio, con la costruzione della ferrovia Qinghai-Tibet, di quasi 2000 chilometri). Una ricerca nel Tibet orientale, ha rivelato che, nel 1940, il 38% dei tibetani non aveva mai potuto bere del tè, il 51% non poteva permettersi il burro e il 75%, spesso, doveva mangiare erbacce bollite con ossa di bue e avena o farina di fagioli. Un’immagine accurata del Tibet dell’epoca ci è fornita dal giornalista americano John Naisbitt: «Nel 1959 solo poco più di un milione di tibetani viveva in Tibet, sotto un regime feudale. Il numero è ora cresciuto a più di 2,8 milioni. Prima del 1950 la stragrande maggioranza della popolazione (più del 90 per cento) erano servi governati dai latifondisti aristocratici e dai monaci. Tutti i monasteri possedevano grandi tenute. I servi non godevano di libertà personale, dalla nascita alla morte. La speranza di vita in Tibet era di 36 anni.» (John Naisbitt, China’s Megatrend: The 8 Pillars of a New Society, HarperCollins Publishers, 2010, p. 223) La condizione degli schiavi tibetani era durissima; stando alle leggi vigenti, essi dovevano prestare al padrone (Kasha), gratuitamente, dal 50 all’80% del proprio lavoro. La rigida divisione in classe (una disuguaglianza de jure!) era sancita dalle leggi vigenti, dove, ad esempio, c’era scritto che la vita di una persona di rango superiore valeva il suo peso in oro, mentre quella di una persona di rango inferiore valeva come una corda di paglia, e, nel codice penale del Tibet Lamaista (il Codice di 13 Articoli e il Codice di 16 Articoli), per la punizione del reato di omicidio, la legge diceva: «In quanto il popolo è diviso in diverse classi e caste, il valore di una vita è perciò differente». La condizione di servitù era ereditaria, ed i matrimoni potevano essere combinati dai padroni. Prima della liberazione del Tibet, il 90% dei tibetani non possedeva una casa privata, e, nel 1951, si calcola che l’estensione media delle residenze dei tibetani fosse di 3 m² (mentre, nel 2010, era di 34,72 m²). Fa notare il tibetologo americano Tom Grunfeld, nel suo libro The Making of modern Tibet, che, benché la dottrina del buddismo preveda l’uguaglianza, ciò non ha impedito ai governanti tibetani di instaurare un regime fortemente gerarchico. Insieme all’estrema arretratezza sociale, ogni sorta di pratica crudela era diffusa e permessa tra gli ambienti altolocati, a sprezzo del pacifintismo propagandato dai lama. Un viaggiatore russo che, nei primi anni del XX secolo viaggiò a Lhasa, scrisse: «I trasgressori della legge sono perlopiù tibetani poveri puniti tramite il taglio delle dita o del naso, o, in molti casi, accecati ad entrambi gli occhi. Tali persone sfigurate e accecate si vedono ogni giorno chiedere la carità nelle strade di Lhasa. Un altro tipo di punizione è l’esilio. I colpevoli vengono ammanettati e incatenati, e devono indossare un ampio colletto di legno attorno al collo per tutta la vita. Sono mandati in regioni remote per il lavoro forzato o lavorano come servi per gli aristocratici feudali e i capi patriarcali. La più severa delle punizioni, ovviamente, è la morte, con le vittime annegate nei fiumi (come a Lhasa) o gettati sulle rocce (come a Xigaze)». (Gombojab Tsebekovitch Tsybikoff, A Buddhist Pilgrim to the Holy Place in Tibet) Il regime del Dalai Lama (dove, si noti, non esistevano né partiti, né elezioni, né alcun tipo di fattore che potesse minimanente caratterizzare il Tibet come “democratico”) era una costruzione decrepita e tirannica, una creazione dell’imperialismo inglese datata 1912, senza alcuna legittimità storica e che aveva dimostrato il suo anacronismo. Come dice lo studioso americano Grunfeld: «Non c’è alcun motivo per sostenere l’immagine del Tibet [lamaista]come quella di un Paradiso Utopico». Con la riunificazione alla Cina Popolare, il Tibet ha conosciuto un periodo di sviluppo quasi ininterrotto, crescendo a livelli altissimi, talvolta superiori a quelli della Cina orientale. Nel Tibet contemporaneo, il governo di Pechino ha investito sotto diversi fattori: valorizzazione della cultura tradizionale, industrializzazione e modernizzazione. Mentre nel passato l’educazione era un privilegio dei monaci, attualmente, essa è un patrimonio di tutte le classe presenti nel Tibet. Nel Tibet lamaista, si calcola che meno del 2% dei bambini avesse accesso alla scuola, e che l’analfabetismo toccasse il 95%. Gli investimenti del governo centrale nell’educazione sono stati cospicui: il governo centrale ha investito oltre 29 miliardi di yuan per migliorare le condizioni scolastiche delle regioni occidentali del