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3 novembre 2012 6 03 /11 /novembre /2012 20:31

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3 novembre 2012 6 03 /11 /novembre /2012 19:44

Le origini del jiyu kumite sono sufficientemente note, anche se non tutti concordano con la versione che riassumerò qui di seguito. Nell’aprile del 1983, il Maestro Nakayama mi dichiarò:

“Nel novembre 1936 tutti i praticanti di karate di sette università eseguirono una manifestazione in comune, della quale conservo ancora il programma. Eseguimmo kihon, kata individuale, gohon kumite, kihon ippon, jiyu ippon kumite. A chiusura del programma per la prima volta fu introdotto il Jiyu Kumite. La gente di Tokyo ne fu sorpresa, e grande fu il successo presso l'opinione pubblica. Io eseguii il kata Empi e il Jiyu Kumite.”

Questo naturalmente non significa che prima di tale data maestri e praticanti di karate non combattessero tra loro: Richard Kim, nel suo suggestivo resoconto sul periodo di Okinawa, fa numerosi riferimenti al jissen kumite, un combattimento molto realistico tra esperti, per il quale ci si preparava molto accuratamente e che lasciava pesanti segni sul vincitore e sullo sconfitto. Per avere un’idea della durezza della prova, si pensi al kyokushinkai o alla boxe tailandese. Per obbiettività, bisogna aggiungere che altri maestri di altri stili rivendicano il primato dell’invenzione del combattimento libero. Comunque siano andare le cose, il 1957 vide i primi campionati nazionali della JKA ed il primo torneo di kumite, entrato nella leggenda perché Hirokazu Kanazawa lo vinse combattendo con una mano fratturata, parando con l’altra e facendo punto di calcio. Rievocando quella prova trent’anni più tardi, Kanazawa mi disse che era impossibile un confronto col kumite sportivo degli anni ’80:

“È lo spirito che è differente. Allora quando combattevamo noi consideravamo mani e piedi come lame, perciò essere raggiunti in faccia era un disonore, voleva dire essere morti; ora invece in gara ciò che conta è fare il punto. Non si possono fare paragoni.”

Che io sappia non c’è documentazione filmata di quel primo torneo, ma qualcuno ha avuto la buona idea di digitalizzare e postare su Youtube alcuni combattimenti dimostrativi che risalgono ai primi anni ’60, tra i quali uno tra Kanazawa e Enoeda ed un altro tra Yamaguchi Toru (da non confondersi col “gatto” del Goju Ryu) e il M°Shirai. Ciò che sorprende in questi incontri è l’uso prevalente delle tecniche di calcio, dei salti e delle spazzate. Spesso il kumite non si arresta neppure quando uno dei due contendenti finisce al suolo. È un combattimento che contrasta in modo stridente col cliché del fighter shotokan statico, attendista, con uso prevalente se non esclusivo di tecniche di pugno, tutto sommato noioso e prevedibile, poco mobile, vulnerabile alle tecniche più fantasiose e dinamiche dei combattenti degli altri stili. Insomma, tutto il battage pubblicitario utilizzato contro di noi da “quelli di Roma” all’epoca dell’unificazione Fik-Fesika (1979). Ma eravamo proprio così? E come erano gli altri?

È all’inizio degli anni ’70 che si consuma la grande frattura fra la JKA e la UEK/WUKO, politicamente dominate dal francese Delcourt. Come scrive Falsoni nella sua Storia del karate italiano, ai Mondiali di Parigi del 1972, per protesta contro una decisione arbitrale sfavorevole, Nakayama ritira la squadra, crea un’organizzazione concorrente (IAKF) e organizza propri campionati a Tokyo (1973), a Los Angeles (1975), nuovamente a Tokyo (1977), a Brema (1980) e al Cairo (1983), in concorrenza con i campionati Wuko di Long Beach (1975) Tokyo (1977) Madrid (1980) Taipei (1982) e Maastricht (1984). Lo scisma taglia trasversalmente il karate europeo: Spagna, Francia, Olanda scelgono la UEK, Germania e Yugoslavia la EAKF; Inghilterra e Italia si spaccano in due.

In assenza dello Shotokan ufficiale, presto rimpiazzato dalla SKKI di Kanazawa, la Wuko prende delle decisioni cruciali per il futuro del kumite agonistico: vengono introdotte le categorie di peso e modificato il sistema di arbitraggio, portandolo da un ippon (shobu ippon) a tre (shobu sanbon). Vengono privilegiate le tecniche di calcio jodan, per le quali la concessione dell’ippon è pressoché automatica, e in generale reso meno rigoroso il criterio per la concessione dei punti. L’intento dichiarato è quello di rendere più spettacolari gli incontri e di scoraggiare gli incontristi. Prosperano in questi anni la scuola francese erede di Valera (Pyree, Belrhiti, Montama, Ruggero), quella olandese (Kotzebue, Van Mourik) e gli inglesi “eretici” (Charles, Whyte, Mc Kay) mentre sul fronte dello Shotokan questi sono gli anni d’oro di Oishi, Tanaka, Brennan, Capuana, Demichelis, Willrodt e Godfrey.

Il 1979 vede la riunificazione del karate italiano nella Fikda: dopo quasi un decennio i nostri combattenti shotokan si misurano con le nuove regoli arbitrali. L’impatto è traumatico: la potenza e la ricerca del colpo risolutivo non vengono premiate, lievi toccate sono sanzionate severamente, poi basta un uraken in volo o un gyakuzuki arretrando per capovolgere il risultato dell’incontro. Nonostante la delusione e l’amarezza iniziali, gli anni ’80 sono, almeno in Italia, il periodo d’oro del kumite: dall’incontro di due scuole nasce uno scambio di esperienze molto fruttuoso grazie al quale “noi” acquistiamo mobilità, dinamismo e scaltrezza tattica, mentre “loro” ritrovano potenza e scoprono il kizamizuki e il maegeri. Il 1985 vede il riconoscimento della WUKO da parte del CIO e lo scioglimento della IAKF, mentre il solo Nishiyama decide di proseguire la sua battaglia, ormai largamente minoritaria, per portare il tradizionale alle Olimpiadi, fondando l’ITKF col sostegno dei paesi dell’Est e del Maestro Shirai. Nello stesso periodo la World Cup di Budapest vede per la prima volta riuniti sotto le stesse bandiere atleti provenienti da esperienze diverse. Nobili gli intenti degli organizzatori, ma grande la confusione sotto il cielo. Gli arbitri fanno del loro meglio (e a volte del loro peggio) per premiare i migliori, ma chi guarda il filmato della gara a distanza di vent’anni fa fatica a capire perché, in mezzo a un vorticare di braccia e di gambe, venga assegnato proprio “quello” zuki, e perché un naso ammaccato valga una volta l’ippon e la volta successiva il chui. Fra i tanti Toni Dietl, guerriero dello Shotokan traghettato nello Wuko dal Ochi, che ha sostituito l’uraken al letale kizamizuki, ce la fa a vincere il titolo, sorretto dalla sua classe e dal peso politico della Germania.

I nostalgici possono sempre consolarsi coi campionati nazionali della JKA del 1988, l’anno dopo la morte di Nakayama. Lì non ci sono categorie di peso né guantoni, i combattimenti sono sempre lineari e velocissimi (2 minuti e un ippon), per linee diritte, le tecniche di elezione kizamizuki e gyakuzuki, gli arbitri preparati e concordi. Vincere per squalifica vuol dire essere portati via in barella, come capita al vincitore dell’edizione 1987 Yokomichi, e un pugno al volto con contatto pieno ma senza “spargimenti di sangue” procura l’ippon al vincitore Imamura, che a sua volta termina il torneo col viso segnato in più punti. Una visione marziale del kumite, destinata a soccombere alla sempre più marcata sportivizzazione della disciplina: due anni fa gli atleti dell’università di Komazawa a Treviso, guidati dal Oishi, hanno evidenziato un kumite “leggero” ma vario ed efficace, molto simile a quello Wuko.

