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26 agosto 2015 3 26 /08 /agosto /2015 08:53
Come lavare i piatti in meno di 5 minuti

Occorrente: Una spugnetta, del detersivo per piatti, dell'acqua calda.

Mettete tutti i piatti, le posate e le pentole sporche nel lavandino. Mettete un po' di detersivo in una pentola poco sporca (per esempio quella in cui avete bollito l'acqua della pasta) e aggiungete acqua calda in modo da produrre schiuma abbondante. Mettete la pentola sul ripiano del lavello accanto a voi.

Come lavare i piatti in meno di 5 minuti

Insaponate SENZA FAR SCORRERE L'ACQUA tutte le stoviglie da lavare, cominciando da quelle meno sporche come i bicchieri e le posate, e deponetele con ordine sul piano del lavello, impilandole se necessario. Lasciate per ultime quelle più unte e incrostate, che idealmente avreste già dovuto insaponare e lasciare da parte con un po' d'acqua in ammollo. Alla fine rimettete nuovamente nel lavandino tutte le stoviglie insaponate (pentole e padelle in fondo, sopra i piatti, in cima posate e bicchieri) in modo che si trovino direttamente sotto il getto dell'acqua. Sciacquate accuratamente il ripiano del lavello. Sciacquate anche la spugna.

Fate scendere l'acqua calda. Risciacquate e mano a mano, senza bisogno di asciugare, riponete direttamente le stoviglie negli appositi comparti dello scolapiatti. Ricordatevi di riporre capovolti bicchieri, ciotole e pentole per non ritrovarle piene d'acqua. Anche le posate, se inossidabili, non richiedono asciugatura. Tempo complessivo: 4 minuti e 15 secondi, fotografie comprese.

Come lavare i piatti in meno di 5 minuti
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25 agosto 2015 2 25 /08 /agosto /2015 11:20
Perché non andrò all'Expo

~~(Sono debitore di molte di queste argomentazioni al sito no-expo) Non andrò all’ Expo perché sono convinto che le esposizioni universali siano residuati di un’epoca finita che, salvo eccezioni particolari, si risolvono in un flop economico-partecipativo, lasciando macerie sui territori (da Siviglia a Saragozza). Non andrò all’ Expo perché “Nutrire il Pianeta-Energia per la vita” è un tema fasullo dietro cui si cela il vuoto progettuale di una metropoli senza idee e senso di sé, se non come mostro che impatta su una regione di 500 Kmq, imponendo un modello tutto auto, cemento, consumo di suolo, poli logistici, valorizzazioni immobiliari. Cosa possiamo insegnare ai contadini del Sud del Mondo, posto che loro abbiano bisogno dei nostri insegnamenti? Non andrò all’ Expo perché non vi si contestano le politiche dell’agro-Industria, degli OGM, delle monoculture e delle sementi ibride che affamano quattro quinti del pianeta, non vi si parla di modelli alimentari imposti a chi per secoli ha vissuto mangiando e bevendo e che di colpo si ritrova senza cibo e acqua a causa di un modello di sviluppo da secoli basato sullo scippo di risorse e futuro. Un modello che le tante campagne ONU, comprese quelle che sponsorizzano Expo 2015, non hanno certo scalfito. Non andrò all’ Expo perché Expo non è solo il sito espositivo; dal 2007 a oggi ovunque sul territorio sono proliferate opere grandi e piccoli, speculazioni, cementificazioni, in nome e per conto di Expo, secondo una logica che il dossier iniziale di candidatura ha ispirato (la Milano dei grattacieli, di Citylife e Santa Giulia, il Parco Sud devastato dal CERBA e dai nuovi progetti infrastrutturali a ovest e a est della città, la TAV, il polo logistico ad Arese, Cascina Merlata e il villaggio Expo) e che il Masterplan successivo ha solo scalfito, eliminando fantomatici percorsi ma senza cambiare la rotta. Non andrò all’ Expo perché Expo 2015 nasce viziato da un deficit di democrazia e da un grosso conflitto di interesse: nessun organo elettivo e di rappresentanza democratica ha mai deliberato di fare Expo 2015 a Milano; la scelta dell’area di Rho-Pero per svolgervi la rassegna è un grosso regalo a Fiera, proprietaria di gran parte dei terreni. La valorizzazione dell’area e il trasferimento di risorse dalle casse pubbliche a quelle private (tra costi dell’area, costi per realizzare Expo e costi per le infrastrutture superiamo abbondantemente i 10 mld di euro di finanziamenti pubblici) sono i veri obiettivi di Expo. Non andrò all’ Expo perché le bugie sul lavoro che verrà (70.000 posti dicevano) sono quotidianamente smentite dal modello occupazionale, che le attività, più legate all’operazione Expo, rappresentano in concreto: lavoro precario, lavoro nero, caporalato, zero diritti, poca sicurezza; è così nei cantieri, in Fiera, nei services, nei poli logistici. A beneficiare della rassegna non saranno i cittadini (manco le metropolitane promesse…) ma speculatori, mafie, banche. Non andrò all’ Expo Expo perché lo pagheremo tutti noi in termini di tagli da altre voci di spesa pubblica (vedere legge 133-2009), di beni comuni privatizzati, di territori agricoli e a parco devastati. Expo alimenta un meccanismo , peraltro già consolidato a Milano, di privatizzazione, spoliazione e trasferimento di ricchezza dal pubblico agli interessi di pochi soggetti privati, a scapito dei bisogni della collettività e dei diritti dell’abitare. Non andrò all’ Expo perché è insostenibile per Milano, per l’Italia, dentro la crisi. Non possono permetterselo enti locali al collasso, né un paese sull’orlo del crack finanziario. Expo è un lusso che rischiamo di pagare pesantemente anche in termini di debiti futuri. Quante volumetrie hanno promesso ai finanziatori di Expo? O quali altri affari per ricompensarli? Expo non migliora Milano, non affronta e non risolve i problemi quotidiani, non alimenta un nuovo rinascimento municipale, ma solo le tasche di chi ha contribuito a devastare la metro-regione Milano negli ultimi decenni.

