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8 febbraio 2018 4 08 /02 /febbraio /2018 13:45
LA PARRUCCHIERA
Il mio fallimento più grave ad Albese è stato il mio abortito tentativo di farmi tagliare i capelli. La cura della persona era considerato un indicatore significativo della salute mentale, perciò io, che ci tenevo a ben figurare in vista di un pronto ritorno alla libertà, dopo essermi sbarazzato "in autonomia" della barba, decisi di farmi accorciare anche i capelli che, lunghi e disordinati com'erano, mi conferivano l'aspetto di un profeta dei paradisi psichedelici, una specie di Ginsberg agli ultimi stadi della confusione.
Mi informai e seppi che la parrucchiera di Albese veniva una volta alla settimana, di lunedì, per soddisfare le esigenze dei malati e delle malate di San Benedetto. Mi registrai presso la "medicheria" (?) al primo piano e attesi fiducioso le 14,30 del giorno fatidico, ora in cui, ad arbitrio esclusivo della parrucchiera, sarebbe stato pubblicato e appeso in bacheca l'orario delle sue prestazioni professionali della giornata. Quando ciò accadde (in ritardo di una buona mezz'ora) appresi con grande delusione che, in ossequio all'adagio britannico "ladies first", nonostante mi fossi segnato per primo, sarei andato "sotto i ferri" per penultimo, alle ore 17.
Con largo anticipo mi presentai nel locale adibito a salone di bellezza in fondo al corridoio del pianterreno, un piano solitamente off limits per noi poveri picchiatelli, in cui erano ospitati malati sofferenti di patologie ancora più gravi, solitamente in carrozzella. La sala era angusta, ci entravano a stento due sedie da parrucchiere, mentre altre clienti sostavano in corridoio col capo sovrastato da un casco. Il tutto mi dava un'impressione di sporcizia e squallore, confermata dal camice macchiato e dall'espressione arcigna della vecchia megera che dirigeva la baracca, assistita dalla figlia. Le chiesi informazioni e con mala grazia mi disse che c'era un lieve ritardo, e di aspettare seduto perché ingombravo il passagio.
"Allor mi volsi come l'uom cui tarda di veder quel che li convien fuggire e cui paura sùbita sgagliarda" (Dante) e vidi la grande vetrata del salone gremito di carrozzelle con occupanti in gran parte in stato di incoscienza, anche se i vivaci e consapevoli erano mescolati con loro. Metà di loro guardava dalla parte del giardino, l'altra metà era attratta dallo spettacolo spassoso della messa in piega di vegliarde loro conoscenti.
Ero molto a disagio, osservato da quegli occhi che non sapevo se mi vedessero o no, e ripensavo a quel capitolo dello Straniero in cui Meursault veglia il cadavere della madre sotto lo sguardo severo dei vecchi dell'ospizio. Attesi un'altra mezz'ora ma quando si avvicinò l'ora di cena me ne andai, cedendo il mio posto a Vittorio che, ironia della sorte, fu servito quasi subito e tornò nel seminterrato col pelo rarefatto ma ordinato.
Dopo quel fallimento non ci provai mai più e attesi il giorno della Liberazione (che d'ora in poi festeggerò il 5 gennaio e non il 25 aprile) per andarmene da Albese e affidare la mia chioma al solito parrucchiere, che ha più o meno l'età di quei malati, ma la mente e il corpo vispi cone un quarantenne.Noin per niente è anche il parrucchiere del maestro Shirai!
La parrucchiera di Albese

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8 febbraio 2018 4 08 /02 /febbraio /2018 11:30