Sono passati vent’anni da Budapest e la frammentazione nel mondo del karate si è accentuata, assieme alla contrapposizione tra i sostenitori dello “sportivo” e quelli del “tradizionale”. Protagonismi e sete di potere hanno moltiplicato il numero delle federazioni e dei campioni mondiali ed europei, ma per semplificare si potrebbe dire che la ex Wuko è implosa producendo, oltre alla WKF (sua legittima erede), anche una nuova Wuko e parecchie altre sigle dello “sportivo”. Di Domenico, Loria, Benettello, Massa, Ortu, Busà, Maniscalco e Nardi sono solo alcuni degli atleti italiani che sotto la guida del coach Aschieri sono saliti nell’ultimo decennio sul podio dei Campionati europei. I tradizionalisti sono a loro volta divisi tra l’ESKA, organizzazione Shotokan dominata dal gruppo britannico del compianto Enoeda, e l’ITKF, messa in piedi dal M°Nishiyama. Nessuna delle due organizzazioni è pienamente rappresentativa del karate europeo e mondiale, né interamente soddisfacente dal punto di vista dell’arbitraggio. L’ESKA è poco più che un campionato per club, caratterizzato da durezza, approssimazione tecnica e scarso controllo dei colpi. L’ITKF, al contrario, si è dotata di un regolamento inutilmente complesso e farraginoso, finalizzato a differenziare chiaramente il “tradizionale” dallo “sportivo”, ma tale da scoraggiare gli spettatori e i non addetti al lavoro. Oltre alla proliferazione delle specialità, che però non coincide quasi mai con la moltiplicazione degli atleti (per cui gli stessi sono impegnati in kata, embu, fukugo, in un logorante tour de force che può durare tutta la giornata) ma anzi distoglie le società più piccole dal parteciparvi, l’arbitraggio nel kumite è rallentato e complicato dall’introduzione di una terminologia, una gestualità e delle sanzioni nuove, mentre l’assegnazione delle tecniche richiede criteri tanto severi che possono passare due minuti senza che si veda un wazari. Chi criticava Capuana e Demichelis per quel minuto e mezzo di tensione, seguita “solo” da un guizzante maegeri o da un gyakuzuki che decidevano l’incontro, non può che addormentarsi guardando dei kumite nel quale un tallone sollevato preclude l’assegnazione di mezzo punto. E non può certo consolarsi constatando che “dall’altra parte” il distacco dal jissen kumite si è tanto accentuato da trasformare il combattimento in una specie di balletto tra due ginnasti, uno coi guantoni e la cintura rossa, l’altro coi guantoni e la cintura blu. Che avesse davvero ragione, il buon Funakoshi, a diffidare del jiyu kumite inventato da quel pierino di Nakayama?

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3 novembre 2012 6 03 /11 /novembre /2012 19:41

Nato come “rappresentazione stenografica” di un combattimento reale e divenuto presto testo classico per la trasmissione dell’arte, il kata di karate ha subito una profonda trasformazione nel periodo storico in cui la nostra disciplina si è evoluta (o, a seconda della prospettiva) involuta da arte marziale dapprima in esercizio ginnico finalizzato all’irrobustimento del corpo, e successivamente in sport.

La prima data cruciale è il 1901, quando il M°Itosu introdusse il karate nel programma scolastico di Okinawa e per facilitarne l’apprendimento creò i cinque Pinan, estrapolandoli dai kata superiori; la seconda è successiva alla seconda guerra mondiale ed alla morte di Gichin Funakoshi (1957) e coincide col periodo in cui, sotto l’abile regia del M° Nakayama e col contributo fondamentale della J.K.A., il karate divenne una disciplina sportiva ed agonistica diffusa ed apprezzata in tutto il mondo.

In quel momento (decisione fatale) qualcuno decise che le specialità nelle quali gli atleti avrebbero gareggiato sarebbero state due: il kumite e, appunto, il kata. In quell’anno si tennero i primi campionati della JKA: Kanazawa vinse nel kata e Shoji nel kumite. Da allora tutti i nomi importanti del Gotha del karate shotokan giapponese avrebbero figurato nel palmares della competizione: il 1962 fu l’anno magico di Hiroshi Shirai, che conquistò il titolo di grandmaster vincendo in entrambe le specialità. Tre anni dopo sarebbe partito per Milano per iniziare con gli entusiasti allievi italiani una lunga avventura di cui ci auguriamo sia ancora molto lontana la conclusione.

Strada facendo, dicevo all’inizio, il kata è profondamente cambiato, ma fino a poco tempo fa tale cambiamento era documentato solo dalle foto dei libri, dai ricordi più o meno nitidi dei praticanti di lunga data e dagli sgranati filmini in super-otto trasferiti su videocassette negli anni ’70. Ora i prodigi dell’informatica e la rivoluzione democratica prodotta da Internet nel mondo dell’informazione consentono a tutti gli appassionati di studiare passo passo questa evoluzione, traendone le debite conclusioni.

Chi ha conosciuto il M°Kase sa che i suoi kata concedevano ben poco al gusto estetico degli spettatori ma trasmettevano una sensazione di rara efficacia e realtà. Il suo Jion, eseguito sulla superficie irregolare di un prato e rivista con emozione su Youtube, conferma in pieno questo mio ricordo. Il busto leggermente inclinato in avanti, il corpo che si alza e si abbassa negli spostamenti, la potenza terrificante di ogni tecnica: è il kata di un maestro che non ha mai partecipato ad una competizione ma che era preparato ad usare la propria arte per sopravvivere.

Gli anni ’70 segnano una svolta importante: anche per effetto dell’opera di proselitismo e divulgazione degli istruttori inviati a colonizzare il resto del mondo (Enoeda, Shirai, Kase, Kanazawa e molti altri), l’insegnamento del kata si perfeziona e si raffina. Shirai, temibilissimo combattente, era ed è anche un raffinato esteta e sotto la sua guida la “scuola italiana”, dopo aver prodotto micidiali macchine da guerra come Parisi, Falconi, Capuana e Demichelis, ha successivamente dimostrato la propria eccellenza soprattutto nel kata, costringendo tutti gli altri, giapponesi compresi, ad adeguarsi.

In questo periodo anche nella JKA, pur giustamente apprezzata per l’eclettismo dei suoi campioni, si comincia a intravedere una certa tendenza alla specializzazione: scorrendo l’albo dei vincitori nel kumite, ricorrono ossessivi i nomi di Oishi (allievo del M°Shirai, quattro volte vincitore del titolo) e di Tanaka, la bestia nera dei nostri atleti ai mondiali di Tokyo. Nel kata svetta invece la stella di Osaka, 6 volte campione del Giappone e indiscussa star della fortunata serie di libri e cassette Best karate. Solo Yahara, genio e sregolatezza, primeggiava ancora in entrambe le specialità, trasformando i suoi kumite in veri happening e i suoi kata in lotte furiose contro avversari invisibili.