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24 agosto 2015 1 24 /08 /agosto /2015 10:47
Esseri umani o zombie?
Esseri umani o zombie?

Non so chi ha detto che in Italia la situazione è spesso grave ma non è mai seria. Ne troviamo conferma ogni giorno in un paese che annaspa ma spende una fortuna in telefonini, che si fida di volta in volta del ciarlatano di turno, l'altro ieri Mussolini ieri Berlusconi oggi Renzi. Un paese che scopre la bandiera solo in occasione dei mondiali di calcio, ha paura degli stranieri e considera gli omosessuali dei malati. Un paese dove emerge solo chi ha alle spalle dei parenti, dei conoscenti, dei padrini, come i Casamonica.

Se ci spostiamo dal microcosmo di casa nostra al macrocosmo dell'Europa e del mondo la situazione è meno farsesca ma non più confortante: l'intero pianeta è sull'orlo di una crisi isterica. L'unica cosa che sembra contare sono i listini delle Borse, tutte in profondo rosso per la crisi del "gigante cinese", o per l'ennesimo "salvataggio" della Grecia (vale a dire delle banche europee creditrici della Grecia), o per le deludenti prospettive di crescita del PIL degli Stati Uniti, o per qualsiasi altra cazzata.

Al Moloch della finanza internazionale si sacrifica qualsiasi altra considerazione, come l'immane tragedia dello spostamento di milioni di esseri umani alla ricerca della sopravvivenza e di condizioni di vita dignitosa, trattati come una peste da contenere per mezzo di reticolati e di gas lacrimogeni. Così nello stesso giorno, in un patetico gioco delle parti, Junker dichiara che "non è l'Europa dei muri quella che lui vorrebbe" mentre la Merkel e Hollande si accordano per istituire un' "euro-polizia" alle frontiere. Come se l'Europa dell'Euro finora fosse stata qualcosa d'altro che una gigantesca polizia, nata per reprimere le legittime aspirazioni dei popoli che ne fanno parte o che vorrebbero farne parte. Se ci si vuole distrarre da questo scenario, si possono seguire le imprese dell'IS e dei suoi accoliti, che di questa fuga di massa dalla Libia, dall'Iraq e dalla Siria sono la causa principale.

Tutto sommato, è meglio ridere dell'Italia da operetta che celebra la sua Expo piuttosto che riflettere sull'immane tragedia che ci circonda, almeno fino a quando potremo illuderci di non esservi coinvolti. Perciò, grazie ai Renzi e agli Alfano e agli altri clown che ci nascondono pietosamente i sintomi del contagio.