paese, ed ogni studente tibetano riceve un sussidio dallo Stato di circa 2.000 yuan annui. Nel 2004 il governo ha eliminato ogni tassa scolastica per quelle regioni, ha reso tutti i libri scolastici gratuiti e stampati nella lingua locale; nel 2008, gli studenti appartenenti a tutte le minoranze etniche (che, sempre nella propaganda occidentale, risultano anch’esse, stranamente, oppresse!) erano ben 21,996 milioni, c’erano 674 contee dove le minoranze etniche erano riuscite a realizzare compiutamente il programma scolastico di 9 anni di studio. A Lhasa, poi, nel 1985 è stata creata un’Università, costata poco più di 22 miliardi di yuan, dalla quale sono usciti oltre 30 mila laureati, e che, tra le sue materie, ha la storia tibetana, la lingua tibetana, la scienza e gli sport tibetani. L’economia tibetana ha conosciuto ampi sviluppi economici (il PIL del 2000 era oltre 30 volte quello precedente al 1951), e anche la condizione degli operai tibetani è in via di miglioramento (la povertà, che negli anni ‛90 contava circa 400 mila persone, comprende ora ne conta meno di 70 mila). Il 1° gennaio 2008, la regione autonoma del Tibet ha aumentato il salario minimo, che è solo lievemente più basso dei salari di Pechino, Shangai e Tianjin. Sempre nel 2008, sono stati costruiti 37 ospedali e 252 cliniche di villaggio, raggiungendo una copertura totale della popolazione. Grazie alle politiche di Pechino, la mortalità infantile è scesa da 430 morti ogni 1.000 nati, a 6-25 morti ogni 1.000 nati nel 2012. In Tibet si è anche istituito un efficiente sistema pensionistico. Dal novembre del 2009, con la Nuova Assicurazione Sociale sulle Pensioni Rurali, la copertura pensionistica ha raggiunto il 75,1% della popolazione, con pensioni medie di 2.439 yuan a persona, mentre, in epoca lamaista, non esisteva alcun tipo di assicurazione sociale. Lo sviluppo economico, industriale e sociale del Tibet, è solo uno delle grandi vittorie del socialismo in Tibet: lo sviluppo culturale, negato dall’Occidente, è l’altra grande vittoria del Partito Comunista Cinese. La rappresentanza delle minoranze nella Repubblica Popolare Cinese Il sistema di governo cinese è stato in grado di mantenere il suo alto grado di rappresentatività anche nella regione del Tibet, tramite le elezioni che si svolgono regolarmente nella regione, l’autonomia politica della quale gode Lhasa ed il ruolo importante dei quadri e dei politici tibetani. Fin dal 1954, il Congresso Nazionale del Popolo ha deciso che le minoranze etniche avrebbero dovuto essere rappresentate adeguatamente in politica; all’incontro sul lavoro tra le minoranze etniche del 1957, Zhou Enlai spiegò la politica cinese verso le minoranze in questo modo: «Il nostro sistema di autonomia etnica regionale è stato elaborato in base alla realtà del nostro paese, e le regioni autonome, le prefetture, le contee e i villaggi sono strutturati sulla base delle loro differenti condizioni, affinché tutte le minoranze siano capaci di realizzare pienamente la propria autonomia, al di là che vivano in comunità compatte o che due o più gruppi etniche vivano insieme. Le condizioni sono favorevoli per le minoranze etniche perché esercitino universalmente il loro diritto all’autonomia». (Zhou Enlai, Selected Works, Vol. II, People’s Publishing House, 1984, p. 260) Guardando alla situazione politica odierna, si può constatare che le previsioni di Zhou Enlai hanno trovato conferma; su tutte le banconote yuan, ad esempio, le diciture sono presenti in tutte le lingue delle minoranze etniche, compresa la lingua tibetana. Nell’XI Congresso, su 2.987 deputati, 411 provenivano dalle minoranze etniche, ovvero il 13,76% del totale (mentre le minoranze etniche sono meno del 9% della popolazione totale della Repubblica Popolare Cinese). Proprio nel Tibet, ad esempio, il popolo Lhoba, che conta solo 3.000 anime ma una ricca cultura, ha eletto un proprio deputato al Congresso Nazionale (benché, percentualmente, 3.000 persone su 1,5 miliardi siano una percentuale irrisoria). Allo stesso modo, sono stati eletti anche 12 membri della comunità tibetana ed un membro della comunitù Monba. Tra i membri del Comitato Permanente dell’XI Congresso Nazionale del Popolo, c’erano 25 deputati provenienti dalle minoranze etniche su 161 membri, ovvero il 15,53%, e nell’attuale Comitato Permamente, su 13 vice presidenti, 2 provengono dalle minoranze etniche. Allo stesso modo, in tutta la Cina vengono formati migliaia di quadri provenienti dalle minoranze etniche; essi ricoprono un ruolo fondamentale nello sviluppo della Cina e di tutte le