Come ci sembrano i Sochin, gli Empi, gli Unsu di Osaka, rivisti su Youtube a distanza di trent’anni? Belli, senza dubbio, di una bellezza essenziale, che niente concede al leziosismo ed enfatizza ancora una volta l’efficacia nonché la spiccata personalità dell’esecutore. Nello stesso periodo, il Maestro Shirai sfornava una formidabile squadra (Fugazza, Ruffini, Marangoni), pari in bravura se non superiore a quella giapponese, ma destinati invariabilmente a soccombere di fronte all’arbitraggio filo-giapponese dei mondiali. Carlo Fugazza, 2° nel 1975 a Los Angeles e 3° nel 1977 a Tokyo, è stato l’ultimo italiano a comparire nell’albo d’oro dei campionati JKA.

Nel 1979 i fuoriclasse della scuola del M°Shirai si spostarono “dall’altra parte” ed iniziarono a mietere successi anche nelle competizioni WUKO. Qui le cose erano però notevolmente diverse: le gare erano interstile e bisognava fare i conti con un arbitraggio nel quale la potenza, “cifra” dello Shotokan, non era adeguatamente valorizzata (si veda a riguardo l’intervista del sottoscritto al M°Kanazawa nel 1982). Nel kata maschile dominava l’astro di Tomajoshi Sakamoto (Goju-ryu di Okinawa), relegando gli atleti dello Shotokan alle piazze d’onore. I nostri migliori esecutori erano “andati in pensione” e fu necessario attendere Sydney 2006 per veder brillare la medaglia di bronzo sul petto di Dario Marchini, il miglior esponente della nuova generazione forgiata dal M°Fugazza, responsabile del settore dai primi anni ’80. Marchini, Acri e Cardinale sostituirono degnamente lo squadrone di Tokyo, ma erano atleti diversi: meno alti e massicci, più leggeri e veloci, nascevano già come specialisti di kata, anche se erano tutti dei buoni combattenti. Nel 1988 ai mondiali del Cairo arrivavano l’argento a squadre e il secondo bronzo per Dario Marchini; inoltre il grande lavoro del M° Fugazza riportava finalmente sul podio anche la squadra femminile (Cabiddu, Restelli, Nesi).

Il trionfo della “seconda generazione” azzurra era consacrato l’anno successivo nella World Cup di Budapest, una specie di supercampionato mondiale nel quale l’Italia vinceva due medaglie d’oro con le due squadre, e saliva sul podio anche con Marchini e la Restelli. I loro kata, rivisti su Youtube vent’anni dopo, evidenziano la perfezione del gesto, mai disgiunta dalla ricerca della velocità, della potenza e (nel caso delle prove a squadre) di un perfetto sincronismo.

Nel 1990, ai mondiali di Città del Messico, nuovo argento per Marchini e nuovo oro per la quadra maschile. Nello stesso anno si consumava però un’ennesima, dolorosa ma inevitabile frattura nel mondo del karate italiano: la scuola del M° Shirai usciva dalla Fitak (poi Fijlkam) e fondava una nuova federazione, la Fikta. Che cosa sarebbe successo al kata italiano privato dei suoi migliori esponenti? Dal punto di vista del medagliere il bilancio è positivo: dopo quasi un decennio di prestazioni modeste in campo maschile (bilanciate dai ripetuti successi della Colajacono e della Sodero), a partire da Monaco 2000 compare sull’orizzonte l’astro nascente di Luca Valdesi, che nel 2004 a Monterrey conquisterà, primo italiano nella storia del karate, il titolo mondiale individuale, bissato due anni dopo a Tampere, dove anche Sara Battaglia vincerà la medaglia d’oro. Valdesi trascinerà alla vittoria, per ben due volte, anche la squadra, composta, oltre che da lui, da Figuccio e Maurino.

Dobbiamo dunque concludere che Luca Valdesi (due titoli mondiali individuali, 14 titoli europei e non so quanti titoli italiani) è il più grande esecutore di kata nella storia del karate italiano? La risposta, assolutamente soggettiva e poco diplomatica, è no! I kata di Valdesi (su Youtube c’è solo l’imbarazzo della scelta) ci mostrano un ottimo atleta, dotato di grande velocità, buona potenza e notevoli doti acrobatiche, nonché di una spiccata personalità che ci ricorda quella di Marina Sasso (campionessa europea di wado-ryu negli anni ‘70). Oltre ai suoi indiscutibili pregi, si vedono però chiaramente anche i difetti: tecniche “mangiate” per guadagnare velocità, limitato uso delle anche, pause ingiustificatamente lunghe e insopportabilmente teatrali. Non è demerito suo, ma di chi gli ha insegnato a fare così. In mano a un grande insegnante, in pochi mesi potrebbe raggiungere l’eccellenza, senza perdere nessuna delle sue doti naturali.

Perché dunque stravince Valdesi? Perché è migliore dei suoi avversari, e perché (mi suggerisce uno dei più grandi esecutori e allenatori di sempre) esegue i kata come li vogliono gli arbitri, che spesso non sono maestri né esperti di uno stile particolare: spettacolari, teatrali, acrobatici. Con Valdesi la parabola del kata si è completata: dall’epos al melodramma. Più di Valdesi, nella nouvelle vague Fijlkam ho apprezzato per pulizia, velocità, kime i kata di Viviana Bottaro, compagna di squadra di Sara Battaglia, che proviene da una piccola palestra ligure come la sorella Valeria, entrambe allieve di Claudio Albertini.

Nel frattempo naturalmente la Fikta non dorme, e ha dominato e domina tuttora nei campionati europei e mondiali ITKF, con atleti come Silvio Campari, Roberto Mariani, Mirko Saffioti, Nazario Moffa, Simona Pellegrinelli e Chiara Polello. Peccato che ragioni di politica federale non permetta un confronto diretto tra quelle che si devono ormai definire le due scuole del kata italiano!

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3 novembre 2012 6 03 /11 /novembre /2012 11:40

Intervista a Giovanni Pesce, comandante del Terzo Gap e Medaglia d’oro della resistenza.

- Per prima cosa mi piacerebbe sapere un po’ come erano organizzati questi Gap, se erano gruppi numerosi.

- No, in generale erano piccoli gruppi, al massimo erano in tre o in cinque. In generale venivano divisi, c’era un comandante che aveva tre persone, un altro altre tre persone, e poi c’era un comandante che coordinava...questa era un po’ la tecnica, ma questa tecnica non è stata rispettata perché era molto difficile. Era molto difficile trovare un gappista che avesse il sentimento, il coraggio, la capacità. A parole tutti erano d’accordo, quando poi gli spiegavo il fatto, come doveva avvenire, e quando hanno assistito ad alcuni fatti, sono scappati, sono andati in montagna ad esempio. Perché una cosa era combattere in città, isolati: non hai le spalle al sicuro, non hai i compagni che ti aiutano, e un’atra cosa in montagna, in cui hai la sensazione di avere le spalle al sicuro, lotti collettivamente, vedi arrivare il nemico, scegli tu il momento della lotta, mentre in città bisognava andare qualche volta in pieno giorno nel centro della città, colpire e fuggire. Quindi c’era tutta una differenza, ci volevano delle persone con delle caratteristiche particolari, era un problema di sentimento ma anche di coscienza morale e politica. Cioè serviva una riflessione profonda sul perché era necessario fare quel tipo di lotta, il perché era necessario colpire quel determinato fascista o criminale, tedesco...ci voleva tutta questa riflessione, questo apprezzamento.

- I gappisti erano tutti clandestini a tempo pieno o di giorno lavoravano, conducevano un’esistenza normale?