I PASTI AD ALBESE
Dire che i pasti ad Albese erano pessimi è un eufemismo bell'e buono: in realtà erano francamente immangiabili, anche se io facevo un punto d'onore nel non lasciare nulla nel piatto. Il rituale del pranzo e della cena mi pareva una metafora delle grandi occasioni della vita: precedute da un'attesa spasmodica, effimere e insipide, seguite da un amaro senso di disillusione.
Alle 12 in punto una campanella annunciava che il pranzo era pronto e i pazienti (quelli svegli) si affrettavano a lasciare le camere e a riversarsi in "sala da pranzo" dove sedevano, in gruppi di quattro, al tavolo loro assegnato.
Dopo un tentativo, spesso abortito, di far recitare ai degenti una preghiera di ringraziamento, due membri dello staff, di solito un'infermiera e un inserviente, servivano ai tavoli il pranzo, che consisteva sempre in un primo, un secondo e un "dessert". L'unica bevanda disponibile era l'acqua corrente, che un recente decreto del sindaco di Albese con Cassano aveva dichiarato nuovamente bevibile dopo un periodo di sospensione. Il primo consisteva in due mezze porzioni (scarse) di due piatti diversi, per esempio risotto col radicchio e farro con l'olio. Il formaggio grattugiato era disponibile a giorni alterni e solo dopo ripetute richieste (ah, quanto ho rimpianto le provvidenziali bustine del Fatebenefratelli, anche se mi sono costate un incisivo!). 
Il secondo piartto rappresentava una grande incognita, nella quale l'unico elemento prevedibile era (nel migliore dei casi) l'assenza di qualsiasi sapore: che si trattasse di carne stracotta o di pesce sotto mentite spoglie o di verdura con contorno di verdura, tutto "sapeva di niente". Per carità cristiana tralascio i commenti sulle "lasagne vegetariane", sulla cassoeula e sulla trippa, che di solito finivano nel contenitore dell'umido. Il dessert poteva consistere in una banana o in un caco o in un set di due o tre mandarini. Talvolta invece ci toccava uno yogurt o un budino o addirittura un gelato. Il tutto durava da quindici minuti a mezz'ora, dopodiché era cura di ciascuna tavolata ripiegare in modo rituale e riporre le due tovaglie (una verde, l'altra gialla) che ricoprivano il tavolo; di solito l'onere toccava al commensale più lento.Io riuscii a sfuggire alla corvée per l'intero periodo del mio ricovero.
Un'alimentazione così scadente produceva l'effetto di far dimagrire rapidamente gli ammalati più schizzinosi. Io invece acquistai, o meglio recuperai,parecchi chili, grazie alle integrazioni con provviste acquistate faticosamente al supermercato ("Giulio, cosa mi consigli di prendere?") e riposte nel mio armadietto. In complesso, comunque la spartana educazione ricevuta soprattutto da mio padre ("Devi mangiare tutto se non vai a giocare ai giardinetti) mi aiutò molto a superare la "prova del cuoco".