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23 agosto 2015 7 23 /08 /agosto /2015 10:55
I funerali di Casamonica e quelli di Andreotti

Non mi scandalizzo per un funerale, ma se proprio devo scelgo il funerale giusto. I Casamonica, clan malavitoso che (in buona compagnia) spadroneggia a Roma, hanno celebrato con sfarzo pacchiano la morte di un loro padrino. Non è tanto un atto di prepotenza quanto la constatazione di un rapporto di forze. L'indignazione nei loro confronti è quindi fuori luogo, ma con chi dovremmo allora prendercela? Con i magistrati che hanno concessoo con un provvedimento urgentissimo a due loro parenti di assistere alla cerimonia? Ma con i tempi della giustizia italiana, se il provvedimento non fosse stato urgentissimo, i familiari avrebbero assistito al massimo alla sua riesumazione. Con i carabinieri che sapevano ma non sono intervenuti? E cosa dovevano fare? Proibire o disperdere il corteo funebre di propria iniziativa? Ma non era,non è stata un'adunata sediziosa, solamente, ripeto, un funerale sfarzoso e pacchiano: semmai sarebbero dovuti intervenire il questore o il prefetto, dopo aver sentito se mai il ministro degli Interni. E allora perchè tanta indignazione?

1) Perchè i Casamonica sono un clan di giostrai rom diventati malavitosi, quindi l'ideale per catalizzare l'indignazione congiunta e ipocrita della destra e della sinistra, e ridare fiato alla tromba un po' sfiatata di Roberto Saviano, l'aedo dell'antimafia.

2) Perchè il PD può rifarsi una verginità democratica organizzando un presidio nell'illusione di far dimenticare il proprio coinvolgimento in uno scandalo vero, quello di Roma capitale.

3) E infine perchè Renzi così può rivolgere un'ennesima interpellanza irosa al sindaco Marino, come se spettasse a lui occuparsi di funerali.

Se proprio devo indignarmi per un funerale, scelgo quello di Andreotti, svoltosi non più di due anni fa ma già rimosso dalla coscienza di tutti. Vero è che il "padrino" democristiano, che attraverso il fido scudiero Salvo Lima fece il bello e il cattivo tempo in Sicilia (bacio o non bacio con Riina, poco importa), scelse un funerale in stile privato. Ma, come riportò il Fatto quotidiano, "a sedere tra le prime file, in Chiesa, c'erano il presidente del Senato Pietro Grasso, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, Ciriaco De Mita, Arnaldo Forlani e Pier Ferdinando Casini". Altro che Casamonica...

I funerali di Casamonica e quelli di Andreotti
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22 agosto 2015 6 22 /08 /agosto /2015 11:04
Il PD risolve il problema dei profughi

L'inventiva dei democratici del nuovo corso renziano non conosce confini. Dopo aver risolto i problemi economici con i 30 euro in busta paga e col Jobs Act, e quella della scuola con la famosa riforma che manda a nord i precari del Sud-Italia e viceversa, ora il partito del 40 per cento (del 50 per cento che è andato a votare) mette mano anche al problema dei profughi: lavoreranno come camerieri alle feste dell'Unità. Un vantaggio per tutti: saranno sottopagati, non si monteranno la testa credendo di essere uguali ai visitatori e soprattutto dimostreranno al mondo che l'Italia sa come risolvere il problema epocale delle migrazioni di massa. Naturalmente bisognerà moltiplicare le feste dell'Unità e farli lavorare a turno, ma questo non sarà un problema per Renzy.

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21 agosto 2015 5 21 /08 /agosto /2015 12:37
Salviamo almeno il bambino, di Concita De Gregorio