etnie che ne fanno parte. Attualmente, i quadri provenienti dalle minoranze etniche sono il 9,6% del totale, e il numero di quadri con ruoli di potere a livello di contea o a livelli superiori, è il 7,7%. I quadri tibetani sono, nel loro territorio, il 70,3% a livello regionale e l’81,3% a livello di contea e villaggio. Nelle elezioni dei congressi popolari della regione autonoma, delle prefetture, delle contee e dei villaggi tibetani, nel 2007, su più di 34 mila deputati eletti, il 94% erano membri della minoranza tibetana. Il mito del “genocidio culturale” La punta di diamante della propaganda anticinese è stato il cosiddetto “genocidio culturale” del popolo tibetano, diffuso dalla corte del Dalai Lama e dai suoi sodali. In realtà, per chiunque abbia occasione di visitare il Tibet, o chiunque basi le sue analisi sulla realtà dei fatti, una simile versione storica è pressoché totalmente fabbricata. Basti ricordare le parole che lo stesso Dalai Lama (prima che decidesse di passare dalla parte occidentale e diventare un agente dell’imperialismo), nel settembre del 1954, pronunciò al primo Congresso Nazionale del Popolo: «Di tutti i motivi di dissenso seminati dal nemico, il principale era la voce secondo la quale il Partito Comunista Cinese e il Governo Popolare avrebbero distrutto la religione. Il popolo tibetano ha forti sentimenti religiosi. Inizialmente, il popolo tibetano si sentì infastidito da questa voce. Tuttavia, ora, questa voce è stata completamente distrutta. Il popolo tibetano sente di godere pienamente di libertà di religione». (People’s Daily, 17 settembre 1954) Ma, col passare degli anni, il Dalai Lama ha abbandonato questa sua versione storica, per imbracciare quella che più si confaceva ai suoi interessi di potere. Per capire realmente l’andamento della storia tibetana, senza farsi sviare dalla strumentalizzazione, è opportuno cominciare dal principio. Nel 1951, l’“Accordo sulla Liberazione Pacifica del Tibet tra il Governo Centrale del Popolo e il Governo Locale Tibetano” sancì una politica di libertà religiosa nel paese. Sul fatto che il paese godesse di effettiva libertà religiosa, esistono varie testimonianze; nel libro The making of modern Tibet di Tom Grunfeld, Zed Books Ltd., 1987, si riporta la testimonianza di un lama, che ora vive negli Stati Uniti, che, nel 1959, viaggiò in tutto il Tibet per motivi di studio teologico e religioso, e non ebbe mai alcun problema con le autorità (p. 128). Qualche anno prima, nel 1956, il giornalista britannico Alan Winnington visitò Lhasa ed il Tibet, e, tra tutti i tibetani con cui parlò, riferì, nelle sue memorie di viaggio, di non aver mai incontrato un singolo tibetano che avesse dubbi sulla sua effettiva libertà religiosa (Alan Winnington, Tibet: Record of a journey, Lawrence & Wishart Ltd., Londra, 1957). La libertà religiosa della quale godono i tibetani è estesa anche a tutte le altre religioni: dal 1980 a oggi, in Cina si sono stampate 100 milioni di copie, in 22 edizioni, della Bibbia (ciò ha reso la Cina il primo paese per numero di Bibbie stampate), esistono, tuttora, 360 mila insegnanti di religione, 130 mila luoghi religiosi, 5.500 organizzazioni religiose e oltre 110 tra università e college. Solo in Tibet, esistono oltre 1.700 luoghi di culto, 46 mila tra monaci e monache, e, ogni anno, oltre un milione di religiosi raggiungono, senza problemi, la città di Lhasa per cerimonie religiose. Il governo di Pechino fornisce ai monaci tibetani un salario, cibo, vestiario, ed anche apparecchi telefonici e servizi informatici. Nel 2010, un giornalista britannico che ha potuto visitare il Tibet, Brandon O’Neill, ha scritto un articolo, per il Christian Science Monitor, che diceva: «Quando si arriva in Tibet, non si può che restare impressionati dalla grande libertà religiosa che sembrano avere. Ho sentito attivisti dal Free Tibet UK che dicevano che le autorità cinese cercavano di “cancellare l’identità e la cultura tibetane”, ma mi sono trovato molto sorpreso, e sollevato, dal fatto che i tibetani possono adempiere a tutte le loro pratiche religiose senza alcuna molestia». Non solo il Tibet gode di un’effettiva libertà religiosa; ma anche la cultura classica è tibetana è viva e sostenuta dal governo di Pechino. La prima casa editrice in lingua tibetana fu fondata nel 1971, e stampa e diffonde libri sulla cultura tibetana classica. Uno sviluppo più esteso dell’editoria tibetana si ebbe però solo negli anni dello sviluppo economico, gli anni ‛90. Uno dei libri classici del buddismo (il Dangyur) è stato sovvenzionato dal governo di