I pasti ad Albese

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8 febbraio 2018 4 08 /02 /febbraio /2018 09:19
GIULIO
Mio figlio Giulio è stato il mio principale alleato in questa lunga lotta contro la depressione. Per un anno ha stoicamente sopportato un padre lamentoso e irriconoscibile che gli telefonava e lo inondava di messaggi più volte al giorno, chiedendogli aiuto anziché trasmettergli sicurezze, e ha sempre esibito la convinzione che la bufera sarebbe passata.
Ricordo di averlo chiamato in preda al panico nel giugno scorso, al termine di una lezione di karate nella quale la mia incapacità di seguire la spiegazione del maestro e di applicarla si era convertita in un indefinito malore fisico. Lui era in partenza per la casa della sua fidanzata ma aveva annullato l'appuntamento e si era precipitato da me. Durante l'estate aveva tollerato il mio umore nero in vacanza, assicurandomi che almeno lui si stava divertendo e rilassando nonostante girasse per mare e monti con un'autentica palla al piede.
In autunno, quando ormai ero costretto a letto o al massimo in poltrona dall'intervento di ernia inguinale ma soprattutto dal "male oscuro" che ingigantiva i miei sintomi, Giulio aveva fatto la spesa al posto mio, cucinato per me, mangiato con me, guardato i telefilm con me, dormito a casa mia per tenermi compagnia. Quando si era convinto che avessi urgente bisogno di un ricovero, mi aveva accompagnato ben tre volte al pronto soccorso, aspettendo pazientemente lunghe nottate e interminabili giornate. Aveva persino azzeccato l'ospedale giusto dopo due tentativi al Policlinico andai a vuoto.
I suoi impegni non si erano certo esauriti col mio ricovero al Fatebenefratelli: veniva a trovarmi quotidianamente, mi lavava la biancheria e me la riportava, mi aiutava a farmi la barba, trovava sempre una parola di conforto o una battuta scherzosa per farmi sorridere. Aveva momentaneamente preso in consegna la palestra, insegnando al posto mio e curandone la contabilità, facendo insomma in modo che, al mio ritorno (che lui non aveva mai smesso di credere prossimo) io ritrovassi il piccolo mondo che avevo perso.
La sua iniziazione alla vita adulta proseguì dopo il mio trasferimento a psichiatria: fui costretto a consegnargli la carta di credito, la tessera bancomat, persino le chiavi di casa. Si trovò di colpo plenipotenziario della mia esistenza e quasi mio rappresentante legale: ebbene, non approfittò mai del suo "status", non spese mai nulla senza chiedermi il permesso, pagò le mie bollette, curò le mie relazioni, fece pulire il mio appartamento.
Durante il mese che passai in convalescenza ad Albese, affrontò due o tre volte alla settimana il lungo e scomodo tragitto per venirmi a trovare, mi portò fuori a pranzo e passò insieme a me il giorno di Natale. Fu il primo a notare i miei progressi e a rallegrarsene, rassicurandomi nelle mie residue incertezze e restituendomi i "pieni poteri" appena fui in grado di gestirli. Ancora oggi si assicura ogni tanto che io "segua la terapia" ma fortunatamente, come me, vede finalmente la luce in fondo al tunnel, contento che suo padre non sia più, come dico scherzosamente, una "testa di pazzo".
Giulio

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6 febbraio 2018 2 06 /02 /febbraio /2018 15:07
GIANCARLO
Giancarlo era un grandissimo rompicoglioni, lagnoso e infantile. A dargli retta, vi raccontava mille volte la sua storia di giocatore di calcio semi-professionista la cui carriera era stata bruscamente interrotta...da cosa? dalla malattia? Su questo Giancarlo non era chiarissimo, ma intanto vi chiedeva di continuo di cambiare letto, armadietto, coperta, cuscino. Non avevo per caso due euro per le macchinette?
Se gli davate retta, per voi era finita. Vi si attaccava come una blatta e faceva solennemente conoscenza con chiunque vi venisse a trovare, avvelenando quei pochi minuti di intimità con la storia non richiesta delle sue disgrazie.
Se non gli davate retta (come finii per fare io dopo due giorni di persecuzioni) vi metteva sulla sua lista nera e vi provocava, mettendosi sulla vostra strada in corridoio o chiudendo la finestra che avevate appena aperto o accendendo la luce che avevate appena spento.
Suscitava in me l'irresistibile tentazione di mettergli le mani addosso, frenata tuttavia dall'utilitaristico calcolo delle possibili conseguenze.Uno dei suoi divertimenti preferiti era spuntare in "soggiorno" quanto qualcuno stava guardando o ascoltando qualcosa in televisione, chiedere il telecomando per un attimo, cambiare canale lasciando interdetto l'interlocutore, dopodiché i casi erano due: a) se ne andava portandosi via il telecomando; b) guardava per cinque minuti un altro programma e poi se ne andava, riaffacciandosi dieci minuti dopo con la stessa pretesa.
Negli ultimi giorni era diventato superstizioso e mi accusava di portargli male con il mio sguardo non proprio benevolo. In particolare mi additava come colpevole della rottura del suo orologio, che gli era semplicemente caduto di mano. Anche gli occhiali gli si erano rotti, evento che provocò una nuova geremiade contro non meglio precisati colpevoli.
Oggetto preferito delle sue invettive era però la madre, alla quale il Cecco Angiolieri del Fatebenefratelli rimproverava di averlo fatto riconverare, di non portargli abbastanza soldi e di non riprenderlo a casa.
Sparì dal reparto e si sparse la voce che era fuggito. Secondo Said era stato lui a rubargli il telefonino (difatti poi si rifece col mio). La sua fuga arrecò grande benessere a tutti noi e spero anche a lui, perchè devo ammettere che la causa della sua spaccacoglioneria era probabilmente il suo disagio.