BISOGNA respirare lentamente e aspettare che la vertigine, lo stordimento, quella specie di nausea che somiglia alla paura si depositino al centro del corpo. Poi, con calma, ripassare quel poco che si sa: i fatti. Sono poco, i fatti. Sono una sequenza di gesti di cui ci sforziamo di intuire l'origine. Congetture, supposizioni: brandelli di mondi popolati di riti iniziatici, ossessioni, prove di devozione. Subito a fianco il precipizio criminale. L'acido muriatico, il martello. Eppure i ragazzi erano lì, fino a ieri nelle loro stanze, a studiare, sentire musica e studiare. Vent'anni. Avete un figlio di vent'anni? Sempre, dopo, tutti dicono: non si poteva immaginare. I genitori: professori, impiegati. Con questi figli bravi a scuola: liceo Parini, sezione Brocca. Cattolica, Bocconi. Si sente, è contagioso e denso lo smarrimento dei genitori. Erano lì, i ragazzi: a studiare. E poi? E intanto? Da cosa si poteva capire, come si poteva fermare? Dov'è la colpa, dove l'errore? Le vittime, prima di tutto. Le vittime non hanno colpa: soccombono. Passive nell'azione. Innocenti. Partiamo dalle vittime. In questa storia ce ne sono almeno due, e altre due scampate per un soffio. La prima vittima è Pietro Barbini: un ragazzo di 22 anni che in questo preciso momento indossa sul volto una maschera "rigeneratrice" per 18 ore al giorno. Quattordici interventi chirurgici, almeno due anni per capire quanti e quali danni abbia fatto l'acido e chissà quante altre operazioni. È a casa, al buio perché la luce fa male. Una vita bruciata, letteralmente. Fino al giorno prima dell'aggressione Pietro era quel bellissimo ragazzo nelle foto, liceo Parini sezione Brocca, 80 su 100 alla maturità, poi Economia a Boston, laurea imminente. Famiglia solida, fiera di lui. È il padre che lo accompagna all'appuntamento con i suoi aggressori. Un padre che dice vengo con te, ti accompagno. Bisogna immaginarselo, non è difficile. Perché Pietro è nell'elenco dei "colpevoli" da eliminare, giustiziare? Perché al liceo era stato compagno di classe di Martina, Martina Levato. Avevano avuto una storia. Anche lei brava a scuola, 92 su 100 alla maturità, poi la laurea alla Cattolica, poi il master alla Bocconi, Economia. Pietro, intanto, in America. Un giorno - lei ha già incontrato in un locale Alexander Boettcher "the King", è già dentro la spirale della "devozione" - Pietro e Martina si sentono di nuovo. Lei gli racconta. Forse gli mostra dei video. "Umilianti", dicono le cronache. Video in cui Alexander documenta come lei "obbedisca a ogni mio volere". Pietro - forse, si immagina - le dice ma perché fai questo? Forse le dice smettila, lascialo. Forse. Si indovina, da frammenti di atti giudiziari, che lui le dica quel che qualunque amico, qualunque compagno di banco, di studi, qualunque ex ragazzo direbbe. È una brutta storia, Martina. Bruttissima. Questo, più o meno. Si scambiano messaggi su WhatsApp. Lei lo convoca ad un appuntamento. Pietro non sa, naturalmente, di essere il terzo o forse il quarto di una lista di ex ragazzi di lei da cancellare, secondo il rito che la lega al nuovo uomo e che prevede confessione, mea culpa, purificazione. Era toccato prima a Stefano Savi, scampato per miracolo all'acido. Pioveva, aveva un ombrello. Poi ad Antonio Margarito, anche lui studente di economia alla Cattolica: appuntamento con Martina, sosta in macchina, tentata asportazione del pene. Nove punti alla mano, ha visto in tempo il coltello. Ora tocca a Pietro. Due bottiglie di acido in viso. Erano in due, a tendere l'agguato, forse in tre. Rischia di perdere l'occhio destro, l'udito. Di certo ha già perso la vita che aveva immaginato. Il sonno, i desideri. La seconda vittima è un neonato, Achille. La madre le ha dato il nome di un semidio, eroe vendicativo. Qualunque sia la sorte di questo bambino - che sia adottato, che lo crescano i nonni, che la madre possa vederlo o che le sia impedito - arriverà certo un giorno, per molto che lo si voglia tenere all'oscuro della sua identità, in cui scoprirà la sua storia. Nessuno sfugge alla propria origine, neppure quando non la conosce. Arriverà un giorno, per Achille. Che davvero non ha nessuna colpa, davvero non ha scelto e non sa. In qualche modo, tuttavia, vittime sono anche le famiglie. I genitori. Rileggo i resoconti della telefonata del padre di Martina, professore di matematica, al padre di Pietro. È disperato. Immagino le madri. Leggo che il padre del presunto complice della coppia, Andrea Magnani, dice del figlio: era obeso, ossessionato dal fisico. Come se questo spiegasse. Anche Martina era ossessionata dal peso, prendeva anabolizzanti per dimagrire. Alexander le diceva "sei racchietta", poi si faceva in bagno un selfie alla tartaruga all'addome. In casa teneva manette, fruste, pugnali. Sarà un dettaglio, questa ossessione dei corpi. Ne sono tutti vittime, in questa storia. Tutti vittime del desiderio di essere belli di quella bellezza lì: quella da palestra, i'm the king , quella che viene bene nelle foto e ti fa entrare nei privèe da padrone. Tu sei racchietta, io sono il re: ricordalo. Poi il baratro, e la vertigine a guardarci dentro. Dicono le carte, a proposito di Martina: adorazione cieca, ansia psicotica di perdere l'uomo, prove di devozione, rituali violenti. Video umilianti, sesso come catena, tatuaggi fatti col bisturi sul volto. Buio. Black out, nero assoluto. Riemergono come relitti da un naufragio le lauree, i bei voti, le foto di classe, la dieta prima delle vacanze a Gallipoli, la versione di greco, una foto ridente su Facebook. Il tempo prima, il tempo dopo. Qual è stato il momento, cosa è successo, dove? "Non credo nella cattiveria ", ha detto Don Mazzi. Non resta che credere che si possa impazzire da un giorno a un altro, così. Anche questo è difficile, per chi ha figli ragazzi. C'è una storia fonda dietro questa storia orrenda. Un incubo di tanti, se non di tutti. Le vittime innocenti sono certo almeno due, sicuramente due. Uno ha vent'anni, l'altro pochi giorni. Dei carnefici, di quale veleno si siano avvelenati e di cosa li abbia spinti alle orribili loro colpe, non basta il verdetto di un tribunale a spiegare. Né il rassicurante recinto della follia, no di certo. Questo è una storia in cui folli si diventa. Chiusi a studiare, fuori a bere e a ballare. La cosa più importante di tutte, la più difficile, sarebbe capire come, nel vuoto di cosa, perché.