Pechino con 500 mila yuan e con la fondazione di un comitato di ricerca sul libro. In Tibet, oggi, esistono 60 tipografie che stampano testi tradizionali tibetani, per un totale di 63 mila titoli all’anno e, dei 23 quotidiani che circolano in Tibet, 10 sono in lingua tibetana. La Tibet People’s Publishing House ha pubblicato oltre 6.600 libri in lingua tibetana, con una distribuzione di oltre 78,9 milioni di copie in trenta anni dalla sua fondazione. Il mercato dei libri in Tibet, negli ultimi venti anni, ha dato alle stampe 8.000 titoli e 90 milioni di copie, per una diffusione capillare del sapere. La storia tibetana è conservata nella biblioteca dell’Università di Lhasa, che custodisce oltre 100 mila volumi. Sovvenzionando anche la ristrutturazione del patrimonio architettonico tibetano, il governo ha stanziato 700 milioni di yuan dal 1980 a oggi per ristrutturare templi, palazzi e luoghi di culto. La lingua tibetana, nei fatti, è diffusa, nella regione autonoma del Tibet, tanto quanto la lingua mandarina. Nel 2010, la regione aveva 4 stazioni radio, tra cui Radio Tibetana (la prima stazione radio appartenente ad una minoranza etnica), 5 stazioni tivù la cui copertura copre oltre il 90% della popolazione. La cricca lamaista e le sue attività anticinesi Il Dalai Lama e i monaci buddisti, spodestati dalle loro posizioni privilegiate e di potere assoluto, dopo aver cercato di collaborare con le legittime autorità di Pechino, hanno cambiato tattica, lanciandosi nella disperata impresa della sovversione. Come spiega la Süddeutsche Zeitung, giornale tedesco, nel 1951 lo stesso Dalai Lama, il “campione” della “non-violenza”, approvò la lotta armata stabilendo intensi rapporti con i servizi segreti americani tramite l’ambasciata americana di Nuova Delhi e il consolato di Calcutta. I moti anticinesi del 1959, come riporta il quotidiano tedesco, furono un’operazione guidata dalla CIA dal nome in codice di “ST Circus”, ed ex agenti che lavoravano a quei tempi nella CIA hanno raccontato come effettivamente andarono le cose. John Kenneth Knaus, ex agente, racconta che gli fu ordinato di «fare di tutto per tenere in vita il concetto di Tibet autonomo» e di «sviluppare una resistenza contro lo sviluppo nel Tibet guidato dalla Cina comunista». Nel suo incontro con il Dalai Lama, Knaus racconta che promise l’impegno americano ad addestrare guerriglieri tibetani, ad armarli e a versare 180 mila dollari l’anno. Dai dossier della CIA, si evince che squadroni di tibetani armati erano addestrati a Camp Halle, un campo posizionato ad alta quota, e che gli effettivi di questo esercito di tibetani che lottavano per gli interessi degli Stati Uniti raggiunsero 85 mila, col nome di “Chushi Gangdrug”. Gli ufficiali tibetani venivano paracadutati in Tibet dagli americani, ed agivano in piccoli gruppi, con azioni terroristiche per creare un clima di insicurezza e cercare di far scoppiare un conflitto. Un veterano tibetano racconta: «Uccidevamo volentieri quanti più cinesi possibile, e a differenza di quando macellavamo bestie per cibarci, non ci veniva da dire preghiere per la loro morte». Delle azioni armate del Dalai Lama, se ne accorse ben presto il governo di Pechino che, nel 1964, alla 151ª Conferenza del Consiglio di Stato, lo rimosse dalla sua pozione con questo comunicato: «Dopo che il Dalai Lama ha messo in scena la ribellione traditrice del 1959, è scappato all’estero e ha organizzato un ‘governo in esilio’, ha istituito una finta costituzione, ha sostenuto i reazionari indiani che hanno invaso il nostro paese, ed ha preso parte all’organizzazione e all’addestramento di forze armate tibetane che sono fuggite all’estero con l’obbiettivo di attaccare i nostri confini. Tutto ciò prova che egli si è alienato dal paese e dal popolo, e si è ridotto ad essere un traditore che lavora per gli imperialisti e per i reazionari all’estero». Lo stesso ruolo di sovversivo finanziati dai servizi segreti americani, il Dalai Lama lo ha ricoperto nel 1989, negli anni ‛90, nel 2008, e ancora oggi lo ricopre. Una buona analisi del religioso e del suo gruppo la si legge in Development of Tibetan Culture: «La cricca del Dalai Lama sta facendo molto rumore in tutto il mondo dicendo che “la cultura tibetana si sta estinguendo” e, con questo pretesto, sta diffondendo opinioni anticinesi con il sostegno di forze internazionali antagoniste. Dai 40 anni seguiti alla Riforma Democratica del Tibet si può chiaramente percepire che ciò che la cricca del Dalai Lama vuole non è altro che ostacolare il reale sviluppo della culturale tibetana».