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6 febbraio 2018 2 06 /02 /febbraio /2018 09:06
ASKHAT
Askhat era un giovane delinquente kazako che venne ricoverato in trattamento sanitario obbligatorio al Fatebenefratelli. Arrivò nel cuore della notte, accompagnato da due poliziotti e ammanettato, e con mia grande gioia occupò il letto libero alla mia sinistra. Di corporatura enorme, si distese sul lettino dal quale strabordava pericolosamente e immediatamente iniziò a russare e non cessò fino al mattino seguente.
Askhat fu il principale responsabile involontario della mia parziale insonnia al Fatebenefratelli ma per il resto inizialmente non diede fastidio a nessuno, anzi, con la sua mole imponente scoraggiava i potenziali disturbatori che non mancavano nella nostra stanza, primi fra tutti Said e Aldo.
Dopo qualche giorno Askhat si abituò agli psicofarmaci e dette qualche segno di attività. Girava per il reparto bevendo caffè e chiedendo sigarette a tutti, e si dimostrava particolarmente espansivo nei confronti delle giovani ricoverate. Quando per l'ennesima volta abbracciò la giovanissima Ester sotto gli occhi del di lei padre, l'infermiere di turno lo affrontò con decisione e gli disse di tenere le mani a posto.
l'ultima sera prima della mia dimissione dal Fatebenefratelli accadde un fatto strano. Askhat, che mi aveva raramente rivolto la parola e aveva sempre risposto con un grugnito ai miei saluti, mi offrì una bustina bianca simile a quelle delle zucchero. Gli chiesi che cosa conteneva e lui mi rispose enigmatico: "Tutte cose naturali". Va da sé che non assaggiai il contenuto della bustina e la feci sparire sotto il materasso. Ancora oggi mi chiedo se contenesse della droga o se fosse soltanto un innocuo scherzo di Ashkat. Non dimenticherò facilmente quel rumoroso e vagamente inquietante vicino di letto.
Askhat