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21 agosto 2015 5 21 /08 /agosto /2015 09:08
La  correttezza di Tsipras e il golpe di Renzy

La politica si distingue dall'utopia perchè è l'arte del possibile. Così Tsipras si è convinto che l'Europa avrebbe stritolato la Grecia se si fosse ostinato nella linea politica che i suoi elettori gli avevano affidato, e ha accantonato il progetto di ritornare alla dracma, accettando invece le pesanti condizioni che gli sono state imposte dalla troi(k)a europea. Però è consapevole che gli accordi sottoscritti (compresa la svendita del patrimonio culturale del suo Paese) travalicano il mandato che gli era stato affidato dagli elettori e conseguentemente, coniugando correttezza e fiuto politico, si è dimesso, indicendo nuove elezioni. Si può obiettare che, ritornando all'instabilità politica, la Grecia rischia grosso e rimette in gioco i nuovi "aiuti" del Fondo monetario e dell'Unione europea, ma Tsipras ha scelto il male minore e ha dimostrato sostanziale coerenza e correttezza.

Renzy invece batte una strada ben diversa. Senza mandato popolare e con al suo attivo solo un "mini-golpe" ai danni di Letta, sta stravolgendo le regole del gioco democratico nel nostro Paese senza trovare resistenze all'interno del suo partito. Poco alla volta, forte della sua maggioranza parlamentare che è però minoranza nel Paese, sta cambiando le regole del "gioco democratico" senza sognarsi di chiedere l'avallo agli elettori. L'ultima mascalzonata è il tentativo di regolamentare (leggi: imbrigliare) il dissenso limitando il diritto di sciopero. Proprio lui, che non è mai stato eletto dagli italiani, sta silenziosamente cambiando le regole del gioco in materia di istruzione, di sanità, di manifestazione del proprio dissenso. Ma di fronte al fallimento del suo progetto, visto che l'Italia striscia mentre gli altri Paesi camminano, credo proprio che la collera popolare lo travolgerà. O magari finirà come Mussolini il 25 luglio 1943, destituito da chi l'ha messo in quel posto, dal quale lui lo sta mettendo in quel posto a tutti gli italiani.

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15 agosto 2015 6 15 /08 /agosto /2015 10:21
Tsipras e Renzi

Con maligna soddisfazione i mass media in gran parte filo-renziani commentano quella che chiamano la capitolazione di Tsipras e la scissione di Syriza dopo l'approvazione delle misure economiche da parte del parlamento greco con il concorso dell'opposizione. Capisco la loro gioia. Vedete, sembrano dirci, che non è possibile una soluzione di sinistra alla crisi economica? Vedete che Tsipras non è riuscito a mantenere quello che ha promesso in campagna elettorale? Vedete che la sottomissione più o meno completa ai diktat di Bruxelles è l'unica via percorribile e che non c'è posto per le "anime belle" nel duro agone della politica? Vedete, insomma, come siamo stati furbi e bravi noi italiani non ribellandoci "all'Europa" e facendo "i compiti a casa" anche a costo di aggravare la crisi e farla pagare quasi interamente ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e ai giovani?