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7 settembre 2015 1 07 /09 /settembre /2015 07:45
Governo Renzi sempre più a destra: mandatelo a casa!

La scelta del governo Renzi di "sfidare Bruxelles" tagliando le tasse sulla prima casa anzichè favorire l'occupazione ammorbidendo la flessibilità in uscita con modifiche alla legge Fornero, accentua ulteriormente la sterzata a destra dell'esecutivo, che si incammina così sulla via tracciata dai precedenti governi tecnici nonchè da quelli di Silvio Berlusconi: favorire la proprietà, allinearsi con gli imprenditori, strizzare l'occhio esclusivamente alle classi medie trascurando i bisogni elementari delle categorie più deboli. In questo quadro si inseriscono anche gli interventi sui diritti dei lavoratori, il Jobs Act con l'abolizione dell'articolo 18, i controlli a distanza sui dipendenti, gli attacchi ai sindacati. Tutto quello che non è riuscito in vent'anni alla destra sembra ora a portata di mano di questo cavallo di Troia che, senza essere stato eletto da nessuno ma con l'astuzia tutta italica e i numerosi voltafaccia, è riuscito ad assumere il controllo di quello che fu il più grande partito di opposizione ed è ora diventato una nuova democrazia cristiana, senza però neppure la sia pur discutibile grandezza di quest'ultima. Se la minoranza del pidì ha ancora un minimo di dignità, deve ora ricompattarsi e fare fronte comune con le opposizioni (di destra e di sinistra, perchè il pidì renziano è post ideologico e non ci devono essere scrupoli a combatterlo) e rimandare a casa Renzi: sul Senato elettivo, o su qualsiasi altro provvedimento, inutile o dannoso, che il governo del "fare" (male) sta attuando a colpi di "fiducia". E poi puntare a nuovo esecutivo con una coalizione di sinistra e i 5 stelle, che sono l'unico partito in grado di battere il sedicente "partito della nazione" nei ballottaggi delle prossime elezioni politiche.