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6 febbraio 2018 2 06 /02 /febbraio /2018 08:18
GIULIA 1 E GIULIA 2.
Ne parlo insieme perché, oltre al nome, queste due ragazze condividevano alcune caratteristiche psicologiche, tra le quali un alone di mistero che contribuiva al loro fascino ("nomina sunt omina", i nomi sono dei presagi). Giulia 1 era una bella donna sulla trentina, di cui feci la conoscenza appena arrivato nel reparto psichiatrico del Fatebenefratelli. Entrò con decisione nella grande e nuda stanza dove io mi trovavo, seduto sul letto e frastornato, mentre Giulio stava riponendo i miei abiti nell'armadietto, e chiese se avevamo visto la sua borsa, una domanda che nei giorni seguenti rivolse un po' a tutti. Al nostro diniego pretese di ispezionare il mio e tutti gli altri armadietti, dopodiché, per nulla contenta dell'esito negativo, se ne andò com'era venuta.
La rividi più tardi in corridoio (la main street del reparto!) mi rivolse la parola in tedesco, e seguitò ad alternare le due lingue per un bel po' di tempo, senza ragione apparente. Un pezzo alla volta appresi la sua storia. Era sicuramente un'intellettuale, si occupava della redazione di una rivista e anche di politica e di arte, in un'area ideologica vicina al partito democratico. Era sposata (ma probabilmente separata) e aveva due figli. Per qualche ragione che non mi era chiara, era stata ricoverata in trattamento sanitario obbligatorio e nel trambusto aveva perso la borsa e il telefono. Era assillata dal bisogno di comunicare con i figli e con le amiche, e parlava come se uscire di lì fosse qualcosa che dipendeva solo da lei.
Aiutava con impegno ed empatia le persone che stavano male (e al Fatebenefratelli c'era solo l'imbarazzo della scelta) e aveva la tendenza (molto comune nel reparto) a "cannibalizzare" e sedurre col suo fascino i visitatori al fine di chiedere in prestito il loro telefono per una mezz'oretta. Me la ritrovai ad Albese, evidentemente mandata anche lei a questa vacanza forzata per ritrovare il suo equilibrio. Aveva dimenticato quasi del tutto il periodo passato in psichiatria, ma anche qui scalpitava per la voglia di andarsene e alla fine ci riuscì, interrompendo di sua iniziativa il soggiorno poco dopo aver ottenuto la "green card" che le permetteva di andare e venire "in autonomia". In conformità al regolamento, pertanto, non le sarà più consentito di tornare a Villa san Benedetto, ma dubito che la cosa le dispiaccia perché, da gran signora un radical chic qual era, quell'ambiente provinciale le stava un po' stretto.
 
Giulia 2 era una bella ragazza sui vent'anni dai capelli castani e si trovava già a Villa San Benedetto quando vi arrivai. Era molto cortese, "collaborativa" con lo staff della clinica (la ricordo intenta ad allestire il presepio su indicazione della sua educatrice, e si accompagnava spesso a Beniamino nelle quotidiane passeggiate nell'ampio parco che circondava la villa. Li invidiavo molto quando partivano per i loro giri mentre io non avevo ancora ottenuto il famoso "bollino verde", e mi chiedevo cos'avesse che non andava quella ragazza intelligente e di buone maniere, per nulla rallentata dai farmaci che senz'altro stava assumendo come tutti noi. Più tardi ebbi modo di apprezzarla ancor più perché ci trovammo nello stesso gruppo di attività cognitiva, quello avanzato, pomposamente denominato "cognitiva plus", e fui colpito dal rigore logico e dalla rapidità con cui risolveva problemi complessi. Verso la fine del suo soggiorno si aprì un po' con me e mi raccontò che soffriva anche lei di DOC (disturbo ossessivo-compulsivo) che le aveva impedito di proseguire gli studi e le aveva fatto perdere il lavoro. Non me ne sarei mai accorto, grazie all'autocontrollo con cui Giulia 2 nascondeva le sue emozioni profonde dietro un sorriso di cortesia, ma sono certo che potrà presto riprendere il suo cammino nel mondo.
Giulia 1 e Giulia 2