In generale dovevano essere a tempo pieno, ma ce n’erano alcuni, specie qui a Milano, che lavoravano. A Torino i gappisti erano quattro o cinque, tutti a tempo pieno. Mentre qui a Milano erano molti di più e gran parte lavoravano. C’era differenza fra il gruppo gappisti di Torino e il gruppo gappisti di Milano. A Torino erano molto più combattivi, più coraggiosi, più disciplinati, diciamo così, che a Milano.

- Come si sono ricostituiti i Gap a Milano dopo l’annientamento del gruppo di Rubini?

-Dopo Rubini ci sono stati alcuni compagni isolati che hanno tentato ma non ci sono riusciti, Allora io che ero a Torino... mi hanno mandato a Milano. E quando sono venuto a Milano, mi presentano 40 o 50 gappisti. Io sono scappato subito, ho scritto una lettera al partito, ho detto “Io non voglio rimanere”. Allora ho avuto l’incarico io, me ne sono tenuti due, li ho organizzati io secondo la disciplina, perché se non c’era la disciplina venivamo presi tutti. Il gruppo più importante è sempre stato a Torino, c’era più disciplina, più unità, più spirito combattivo.

- Chi decideva le azioni? Lei riceveva degli ordini o poteva scegliere autonomamente gli obbiettivi?

- In generale ricevevo degli ordini. Mi è capitato qualche volta di fare un’azione personale perché ero a conoscenza... ne parlavano i nostri giornali, che quello lì era un criminale, ma in generale l’organizzazione mi presentava su un foglio di carta una serie di azioni: “scegli tu quella che più...” In generale le sceglievo io le azioni essendo venuto a sapere attraverso il partito, l’organizzazione, il sindacato o attraverso il gruppo gappisti che quello lì era un criminale, allora si faceva l’azione. Ma era molto complesso, difficile, perché parlando adesso sembra tutto facile, ma era molto... ci voleva questo senso di riflessione profonda, capire il perché lo faccio. A Torino erano molto meglio i gappisti perché erano operai della Mirafiori, avevano coscienza di classe e politica, mentre a Milano erano un po’ sbandati, almeno in gran parte.

- Chi vi assisteva procurando le armi? Se qualcuno si feriva, come era organizzata l’assistenza?

- In generale le armi le portava la staffetta. Mia moglie è stata la mia staffetta e mi portava le ami e l’esplosivo, lo portava al punto che io indicavo. Poi attrezzammo una specie di infermeria in via Haiech; quando uno era ferito lo si portava lì o qualche volta si riusciva a portarlo subito al Policlinico dove c’era il dottor Gatti, che era un nostro compagno che era collegato coi gappisti e lo si portava lì. Ma in generale si portava in quella casa e da quella casa si portava in ospedale.

- Quando lei ha cominciato a dirigere i Gap esistevano gia questi punti di assistenza?

- No, no, li ho organizzati io. Quando io ho cominciato c’era uno sbandamento, io non mi fidavo di nessuno, perché quando mi presentano 40 persone... Abituato a Torino con due, massimo tre, non avevo rapporti con nessuno...Qui arrivo e sapevano tutto di me; allora io ho rotto i rapporti con loro, ho mandato una lettera a Secchia e lui ha detto: “Fallo tu”. Io mi ci sono messo e l’ho organizzato io, con quei due di cui mi fidavo.

-E quindi quel medico come ha fatto per trovarlo?

-L’ho trovato tramite il partito, avevo un rapporto personale con Secchia e Longo

- C’erano contatti con altre organizzazioni partigiane?

- No, i gappisti non dovevano avere nessun rapporto. A rigor di logica non dovevano avere nemmeno il rapporto con la famiglia, e poi nessuno lo rispettava, perché a tutti preme la famiglia, la fidanzata. E molti compagni, molti, sono stati fucilati perché, direttamente o indirettamente, parlavano con la loro ragazza. Se facevano un’azione poi indirettamente il ragazzo, per darsi delle arie, le diceva magari: “Io ho saputo chi l’ha fatta” poi la ragazza a sua volta parlava senza...pensando che non succedeva niente e lì venivano scoperti così. Musetto mi diceva sempre: “Non bisogna parlare neanche con la mamma o col papà, con nessuno.

- Lei quindi aveva contatti col partito e basta. Normalmente usava il telefono?

- No, no, la staffetta. Mia moglie che andava a parlare con la staffetta, per esempio, del compagno Secchia e poi stabilivano un appuntamento nel punto x, poi l’appuntamento era sorvegliato prima. Si guardava, si stava attenti...non tutti però avevano queste precauzioni

- Lei ha ancora un lieve accento francese quando parla. L’italiano dove l’ha imparato?

- L’ho imparato in parte durante la guerra di Spagna, poi a Ventotene.

- Passando a un argomento per così dire più tecnico, che armi avevate a disposizione?
- In generale sempre le rivoltelle, che e la cosa più comoda, e poi quelle piccole bombe, le sipe, che fanno trenta o quaranta schegge. Ne avevo sempre una di riserva, veniva adoperata in caso particolare, se c’era un raggruppamento, un gruppo di fascisti o di tedeschi.

- Come facevate ad addestrare i nuovi gappisti all’uso delle armi?

Allora, la cosa era molto semplice: in generale si parlava e li portavo a Rho, a Mazzo (?) dove c’e la campagna, a Lainate. Qui gli facevo sparare un colpo o due di rivoltella, ma tutti sapevano sparare. In generale tutti sapevano sparare, alcuni avevano imparato sotto le armi.

-Nella vita di tutti i giorni come vi arrangiavate, per esempio per mangiare?

- Allora, io ho avuto fortuna... era una casa in via Macedonio Melloni 76, che era di una signora, non una compagna, una borghese. L’ho avuta tramite un gappista che era molto amico, le ha detto: “Ti presento questo mio parente, latitante perché non e andato sotto le armi... ti prego di tenerlo, nasconderlo qui. Era una casa molto tranquilla, mangiavo benissimo anche perché [la signora] stava molto bene, era molto aiutata. In generale poi i gappisti quasi tutti tornavano la sera a casa, non rispettavano i regolamenti. Uno ritornava a casa, ritornava dalla morosa o dall’amica.

- Le persone che erano in clandestinità come voi, quando c’erano i bombardamenti, usavano i rifugi antiaerei?

- Io non ci sono mai andato. Coi rifugi che c’erano, se cadeva una bomba sul rifugio...

- Se non Le dispiace, parliamo ora dell’altra parte, dei nemici. Io ho notato che nel suo libro non c’è nessun riferimento all’albergo Regina, che era la sede dei nazisti.

- Io in generale ho scritto quello che ho vissuto io, che conoscevo io particolarmente. Io ero andato una volta per studiare l’albergo, ma era molto complesso e difficile. Allora io ho chiesto l’aiuto del partito, poi, sa, in quel momento il partito a Milano non era come il partito a Torino, era un po’ sbandato, non c’era questa unità fra i diversi gruppi di partito che c’era a Torino, allora non mi sono più interessato.

Poi avevo anche studiato un attentato a Mussolini quando ha parlato al Lirico. Io avevo detto al partito: “Trovatemi un appartamento in via Dante, facciamo prigioniera questa gente, li facciamo scappare, quando passano buttiamo una raffica di mitra e scappiamo.”

Non hanno avuto il coraggio: intendo dire il partito, l’organizzazione.

-Era molto visibile la presenza tedesca a Milano?

-Ma sa, io in generale facevo le azioni poi mi ritiravo in casa, non uscivo più. Poi ho conosciuto la staffetta che è diventata mia compagna, poi mia moglie, allora stavo a casa con lei, leggevamo, lei studiava gli obbiettivi, le raccontavo tutti i particolari...