Tsipras aveva una missione impossibile affidatagli dal governo, dal parlamento e dal popolo greco: doveva respingere la politica dell'austerity ma allo stesso tempo rimanere nell'euro. Gli è stato fatto capire ancora una volta che non era possibile. Quando la Grecia ha votato no al referendum, lui è tornato al tavolo dei negoziati in apparenza più forte di prima, ma posto di fronte all'ennesimo ricatto non se l'è sentita di prendere la decisione irrevocabile e di affrontare il rischio dell'uscita dall'euro e dall'eurozona. Difficile biasimarlo, le conseguenze erano del tutto imprevedibili. Così ha negoziato un compromesso che attenua un po' le condizioni-capestro imposte dalla troika ma non è sufficente per placare l'ala radicale del suo partito, che promuoverà una scissione dalla quale nascerà un nuovo raggruppamento di estrema sinistra. Probabilmente si andrà a elezioni anticipate: i problemi della Grecia sono tutt'altro che risolti, e non sarebbero stati risolti comunque.

Ma come si riverbera tutto questo sulla situazione italiana? Qui è al governo il pidì con alleati di volta in volta diversi, quindi c'è già una coalizione di centro, soltanto non dichiarata e debole sia politicamente che numericamente. La grande differenza è che in Italia non c'è un'opposizione di sinistra. Renzi è ben più a destra di Tsipras, eppure i parlamentari della cosiddetta sinistra democratica si sfilano uno ad uno senza neppure provare, almeno per il momento, a formare un nuovo partito, per il quale non sembrano esserci nè spazio politico, nè leader credibili. In prospettiva, nonostante siamo messi meglio della Grecia dal punto di vista economico, le nostre prospettive sono ben più grige. L'unica speranza è che il movimento Cinque Stelle, che è il secondo partito in Italia, si sbarazzi della leadership ondivaga di Grillo e Casalegno e si saldi con gli altri (mini) raggruppamenti di suinistra, catalizzando anche il voto di quella metà di cittadini che, comprensibilmente, non va più nemmeno a votare. Poi vedremo se sapremo fare meglio di Tsipras.

Tsipras e Renzi
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13 agosto 2015 4 13 /08 /agosto /2015 08:15
La "lite" tra Merkel e Tsipras

Repubblica di oggi titola "Lite Merkel-Tsipras" che equivale a dire "Lite tra Eichmann e il portavoce della comunità ebraica sulla deportazione degli ebrei di Budapest" oppure, più classicamente, lite fra il lupo e l'agnello su chi abbia sporcato l'acqua da bere.

La "lite" tra Merkel e Tsipras
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12 agosto 2015 3 12 /08 /agosto /2015 16:41

Sulla sua pagina di Facebook, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha pubblicato un post fortemente critico nei confronti del presidente del consiglio Matteo Renzi, accompagnato dalla foto di un cartello stradale di Napoli con la foto di Renzi e la scritta "città derenzizzata". Nè il post nè la foto contengono alcun insulto, ma ciò nonostante, con una decisione senza precedenti, Facebook ha deciso di censurare l'immagine facendo apparire il seguente messaggio:

ATTENZIONE: Immagine forte. Le foto con contenuti forti possono turbare, offendere o infastidire le persone. Confermi di voler vedere questo contenuto? Vedi la foto

Se come me ritenete ridicola e scandalosa questa censura, che in passato non è mai stata usata neppure nei casi di attacchi ben più espliciti a Berlusconi, ecco cosa dovete fare per condividere il post di De Magistris sulla vostra bacheca senza farvi censurare da Facebook:

1) Andate sulla pagine di De Magistris, cliccate su "vedi la foto".

2) Col tasto destro del mouse scaricate la foto sul vostro desktop, salvandola con un nome diverso.

3) Copiate e incollate il post di De Magistris.

4) Caricate la foto dal desktop e aggiungetela al post. Come vedete, la censura di Facebook non può raggiungere tutti i followers di De Magistris.

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