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4 febbraio 2018 7 04 /02 /febbraio /2018 18:16
FULVIO
Fulvio, il mio nuovo compagno di stanza, aveva ottant'anni suonati, e la sua sola presenza ad Albese negava qualsiasi ipotesi che il mondo fosse giusto. In un'età in cui si gode del meritato riposo dopo una vita di lavoro, il professor Fulvio, docente di inglese in pensione, di origini napoletane ma trapiantato a Milano, era costretto alla scomoda vita di tutti noi. Si alzava alle sette (ma talvolta alle sei, e allora per non disturbarmi andava da qualche parte a fumare) e alle sette e mezzo si metteva in coda per la terapia, lasciando regolarmente il posto a tutte le donne del reparto e talvolta anche a qualche uomo impaziente. Faceva colazione e partecipava alle attività che erano state scelte per lui dalla nostra educatrice, Fiorella.
Nei momenti di pausa conversava volentieri, e allora veniva fuori la sua immensa cultura artistica, letteraria e musicale. Rievocava i primi viaggi in Inghilterra e le rappresentazioni teatrali alle quali aveva assistito. Indovinava facilmente le risposte ai miserabili quiz televisivi e anche al giochino che mio figlio aveva scaricato sul suo smartphone, "Chi vuol esser milionario".
Sembrava sempre sereno, ma trascorreva lunghi periodi a letto, fissando nel uoto. Quando gli chiesi perché una persona della sua cultura non ingannasse il tempo leggendo, mi rispose mestamente che non aveva più la concentrazione necessaria per farlo. Eppure nei test di attività cognitiva otteneva più o meno il mio punteggio, nonostante 15 anni di differenza!
Lo vennero a trovare due volte i suoi parenti, portandogli abiti puliti, e senza volerlo ascoltai brani della conversazione: "Se non te la senti, torna a casa e si riprova l'anno prossimo". Accompagnamdoli alla porta Fulvio aveva gli occhi lucidi.
Che cosa non funzionasse in lui non riuscii mai a comprenderlo fino in fondo.Aveva il permesso di uscire liberamente e ne usufruiva come me, quindi non poteva trattarsi di un aspirante suicida. Ricordo solo un episodio, che però non chiarisce, ma anzi rende ancora più misteriosa la sua condizione. Un pomeriggio venne Micol in camera nostra e mi esortò a uscire perché doveva aprire la finestra. Le risposi che non avevo freddo, così la mia infermierina preferita aprì i vetri e si portò via Fulvio.Mezz'ora dopo non era ancora ritornato, perciò, data l'aria frizzante dei meno due o meno tre gradi, richiusi la finestra e andai in cerca di Micol. La trovai da sola in infermeria e le chiesi il perché di quella scenetta. Mi sussurrò: "Non dovrei dirtelo, ma so che tu non parlerai...è per via del controllo."
Feci cenno di aver capito per non fare la figura dello stupido e me ne andai, ma la figura di Fulvio rimane per me avvolta in un dolce mistero.
Fulvio

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4 febbraio 2018 7 04 /02 /febbraio /2018 15:43
VITTORIO
Vittorio, Primo Levi l'avrebbe definito un "sommerso", un'anima destinata a soccombere senza un anelito alla risurrezione. Arrivò ad Albese quando io già c'ero, e prese a vegetare opponendo resistenza passiva ad ogni tentativo di fargli fare qualcosa.
Passava gran parte della giornata a dormire e non si svegliava per le attività se non venivano a chiamarlo. Litigava fiaccamente con le infermiere per la cattiva qualità del cibo, e dopo cena era il primo a sedersi davanti al televisore imponendo la scelta di un varietà scadente come Colorado, o di un programma di quiz di basso livello, o di un film di azione. Alle 21 e 30 si lamentava del freddo, si tirava su il cappuccio della tuta, e si addormentava per il resto della serata.
Qualche volta gli facevamo lo scherzo di abbandonarlo verso le 23 spegnendo la luce, ma poco alla volta riuscii a creare un qualche rapporto con lui e in questo modo qualche volta fui in grado di convincerlo alla visione di un programma un po' più stimolante.
Parlava in movo incomprensibile, probabilmente per insicurezza, e fui più indulgente verso di lui quando mi confessò che si trovava ad Albese per una "cazzata",come diceva lui: aveva cercato di togliersi la vita, non mi spiegò perché.
Era convinto che l'unico effetto delle medicine che prendeva fosse quello di "rincoglionirlo" per cui, per farsi bello ai miei occhi, prese l'abitudine di fingere di prenderle (quando aveva di fronte un'infemiera distratta e menefreghista come Agrina) e subito dopo mi mostrava trionfante le pillole ancora saldamente in mano sua. Cercai di convincerlo che in questo modo danneggiava solo se stesso, e credo di esserci riuscito. Partendo lo lasciai molto sconsolato e sfiduciato riguardo al proprio futuro. "A casa non ho nessuno che mi aspetti, cosa vuoi che faccia?" Credo (ma non sono sicuro) che fossero le ultime parole che gli sentii bofonchiare affacciandosi alla porta della mia camera.
Vittorio