- Lei crede che ci fosse una differenza nel comportamento tra i nazisti e la Wehrmacht, nell’accanimento contro i partigiani?

-Io non lo so questo, ma quando prendevano uno di noi erano tutti e due uguali

- Per quello che riguarda San Vittore, voi eravate informati di quello che succedeva dentro la prigione?

- Lo sapevo così indirettamente, leggendo i giornali clandestini che venivano diffusi.

- Che cosa sapevate sulla sorte degli ebrei? Allora si sapeva già che i nazisti...

- Sì, sì, si sapeva, se ne parlava ogni giorno sui giornali clandestini: “Sono stati deportati gli ebrei, sono stati portati in un campo di sterminio, li hanno sterminati”.

- Le è mai capitato di conoscere per caso degli ebrei...

- Li ho conosciuti, li ho conosciuti. Le posso anche dire, adesso mi sfuggono i nomi alcuni li ho incaricati...che hanno attraversato la frontiera svizzera. Da Milano sono andati a Domodossola; da lì appunto c’era un compagno che conoscevo, gli ha fatto passare la frontiera. C’era per esempio anche la famiglia di Michelis che era pittore o uno scrittore, insomma un artista. Ci sono due o tre famiglie che gli ho indicate, famiglie o compagni ebrei.

- Quindi lei conosceva delle persone che potevano aiutarli.

-Era il partito che me le diceva. Io non conoscevo nessuno per la verità, neh. Io non parlavo con nessuno anche se li conoscevo. Ho riconosciuto alcuni che erano stati in carcere con me , in Spagna con me, ma io avevo l’ordine di non parlare con nessuno e quando li vedevo giravo un po’ la testa. Ho visto più di una volta passeggiare per Milano Longo, Secchia, Colombi, non so, altri, li ignoravo.

Curiel, quando è stato fucilato, io ero circa a duecento metri, io avevo una casa in corso Magenta 69, lui l’hanno fucilato lì in piazza Conciliazione. Ho sentito sparare, ma non sapevo che era lui!

- Contro di voi c’erano anche vari gruppi repubblichini: la Muti, le brigate nere, la Banda koch...Agivano ognuno per conto suo o erano coordinati tra di loro?

Secondo me erano coordinati, agivano ognuno per conto suo ma quando c’era qualche azione particolare venivano coordinate. La banda Koch invece agiva per conto suo.

-La polizia di stato e i carabiniericome si comportavano in tutta questa situazione?

La sensazione da parte nostra era che erano più tolleranti ma se ti prendevano anche loro ti facevano fuori. Per esempio, quando ho fatto l’azione a Torino alla radiotrasmittente noi abbiamo preso prigionieri 5 carabinieri. Li volevano uccidere, io ho detto: “Ma no, sono 5, poverini”, allora dico a due: “Accompagnali fuori”. Due sono scappati, hanno dato l’allarme. Sono morti in cinque per colpa loro. Sei nella guerra, e in guerra a un certo momento la compassione si paga, l’umanità si paga, e io l’ho pagata caramente l’umanità che ho avuto per salvarli. Loro si sono salvati ma i nostri sono morti in cinque.

-Quindi uno di voi poteva essere arrestato indifferentemente da molti gruppi diversi.

-Sì certo, anche perché ogni tanto - per questo io non uscivo mai - facevano le perquisizioni, bloccavano... Per esempio, mia moglie veniva da Rho da Basso a prendere l’esplosivo; a un certo momento in piazza Ludovica non si accorge che la piazza è circondata e lei aveva nella bicicletta, davanti, nella borsa, 4 o 5 rivoltelle. La San Marco faceva questa perquisizione. Vede questa ragazza che scende dalla bicicletta, la guarda: “Vai, bella tusa, vai!”: si è salvata così. La vita qualche volta...

- Vorrei avere un’idea di che aspetto aveva Milano nel periodo 1943-45.

- Mi è difficile rispondere perché io facevo l’azione e mi ritiravo, ma credo che non c’era la gente per strada come c’è adesso, molto di meno, anche perché c’erano le perquisizioni ogni giorno. La gente aveva paura, timore; io uscivo soltanto quando avevo un appuntamento o quando mi chiamava il partito o quando dovevo studiare in modo particolare una determinata azione, ma in generale non uscivo.

Se io dovessi dare un giudizio su questa vita di Milano, per me era molto... come si può dire? sembrava morta quasi. Si vedevano passeggiare solo i tedeschi, i fascisti, a gruppi. La gente comune la si vedeva raramente, poca: la mattina presto quando andavano a lavorare e quando usciva dal lavoro. I negozi erano aperti ma c’era poco da compare, se avevi molti soldi, se uno andava al mercato nero trovava tutto quello che voleva.

- Nel Suo libro Lei fa solo un accenno alla morte di Oliviero Conti davanti alla piscina Ponzio. Lei sa come sono andate le cose?

- Noi avevamo l’appuntamento lì per colpire un ingegnere che aveva aderito alla RSI dalla fabbrica che era lì a fianco, non so come è stato ma a un certo momento Conti, poi suo fratello quel giorno lì sono arrivati prima, si sono seduti lì sulle scale che c’erano lì e parlavano. Allora secondo me la polizia li ha visti, li ha individuati, è andata a vedere cosa facevano. Loro, al posto di stare tranquilli, hanno tentato di scappare, la polizia ha sparato e l’ha colpito. Se loro arrivavano soltanto all’ultimo minuto, al momento che cera l’azione, si salvavano tutti, quindi è per questo che bisogna sempre rispettare le regole: le regole sono studiate, elaborate. Poi lì è stato ferito anche un altro, Sironi Antonio, gravemente a un braccio. L’hanno portato... nascosto in una casa, poi è stato arrestato, l’ha portato al policlinico la polizia e io dal policlinico sono riuscito a farlo scappare. L’hanno curato in quella casa in via Haiech, poi è morto tre mesi fa, era l’unico gappista ancora vivo.

- C’è qualche episodio in tutta la sua esperienza partigiana a Milano che lei ricorda con particolare chiarezza perché per Lei è importante dal punto di vista emotivo?

- C’è un fatto. Io ho un appuntamento, il partito mi presenta un gappista, io vado a parlare con lui e mi accorgo, dal modo in cui parlava- voleva sapere questo e questo e questo... Io subito ho capito: “Non c’è da fidarsi”. Allora riferisco al partito: “Io non fido di quella persona, secondo me dev’essere una spia.” “Ma no, ma tu non puoi pretendere che tutti siano come te, tu devi educarle le persone. Vado al secondo appuntamento ed era in corso Sempione, all’arco della pace. Mi dà appuntamento in corso Buenos Aires, in piazza Argentina. Quel mascalzone stava preparando...ha avvertito i tedeschi e i fascisti, tutta la piazza era circondata. Io avevo appuntamento con lui alle 5 e mezzo. Chissà perché esco con la staffetta, che era la mia compagna. Le faccio all’ultimo minuto: “Facciamo una cosa, vai tu all’appuntamento con lui alle cinque e mezzo, io vado al Policlinico per far liberare Antonio, quel gappista che era stato ferito. Mia moglie va all’appuntamento. Dovevamo rivederci verso le sei e mezzo, le sette. Aspetto sei e mezzo, le sette, le otto, otto e mezzo il coprifuoco, viene non viene, ho capito che era stata arrestata.