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5 settembre 2015 6 05 /09 /settembre /2015 09:47
La Finocchiaro secondo le fonti di Bei avrebbe consigliato a Renzi di trattare con la minoransa pidì sul senato non proprio elettivo ma quasi
La Finocchiaro secondo le fonti di Bei avrebbe consigliato a Renzi di trattare con la minoransa pidì sul senato non proprio elettivo ma quasi

Francesco (Maria) Bei su Repubblica scrive di politica ma in pectore si sente autore di telenovele o almeno romanzi di appendice. Ecco come descrive il ripensamento di renzy sul Senato elettivo (che poi ripensamento non è, i renzisti propongono questa soluzione minimalista già da parecchio tempo:

"Renzi, che alle strette ragiona come un politico e sa distinguere una sfida da una roulette russa, li ha guardati negli occhi e ha capito: "Va bene. Ditemi cosa posso fare". È a questo punto che Anna Finocchiaro - da relatrice del testo ne conosce ogni piega più nascosta - ha abbassato la voce, si è avvicinata ancora di più al tavolo e ha spiegato quanto aveva concordato prima della riunione con Boschi e Zanda: "Devi accettare l'idea del listino. Ci abbiamo riflettuto e pensiamo che il problema dell'articolo 2 possa essere aggirato. Senza toccare quell'articolo, possiamo inserire la norma sul listino in altri due articoli che la Camera ha modificato".
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5 settembre 2015 6 05 /09 /settembre /2015 08:31
L'Austria apre le frontiere e bacchetta Orban

Comunicato del Cancelliere austriaco su Facebook (?) e nostra traduzione:

Bundeskanzler Werner Faymann erklärte heute nach einem Gespräch mit dem ungarischen Premierminister Victor Orban, in Abstimmung mit der deutschen Bundeskanzlerin Angela Merkel: Aufgrund der heutigen Notlage an der ungarischen Grenze stimmen Österreich und Deutschland in diesem Fall einer Weiterreise der Flüchtlinge in ihre Länder zu. Im Übrigen erwarten wir, dass Ungarn seinen europäischen Verpflichtungen, einschließlich der Verpflichtungen aus dem Dubliner Abkommen nachkommt. Zugleich aber erwarten wir von Ungarn die Bereitschaft, die bestehenden Belastungen auf der Basis der von der Europäischen Kommission angestrebten fairen Verteilung der Flüchtlinge und des geplanten Notfallmechanismus zu lösen, zu dem wir heute einen Beitrag leisten. (t.b.)

Il Cancelliere federale Werner Faymann, dopo un colloquio col primo ministro ungherese Victor Orban, in accordo con la Cancelliera federale Angela Merkel, ha chiarito quanto segue: sulla base dell'emergenza attuale alla frontiera ungherese, l'Austria e la Germania autorizzano in questo caso la prosecuzione dei viaggio dei profughi nei propri Paesi. Per il resto ci aspettiamo che l'Ungheria adempia ai propri obblighi europei, inclusi i doveri che nascono dal trattato di Dublino. Ugualmente però ci aspettiamo dall'Ungheria la disponibilità ad allentare le attuali restrizioni sulla base dell'equo trattamento dei profughi auspicato dalla Commissione europea e del meccanismo progettato per fronteggiare l'emergenza, al quale oggi offriamo un contributo.

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3 settembre 2015 4 03 /09 /settembre /2015 13:05
Il berlusconismo visto dalla Luna, di Franco Cordero