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4 febbraio 2018 7 04 /02 /febbraio /2018 13:57

IL RITORNO SULLA TERRA.
Erano passate tre settimane dal mio ricovero ad Albese e a quanto pareva stavo migliorando. Furono mio figlio e gli altri ricoverati a farmelo notare, mentre a me sembrava di stare sempre nello stesso modo. In realtà chiacchieravo di più e avevo un appetito formidabile che cercavo di soddisfare con frequenti visite alla pasticceria e al Carrefour, quando Giulio veniva a trovarmi. Dormivo bene e cercavo di primeggiare nelle attività che mi venivano proposte. A tavola facevo sbellicare dalle risate i miei vicini con battute sarcastiche sulla qualità del cibo.
Mi imponevo ogni giorno passeggiate nel giardino o sulla via provinciale, anche se faticavo parecchio e rientravo spossato.
Il mio problema principale restava quello di gestire le mie serate. Presi coraggio e mi impadronii del telecomando, cercando di indurre gli altri ricoverati alla visione di programmi che non fossero i soliti telequiz o Striscia la notizia. La mia alleanza strategica con Arianna mi permise di spuntarla parecchie volte e sotto Natale vedemmo delle pellicole francesi molto interessanti.
Il ponte di San Silvestro mi esasperò parecchio: ancora tre giorni senza niente da fare, ed era la terza volta in un mese che succedeva! Ormai non avevo più sonno durante la giornata e morivo dalla noia. Scovai quattro volumi della Selezione del Reader's Digest abbandonati sul mobile del televisore, che mi servirono per passare le giornate e le serate quando non c'era nulla da fare: per fortuna, avevo ripreso la concentrazione necessaria per leggere con gusto e constatai che i redattori dell'antologia avevano, tutto sommato, fatto delle scelte condivisibili. Mi colpì in particolare la storia di un'insegnante americana che aveva lavorato iun una scuola per bambini difficili, a tal punto che decisi, una volta ritornato a Milano, di offrirmi come volontario per il doposcuola.
Il 2 gennaio, dopo mie ripetute richieste, un'educatrice mi informò che sarei stato dimesso il giorno 5. Emozionatissimo, comunicai la notizia a mio figlio che mi confermò che sarebbe stato puntualmente presente alle ore 10, quando avrei dovuto lasciare liberi letto e armadietto.
Alla vigilia ero piuttosto agitato e nonostante il sonnifero e le rassicurazioni di Micol, dormii meno bene del solito. Alla mattina del 5 però mi sentii invadere da un'ondata di risolutezza e di calma. Svuotai l'armadietto, divisi la biancheria sporca (il 90%) da quella pulita, riempii il borsone, salutai i compagni di "colonia" e attesi l'arrivo di Giulio. Con una buona ora di ritardo mi fu consegnata la lettera di dimissioni, che attestava il progresso compiuto dal punto di vista dello psichiatra, della psicoterapeuta, degli educatori e degli infermieri (mancava solo quello del portiere).
Mi fu staccato il magico braccialetto e consegnata la porzione di droghe richiesta per la giornata. Niente ricette rosse e niente prenotazione della visita al CPS: ormai dovevo cavarmela con le mie sole forze. Trascinai il pesante borsone verso la mia macchina parcheggiata nel posto riservato ai dipendenti (ormai mi consideravo quasi uno di loro) e via verso Milano.
Da quel giorno è passato un mese e i miei progressi sono stati più rapidi di ogni mia e altrui previsione. Ho ripreso le mie consuete attività con maggior motivazione, non mi spaventa la routine quotidiana ed ho ripreso a insegnare il karate ed anche ad allenarmi. Insegno latino e tedesco in un liceo con l'associazione "Non uno di meno". Ho raccolto queste impressioni con l'intenzione di farne un libro. Sono consapevole che non si tratta probabilmente di una guarigione definitiva ma solo di una remissione della mia sindrome depressiva. Se mi accadesse di nuovo, non cercherò di curarmi da solo ma telefonerò alla dottoressa Bellini. Non considero quanto mi è accaduto come una sventura, ma come un'occasione di sperimentare un'altra realtà e un'altra umanità.