Allora io, dal punto di vita del regolamento, per disciplina, dopo 10 minuti dovevo fuggire perché lei sapeva tutto, dov’erano le armi, dov’era la casa, ma io ho avuto fiducia in lei. Sa, nella vita qualche volta, l’intuizione... e sono rimasto lì. Poi arrivano le 10 di sera e dico: “Non si sa mai, forse è meglio allontanarsi. Io avevo questo ambulatorio, questa casa che era a distanza...via Hajech, Macedonio Melloni,... 500 metri, e di notte piano piano sono andato.

Lei l’hanno picchiata ma non ha parlato, non ha detto una parola. Io non sapevo niente, la mamma va al fascio, gira gli ospedali. Dopo un mese abbiamo saputo che era stata arrestata, interrogata dai nazisti, picchiata, torturata, poi mandata in prigione a Monza e poi al campo di concentramento di Bolzano. Dovevano mandarla in Germania poi in quel momento lì non so se la linea ferroviaria è stata bombardata. Erano 500 donne lì a Bolzano, si è salvata.

- Dopo la Liberazione non ha mai avuto la sensazione di essere in pericolo?

- No. Han tentato di uccidermi, c’è stato un tentativo nel luglio, subito dopo l’insurrezione. Io ero a Acqui a riposarmi, perché io sono di Acqui, e c’era questo gappista, Novelli, che la polizia va per arrestarlo con una macchina. Allora quando la polizia va per arrestare questo partigiano Novelli, i compagni del quartiere danno l’assalto alla macchina della polizia, portano via una borsa e nella borsa c’era [l’ordine] di venire ad Acqui a prendere la salma di Giovanni Pesce...allora mi hanno salvato loro e poi mi hanno lasciato in pace.”

- Dopo la liberazione ha continuato ad occuparsi attivamente di politica, vero?

- Sì, ma ho sempre lavorato per vivere. Non devo niente nessuno, gli altri devono tutto a me!

- Signor Pesce, quello che scriverò sarà un romanzo quindi sarà una storia inventata, però vorrei metterci delle cose vere.

- Secondo me, deve mettere nel romanzo il problema della paura. In che modo si riesce a superare la paura: vedendo a destra e a sinistra la gente fucilata, impiccata, deportata, e questo dà la forza e il coraggio di fare quello che ho fatto. Io quando mi hanno incaricato... arrivo in questa casa, mi vengono a parlare i dirigenti del partito di Torino: “Bisogna andare in pieno giorno a uccidere un gerarca fascista, una spia”. Fra di me ho detto: “Come si fa?”. Non riuscivo a capire, io abituato là alla guerra di Spagna, in compagnia... ci ho riflettuto molto, sono stato 20 giorni a riflettere neh, poi sono venuti una serie di altri compagni, è venuto anche Amendola. Allora mi hanno fatto capire: “Tieni conto che il problema non è tanto di colpire la spia, più importante è questa fiducia, coraggio agli operai della fabbrica alla gente che e passiva cosi ha fiducia, vede che c’è anche...allora su questo ho superato questo stato animo e ho cominciato a lavorare per l’azione.”

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3 novembre 2012 6 03 /11 /novembre /2012 11:31

 La tendenza a considerare i kata come fonti storiche di tecniche di combattimento più realistiche del kumite di gara è abbastanza recente nel mondo del karate occidentale. Molti praticanti sono attratti dai bunkai, perché lo considerano il recupero di un’arte perduta, e affermano che le antiche tecniche di autodifesa sono state rimosse dalla pratica per colpa di istruttori poco preparati e di federazioni unicamente interessate alla trasformazione delle arti marziali in sport, accessibili a tutti e in grado di sovvenzionare le loro mire espansionistiche. Il presente articolo mira a scoprire cosa c’è dietro l’interesse crescente per la pratica dei bunkai, e a discutere se questa pratica ha davvero il valore che un numero crescente di praticanti le attribuisce.

In passato, su questa stessa rivista, ho preso in considerazione la povertà di collegamenti tra le tecniche dei kata e quelle usate nel combattimento di gara (sportivo o “tradizionale” che dir si voglia). Diversamente da chi pensa che i kata migliorino la pratica del kumite, io vedo kata e kumite come discipline separate, con ben poco in comune. Quando espongo ai miei colleghi “ortodossi” questa mia opinione (peraltro largamente condivisa), l’obiezione più frequente che mi viene mossa è che, mentre non c’è alcun rapporto tra kata e kumite sportivo, esisterebbe invece una connessione profonda tra kata e il combattimento reale, quello per la sopravvivenza.

Il metodo per apprendere e far proprie le tecniche di autodifesa contenute nei kata consiste solitamente nell’applicarle a vuoto o con un partner, in esercizi di combattimento simulato nei quali uno dei due porta un attacco predeterminato, utilizzando o meno tecniche di karate: prese o strangolamenti sono le alternative più comuni a pugni e calci. Il difensore si sposta avanti, indietro o lateralmente (variando così lo schema offerto dal kata) per controllare e neutralizzare l’attacco, poi risponde ribaltando i ruoli. Spesso il punto di partenza dell’applicazione è una delle tecniche difensive meno ovvie del nostro repertorio, ad esempio la prima “mossa” di quasi tutti i kata superiori, che viene poi trasformata in una torsione del polso, una leva al gomito o una proiezione che lascia l’attaccante in balia del difensore.

L’interesse crescente per le applicazioni dei kata suscita numerosi interrogativi.

  • Qualcuna delle applicazioni attuali è storicamente comprovata?
  • I kata sono stati mai applicati originariamente in questo modo, e quando?
  • La pratica del bunkai può servire a colmare una lacuna nell’allenamento del karate a media distanza?
  • La pratica del bunkai è davvero più vicina al combattimento reale rispetto a quella del jiyu kumite?

Sono sicuro che molti tradizionalisti che leggeranno queste quattro domande proveranno un sentimento di legittima indignazione, seguito dall’impulso irrefrenabile a rispondere “sì” a tutte queste domande. Personalmente, tuttavia, sono più portato all’investigazione che al dogma e quindi…procedo nell’indagine!

 

IL MODELLO DI PRATICA ATTUALE

Il karate che viene attualmente praticato è la giustapposizione di due discipline separate: il kumite e il kata: il kihon può essere inteso come esercizio propedeutico allo sviluppo delle qualità tecniche e fisiche richieste in entrambe le specialità, ma prevalentemente nel kata. Al M° Shirai va peraltro il merito di aver ideato, all’epoca della fondazione della Fikta, combinazioni di kihon (richieste per gli esami di Dan) che ben si prestano per un’applicazione al combattimento.

Il kata agonistico è un’arte dimostrativa non dissimile dalla ginnastica artistica, nella quale vengono esibiti buona forma, velocità, scioltezza, coordinazione e ritmo. Qualcuno obietterà che la pratica del kata va ben oltre, ma finché le competizioni e gli esami di kyu e dan valorizzeranno i kata solo o prevalentemente in quanto dimostrazioni di tecnica pura, qualsiasi altra pratica deve considerarsi statisticamente insignificante. La gente si comporta nel modo in cui sa di ottenere una ricompensa, ed attualmente gli atleti sono apprezzati se sanno eseguire un kata visivamente spettacolare, secondo i parametri stabiliti dalle regole di gara o dai requisiti per superare un esame.

Nell’altra specialità, il kumite, due atleti si fronteggiano in un “duello” con un arbitro tra di loro. L’area del combattimento è definita da linee tracciate sul pavimento come in qualsiasi campo di gara, e i contendenti possono scegliere come bersaglio dei loro colpi solo aree “sicure” come la faccia e la parte anteriore del busto. Il contatto eccessivo viene sanzionato, ed ugualmente proibite sono anche tecniche come i colpi di taglio al collo (ad onor del vero, nelle circolari della nostra Federazione, il loro impiego è definito come temporaneamente sospeso). Il combattimento viene arrestato dopo due minuti, misurati con un cronometro.