~~“GAFFE”, vocabolo nautico, è l’asta munita d’un ferro a uncino per l’accosto; nonché l’atto inopportuno; e Matteo Renzi, è gaffeur nei due sensi. Tale l’abbiamo visto in varie occasioni, da quando saltava sul palco allontanando un dolente predecessore; «togliti, mi metto io». Nel Nazareno, santuario Pd (febbraio 2014), dichiara «piena sintonia» con Silvio Berlusconi. Così prende le parti d’un avventuriero la cui stella vola bassa (cortigiani di lungo corso cambiano cautamente divisa): stupore in platea; ma che la peripezia del sindaco fiorentino non finisca qui, è segno d’uno stato morboso nell’organismo politico. Il Colle soffiava lo sciagurato vento delle “larghe intese”. Dalla fine secolo oligarchi della pseudosinistra baciavano la pantofola berlusconiana, dando a intendere che fosse Realpolitik. Era egemone, pifferaio ricco da scoppiare, e lo rimane quando va al governo il centrosinistra: ex comunisti garantiscono intangibili i fondamenti del conflitto d’interesse; manovre camerali lo riqualificano aprendogli la via d’una doppia rivincita. Fosse meno malaccorto, con rudimenti d’ arsgubernardi, in mano sua saremmo una monarchia caraibica. Siamo quasi salvi perché gli mancano le abilità dei maiali nell’Animal Farm. Qui filtra il significato etimologico del bisillabo “gaffe”, l’uncino. L’ingordo rampante s’è impadronito del Pd: era la prima mossa e non basta; cercando sostegni meno malsicuri (mancava poco che un redivivo strappasse il premio a Montecitorio), s’è visto erede naturale dell’ormai ottuagenario; e agisce quale futuro autocrate d’un partito “nazionale” (l’aggettivo figurava nelle sigle fascista e nazista). La scandalosa «piena sintonia» era gesto rassicurante verso i “moderati”: «non vengo da sinistra»; e che l’idea abbia radici profonde, lo dicono Rimini e Pesaro. Comunione e Liberazione non regala favori. Erano applausi sviscerati. Re Lanterna ha un Delfino. Esistono gaffe perdonabili, anche se gravi ad litteram , quando l’atto o l’emissione verbale siano accidenti del comportamento. Non pare il nostro caso. Nel predetto meeting (26 agosto) lo strenuo parlatore condanna vent’anni della storia d’Italia, presupponendo che Berlusco Magnus fosse uno statista con le carte in regola, e chi lo nega disseminasse peste giacobina. Forse viveva sulla luna ignorando conflitto d’interessi, illegalismo sfrenato, abuso dello strumento legislativo: quindi non sa come l’Olonese abbia dissestato la macchina penale instaurando aree d’impunità; con che toupet tentasse tre volte d’arrogarsi l’immunità mediante leggi invalide; e quanto una devastante criminofilia incidesse nelle sventure economiche d’Italia. L’aveva portata a due dita dalla bancarotta. O sa l’accaduto e lo ritiene fisiologico, quasi fosse prassi politica svenare un Paese istupidendolo: l’inquinamento sapeva d’epidemia cinquecentesca (morbo gallico o ispanico); se è così, l’indifferenza indica vuoto morale. L’ascesa berlusconiana è malaffare: corrompe, falsifica, plagia, froda; l’impunità della quale gode, fa scuola; ancora qualche anno e lo scenario sarebbe molto triste. Matteo Renzi non ha gli spiriti animali del caimano, né issa bandiera nera, ma la successione a Re Lanterna presuppone delle affinità. Una è l’impulso a esibirsi. Stavolta svelava un disegno: battere cento teatri con musiche, film, scene dal vivo, raccontando mirabilia governativi; e sarebbe visione allucinatoria mussoliniana; l’animavano divise, sfilate, armi finte, parole ipnotiche (una molto spesa era “impero”). L’inconveniente delle fantasmagorie è che non resistano al vaglio empirico. Ad esempio, nessuno può abolire l’imposta sulla casa dall’anno 2016, lasciando intatti i quadri della spesa e l’enorme debito pubblico, quando la crescita resta un desiderio. Il ministro competente, sgomento, domanda sotto voce dove scovare i soldi. Lo scilinguato Delfino non se ne preoccupa. Nel gesto autocratico supera l’ancora quasi regnante ( non s’illuda d’una devoluzione spontanea). Davanti ai ministri sta in posa napoleonica. Tra le dicerie fornite dal meeting adriatico eccone una: li convoca in colloqui a due voci; ognuno dica in qual modo magnificare l’opera governativa nelle predette messinscene. Quintino Sella e Giolitti inorridirebbero. Non è più tempo d’ en plein alle urne. Sette Regioni davano MR declinante. Grazie all’Italicum, monumento d’insigne furberia, può darsi che per il rotto della cuffia esca autocrate d’un “partito nazionale”, disponendo dei numeri nella monocamera: avrebbe vinto la componente berlusconoide d’un elettorato ibrido; non è apporto gratuito né duraturo. Corrono dei patti. I partner esigono quel che garantiva il predecessore ossia affari facili e rendite comode, quindi privilegi, linea criminofila (la chiamano garantismo), norme malleabili, condoni; e risorsa sine qua non , la prescrizione qual è assurdamente congegnata, che inghiotta uno o due processi su tre. La calcolava sulla misura delle sue pendenze penali. Confessando «piena sintonia », li rassicura, ma la politica morbida ha dei costi. Il patto elettorale include un volatile dal nome melodioso, “vampiro”: corruzione, evasione fiscale, economia criminale sommersa dissanguano lo sventurato Paese, divorandogli il futuro; tengono banchetto i parassiti e non se ne esce perché la crisi economica innesca circoli perversi (causando declino intellettuale e atonia morale, esaspera l’impoverimento). Rivediamo l’Italia descritta da Leopardi, parolaia, bigotta, sguaiata, inerte. Sa d’imbonimento che l’impresario le mandi una compagnia ministeriale in cento teatri con musica e recite.