Il ritorno sulla terra

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3 febbraio 2018 6 03 /02 /febbraio /2018 22:49
BRACCIALETTI IDENTIFICATIVI E USCITE "IN AUTONOMIA"
Come in un club vacanze, al momento dell'ammissione in reparto ci veniva applicato un braccialetto identificativo di plastica bianca, con stampato sopra il nostro nome e cognome e un codice a barre. Questo braccialetto era multiuso: serviva innanzitutto al personale dell'ospedale e al portinaio per distinguere un degente da un visitatore. Inoltre, passando uno scanner sul codice a barre, l'infermiera accedeva al nostro file sul portatile dell'infermeria e sapeva in tal modo quali medicine somministrarci e se era necessario o no misurarci i parametri vitali.
Infine, last but not least, come nei campi di lavoro nazisti, ai braccialetti venivano applicati quadratini di plastica di colore differente, che stabilivano la nostra gerarchia ad Albese. Appena arrivati avevamo un quadratino bianco che serviva unicamente a chiudere il braccialetto, ma notavamo in reparto compagni di ventura diversamente colorati. L'élite del campo (pardon, del convalescenziario) avevano il quadratino verde, che dava loro l'ambito permesso di uscire "in autonomia", cioè da soli, fra le 10 e le 11 e mezzo del mattino e fra le 14,30 e le 17,30. I quadratini gialli potevano uscire per un'ora soltanto, mentre ai quadratini rossi (per esempio il mio primo compagno di stanza) non era permesso allontanarsi dall'edificio.
Con che criterio venisse stabilita la categoria di appartenenza, lo compresi molto tempo dopo: in linea di massima non potevano uscire i malati che avessero compiuto recentemente atti autolesionistici o peggio: tutti gli altri non dovevano far altro che chiedere...la prima volta che avessero incontrato il loro psichiatra, cosa che poteva succedere il giorno seguente o una settimana dopo. Decisi che non avrei rinunciato a nessun costo a questo status symbol e il lunedì successivo al mio ingresso in reparto "beccai" il dottor Cavedini davanti al suo ufficio e ottenni senza difficoltà il suo vonsenso. Già l'indomani sfoggiavo il "bollino verde di qualità" tra i complimenti più o meno invidiosi dei miei compagni di tavola.
Ora che potevo uscire, intendevo approfittarne subito, anche per fare un po' di movimento dopo due mesi passati prevalentemente a letto. Il problema era che l'istituto delle Suore ospedaliere si affaccia direttamente sulla provinciale, trafficata e con dei marciapiedi molto stretti. Non c'è molto da vedere nel giro di un chilometro e pochi hanno il fiato per spingersi oltre, sicché tutti finiscono per ritrovarsi nella pasticceria o al bar o (i fumatori) dal tabaccaio. Ma gli educatori ci tenevano molto a queste uscite e io facevo il mio meglio per accontentarli. Quando arrivava invece mio figlio o qualcuno che potessi spacciare per un parente, potevo star fuori "dalle otto alle otto", anche se approfittai di tanta libertà una volta sola, il giorno di Natale, quando il mio amico Marco venne a prendermi al mattino e Giulio mi riaccompagnò alla sera, dopo un memorabile cenone natalizio alle ore 19 al McDonald di Liporno.
Braccialetti identificativi e "uscite in autonomia"

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  • : Questo blog si occupa di poesia, di politica, di karate. Vi si trova un'eco della mia personale e soggettiva visione del mondo.
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