Queste due discipline (kata e kumite) hanno in comune ben poche cose: lo zenkutsudachi (liberamente personalizzato nel combattimento), il gyakuzuki, l’oizuki (per quei pochi atleti velocissimi che riescono a utilizzarlo) e il maegeri. A parte questo limitatissimo numero di tecniche, non c’è nessun’altra sovrapposizione.

Il bunkai non si inserisce agevolmente in questo schema di pratica. Mentre il combattimento consiste nello sferrare colpi solo in zone del corpo “sicure”, l’allenamento del bunkai può includere tecniche dei kata che prendono di mira punti vitali, come occhi e genitali. Tuttavia, proprio a causa della pericolosità di tali tecniche, non è possibile permettere la disputa di incontri che le ammettano, dato che fratturare un gomito, slogare un polso, cavare un occhio e rompere l’osso del collo non sono pratiche accettabili o legalmente difendibili! Di conseguenza gli aspetti più intensi del combattimento – i rapidi cambiamenti di distanza, gli attacchi a sorpresa, la necessità di prendere rapide decisioni quando si è sotto pressione, la tensione del confronto con un avversario – tutto questo è escluso dalla pratica del bunkai.

Nello stesso modo, la pratica del bunkai non si armonizza facilmente con quella del kata. Per esempio, un kata può avere un certo ritmo particolare che l’esecutore deve rispettare, ma che viene compromesso dall’esigenza di applicare le tecniche con un avversario. Inoltre, alcune tecniche dei kata, come ci sono state tramandate, non si adattano facilmente alla miglior applicazione pratica possibile. Per esempio, in alcuni casi la posizione delle braccia dev’essere invertita per ottenere la massima efficacia.

Dunque che cos’è il bunkai? Una terza specialità per il karate del futuro?

 

SIGNIFICATO STORICO

Alcuni appassionati di bunkai, numerosissimi in Italia grazie all’opera di divulgazione messa in atto nell’ultimo decennio dal M° Shirai, sostengono che riscoprendo le applicazioni dei kata ci stiamo riappropriando delle nostre tradizioni, allontanandoci dalla commercializzazione delle arti marziali e dall’eccessiva enfasi sulle competizioni (anche se il bunkai stesso è diventato specialità agonistica!) . Dicono che le applicazioni dei kata sono la pratica tradizionale, e che il karate è stato importato da Okinawa nel Giappone del 20° secolo in versione ridotta e censurata. Alcuni si spingono fino ad affermare che Funakoshi stesso non conosceva molte delle applicazioni, o che semplicemente non le ha insegnate ai propri allievi.

Se le cose stanno così, da dove provengono questi bunkai? Personalmente non vedo prove decisive del fatto che siano applicazioni antiche arrivate fino ai giorni nostri. Io credo che l’applicazione dei kata come la si insegna oggi sia un’esperienza del tutto nuova, e che poco o nulla provenga dall’allenamento originario di Okinawa.

Le ragioni di questa mia convinzione?

 

  • Ci sono poche somiglianze tra le varie applicazioni che vengono insegnate attualmente dai diversi Maestri e nei diversi stili di karate. Se fossero storicamente comprovate, sarebbero simili… almeno ipotizzando che più di una persona al mondo abbia avuto accesso a queste informazioni!
  • Nessun libro di karate pubblicato nel 19° secolo o in precedenza descrive o illustra applicazioni della complessità o qualità di quelle insegnate oggigiorno. Le applicazioni storicamente documentate sembrano piuttosto semplici.
  • Personalmente (con le eccezioni dei Maestri Shirai e Tokitsu), non ricordo nessun Maestro giapponese che nel corso degli ultimi 35 anni abbia insegnato applicazioni complesse, che andassero oltre quanto pubblicato nella serie Best Karate del M° Nakayama, apparsa negli anni ’80.

 

Dimentichiamo per un istante le prove schiaccianti che i bunkai che vengono insegnati oggi sono stati creati all’incirca nell’ultimo decennio. Se queste applicazioni sono storicamente documentate, quale periodo storico riflettono? Il Giappone degli inizi del 20° secolo? Okinawa nell’800? Ancora più indietro? La provincia cinese del Fukien? O forse altre aree della Cina, prima ancora del coinvolgimento di Okinawa nel processo di elaborazione dell’arte del karate?

Per secoli il karate ha conosciuto una continua condizione di cambiamento e di evoluzione che è durato fino al periodo successivo alla seconda guerra mondiale, quando alcune associazioni sportive (prima fra tutte la JKA) hanno tentato con successo di “normalizzarne” la pratica e standardizzarne l’insegnamento per creare uno sport che conoscesse diffusione mondiale. In quale di queste diverse fasi di sviluppo sono stati creati i bunkai? Nessuno sembra essere in grado di reperire e fornire questa informazione, e tutte le rivendicazioni avanzate finora sono simili: “Il mio stile possiede ancora le applicazioni originali e ci sono state insegnate, ma sono segrete per tutti tranne che per pochi che appartengono alla ristretta cerchia degli allievi del Maestro.” Pretese del genere vengono dallo Shito-Ryu, dallo Shorin-Ryu, dal Goju-Ryu, nonché dai praticanti di arti cinesi dalle origini più disparate: basta sfogliare le pagine di Samurai o compiere un rapido tour di Internet per rendersene conto.

In conclusione, sembra improbabile che gli attuali bunkai siano le “applicazioni originali”. Ma questo non le rende meno efficaci o interessanti da studiare!

 

VERSO IL COMBATTIMENTO REALE?

La pratica del bunkai secondo molti istruttori colma una lacuna dell’allenamento abituale, in quanto insegna a combattere a corta distanza, laddove il combattimento sportivo avviene, in modo simile al pugilato, ad una distanza medio-lunga.

Per molti la pratica del bunkai non significa solo cimentarsi in qualcosa di nuovo, interessante e impegnativo, ma è piuttosto un esercizio intenzionalmente finalizzato a migliorare le proprie possibilità di sopravvivere e di vincere in caso di attacco reale. Tuttavia, come ho osservato in precedenza, molti degli elementi del combattimento presenti in un vero kumite, come la reazione, la scelta di tempo e la distanza, sono impossibili da praticare in un esercizio preordinato e concordato. Ma anche il kumite (di palestra o di gara) ha i suoi limiti: abitua i praticanti a difendersi usando le tecniche che allena di più e i bersagli che preferisce quando è sotto pressione: i bersagli sicuri.

Un veterano con oltre vent’anni di pratica dello Shotokan un giorno mi ha confidato: “Una volta un tipo mi ha aggredito. Sai cos’ho fatto? L’ho colpito al mento con un bellissimo kizami-zuki, con una scelta di tempo perfetta. Non ha neanche fatto in tempo a vedere che cosa l’ha colpito. Sfortunatamente quel pugno l’ho anche controllato, perché ero allenato a fare così. Dopodiché quel tipo mi ha dato una manica di botte.”

Anche nella pratica del bunkai i colpi vengono controllati, tuttavia viene utilizzata una gamma più vasta di tecniche che possono essere impiegate più facilmente in caso di aggressione. Il fattore sorpresa, che si riduce a ben poco utilizzando attacchi elementari simili a quelli del kihon ippon kumite, può essere in parte ristabilito variando la direzione, il tempo e il numero degli attacchi per rendere la situazione più realistica.