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2 settembre 2015 3 02 /09 /settembre /2015 18:04
Le docce di Auschwitz: se il caldo fa brutti scherzi

La direzione del museo di Auschwitz ha recentemente installato delle docce all'esterno del campo per rinfrescare i vistatori e prevenire malori in questi giorni di caldo torrido (38° in Polonia). Ma alcuni ebrei tradizionalisti gridano allo scandalo perché le docce ricorderebbero troppo quelle finte che in realtà erano delle camere a gas, e rappresenterebbero quindi una "profanazione" del luogo, sacro alla memoria del loro popolo.

Direi che gli obiettori sono dogmatici e male informati: 1) le camere a gas non assomigliavano affatto alle docce della fotografia, quella delle docce era solo una scusa dopodichè il gas Zyklon B usciva dalle tubature e non certo dai forellini delle docce. 2) I tradizionalisti non si fanno mai la doccia a casa loro? E' cosa saggia bagnarsi il capo quando e dove ce n'è la necessità:; o forse ci si aspetta che i visitatori cadano per un colpo di sole e subiscano le stesse torture dei deportati? Se ciò accadesse (come nel recentre padssato) qualcun altro potrebbe incolpare e far causa ai responsabili del Museo se non alleviassero il disagio di quanti, vecchi, donne, bambini e adulti compiono ogni giorno il pellegrinaggio della memoria: Auschwitz è uno dei luoghi più visitati al mondo.

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29 agosto 2015 6 29 /08 /agosto /2015 12:27
Da Rimini a Milano, Renzi fa la festa alla sinistra

Non mi è molto simpatico, Renzi, ma gli devo riconoscere un'ammirevole coerenza: è dai tempi dell'elezione del presidente della repubblica e della rottura del patto del Nazareno che non dice e non fa nulla che sia riconducibile sia pur vagamente al patrimonio ideologico della sinistra. Questa estate il suo ritorno alla politica attiva è stato caratterizzato dall'intervento alla Festa di CL a Rimini e dalla gestione del festival dell'Unità di Milano. A Rimini, Renzi ha promesso l'abolizione per tutti delle tasse sulla prima casa (super-attico o monolocale che sia) e ha detto che l'Italia è stata paralizzata da "vent'anni di berlusconismo e di anti-berlusconismo", dimenticando che il secondo non ci sarebbe stato senza l'occupazione "manu militari" dello Stato e dell'informazione pubblica e privata da parte del primo. Equiparare Berlusconi ai politici, agli intellettuali e agli artisti che "a mani nude" si sono opposti al suo strapotere (spesso pagando con il licenziamento e l'emarginazione) è come equiparare fascisti e partigiani, qualcosa che Renzi non ha ancora fatto, sebbene la sua partecipazione al settantesimo anniversario della Liberazione sia stata ben più distratta del suo interventismo all'Expo. Alla kermesse gastronomica di Milano, facendo perfino modificare le parole dell'inno di Mameli, ha chiarito la propria visione dell'Italia, più pronta alla "vita" - nel senso di viverla - che al sacrificio; i sacrifici li ha comunque imposti alla parte meno tutelata del Paese, che non ha neppure ricevuto la tanto sbandierata mancia di ottanta euro.

L'episodio più clamoroso (finora) del festival dell'Unità di è stato invece la trasformazione in tribuna per la sparata del dirigente di Confindustria, Squinzi, contro i sindacati, responsabili a suo dire del mancato progresso dell'Italia. Non stupisce tanto il voltafaccia di Squinzi, presentatosi sulla scena tempo fa come un progressista estimatore di Landini, quanto l'uso osceno di una festa che ha un passato non dico glorioso ma almeno decente: fa il pari con l'uso indecente dell'Unità, che fu il quotidiano fondato da Gramsci ed ora ospita le sparate tromboniche di Staino contro la sinistra del PD.

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