Forse l’argomento più forte contro l’utilità del bunkai in un combattimento reale è che non prende in considerazione l’ambiente. In caso di vera aggressione, un essere umano può trovarsi su un terreno irregolare, e intorno a lui ci possono essere delle cose che potrebbe usare per difendersi. Scagliare contro l’aggressore dei quadri presi dalle pareti di casa, dei tavolini o delle sedie, o raccogliere della sabbia o dei sassi per usarli come armi sono tattiche fattibili e sensate quando si è minacciati. Le applicazioni dei kata presuppongono invece una coppia di persone a piedi nudi su un pavimento lucido, liscio e perfettamente pianeggiante, senza armi a disposizione di nessuno dei due.

 

UNA SINTESI…PROVVISORIA!

Anche se i fondamenti storici e la superiorità tattica del bunkai rispetto al kumite sono tuttora oggetto di legittima discussione, lo studio delle applicazioni dei kata è interessante e, perché no?, divertente, in quanto interviene a variare la ripetitività talvolta ossessiva di una lezione tradizionale. A mio parere la crescente popolarità del bunkai potrebbe anche essere una risposta indiretta alla crescente diffusione di arti marziali “ibride”. Spesso dei karateka, opposti a praticanti di altre arti marziali o sport di combattimento, hanno conosciuto brucianti sconfitte in competizioni “senza esclusioni di colpi”. Un’eccezione in questo senso è rappresentata dal Kyokushinkai del M°Oyama, i cui migliori esponenti si sono dimostrati capaci di contrastare il passo con successo a kick boxers e praticanti di Muai Thai: ma quanti di noi sono disposti a sottoporsi alle estenuanti e rischiose sedute richieste da questo stile? Oggigiorno molti praticanti della nostra arte e in particolare del nostro stile, rendendosi conto dei limiti del jiyu kumite, ricercano anche nei kata e nei bunkai il segreto di una maggiore efficacia. Solo il tempo potrà dar loro torto o ragione.

 

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31 ottobre 2012 3 31 /10 /ottobre /2012 15:13

Lo Students’ Karate Club nasce il 10 marzo 1975, 10 giorni dopo la mia promozione a cintura nera primo Dan. La prima sede è l’Esercito della Salvezza, in via Paolo Sarpi, e fra i miei primi allievi ci sono Giovanna Citrelli (ora Maestro 6°dan) e Paolo Severi. Negli anni successivi veniamo ospitati in due centri sociali al Ticinese e al Corvetto, fino a trovare una sede stabile in via Mompiani. Il nostro primo direttore tecnico (in attesa del mio diploma di istruttore) è Franco Franchi, la nostra federazione di appartenenza la mitica Fesika, il mio maestro Rosario Capuana. Verso la fine degli anni 70 aggiungiamo altre due sedi: quella di via Tre Castelli (dalla quale provengono tra gli altri i fratelli Alex e Laura Andriola) e quella della Sjhs di viale Lombardia (con le future cinture nere Funda Topuz e John Martelli). Negli anni 80 cominciano i successi agonistici con Giovanna Citrelli (più volte campionessa italiana, nonché membro della nazionale italiana e due volte campionessa d’Europa) e Rosemary Ghidotti (anche lei nazionale e campionessa italiana ed europea, seconda alla Coppa del Mondo di Budapest). Negli anni 90 si affievolisce il mio interesse per l’agonismo; lo Students si trasferisce in via Mincio, poi in via Oglio e definitivamente in via Polesine, presso la palestra della scuola elementare. La npstra federazione di appartenenza è ora la Fikta, ma vivo è anche l’interesse per il karate di marca Jka. Attualmente lo Students è tuttora diretto dal sottoscritto (C.N. 4°dan dal 2007) e nel corso avanzato ci sono atleti che mi seguono fin dall’inizio, accanto ad altri che si sono aggiunti negli anni: Fabio (4°dan), Marco, Francesco, Barbara e Roberta (3°dan), Giulio (2°dan), Laura, Antonino e Wahid (1°dan). I corsi si tengono al lunedì e al giovedì dalle 19 alle 20 (principianti) e dalle 20 alle 21 (solo cinture nere).

assoluti

Qui sopra la premiazione dei Campionati Assoluti Fikteda 1984, con due atlete dello Students sui gradini più alti del podio.

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27 ottobre 2012 6 27 /10 /ottobre /2012 21:39

    Il numero di novembre dedica ampio spazio a due “eventi” diversi ma complementari: i campionati mondiali ITKF di Lodz e lo Stage di San Marino, organizzato da maestri di diverse organizzazioni e finalizzato alla raccolta di fondi in solidarietà con le popolazioni terremotate dell’Emilia. Cercando di evitare la retorica e l’autocelebrazione, direi che le vittorie (ma anche le sconfitte) dei bravi atleti della Fikta e l’impegno per aiutare il prossimo in difficoltà non con le chiacchiere ma “rimboccandosi le maniche” del gi (attenzione: in gara non è consentito!) sono solo due delle facce della nostra meravigliosa e poliedrica disciplina.    Per informazioni e abbonamenti: www. yoimagazine.it

yoidinovembre

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20 ottobre 2012 6 20 /10 /ottobre /2012 16:57

Assistere dopo oltre un decennio a una messa funebre per dare l'ultimo saluto a una cara amica che se ne è andata troppo presto e troppo in fretta mi ha dato la sensazione straniante di assistere a un rituale magico in piena era tecnologica. La gestualità del sacerdote, l'ondeggiare del turibolo, gli spruzzi rituali, le candele e l'immersione delle dita nell'acquasantiera, il dialogo tra officiante e fedeli, il sedersi, il rialzarsi e l'inginocchiarsi dei presenti hanno avuto per me il sapore un po' esotico di una cerimonia misteriosamente consolatoria. Il fatto che si celebrasse in italiano anzichè in latino come il 90% delle messe a cui io abbia assistito non ne ha sminuito il carattere esoterico. I soli tocchi di ragionevolezza e quotidianità sono venuti dalla predica di un giovane prete che mi è sembrato molto umano e molto in buona fede, il solo contatto con la realtà èarrivato dal dolore cocente dei familiari e di tutti noi presenti. Spero di dover essere testimone di un altro rito iniziatico di questo tipo il più tardi possibile: ho già dato disposizioni per non esserne mai il beneficiario, e non perché l'esperienza mi abbia lasciato indifferente, tutt'altro...

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14 ottobre 2012 7 14 /10 /ottobre /2012 16:27

Campionati mondiali ITKF a Lodz: un servizio in "tempo reale" e le interviste ai protagonisti.mondiali-lotz.jpg

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7 ottobre 2012 7 07 /10 /ottobre /2012 11:37

Caro Michele,

Leggo sulla tua Amaca di oggi che ti disturba la violenza verbale degli slogan vecchi scanditi dai giovani partecipanti ai nuovi cortei. Non puoi però negare che i fascisti e i neofascisti sono quelli di sempre (vedi ad esempio il clima politico che si respira a Roma) e che le forze dell'ordine incaricate di manatenerlo non brillano sempre per fair play. Tu vorresti un repertorio nuovo in un Paese in cui le condizioni dei ceti meno abbienti e i loro diritti stanno arretrando vertiginosamente e in un contesto internazionale in cui le reazioni di chi sta male non si limitano solo agli slogan. Per conto mio, non mi auguro certo il remake della scena finale di Fragole e sangue in cui gli studenti pacifisti che cantano Give peace a chance sdraiati per terra si fanno spaccare la testa dalla polizia...

Sergio Roedner

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