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23 aprile 2012 1 23 /04 /aprile /2012 15:52

E' in uscita il numero zero di Yoi, il nuovo mensile di karate on-line. Il numero zero può essere scaricato e stampato gratuitamente inviando una richiesta a sroedner@yahoo.it.Nel numero zero: servizi sui campionati europei della Jka, sull'attività nazionale della Fikta e sugli stage del Maestro Yahara; le interviste esclusive al Maestro Nakayama (1983) e ad Assunta Cabiddu (2012), e molto altro ancora...E' disponibile anche un breve video su youtube che illustra l'iniziativa: http://youtu.be/6nHIQkSY7ko

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6 aprile 2012 5 06 /04 /aprile /2012 16:30

Vi presentiamo un documento rarissimo: il servizio fotografico che la rivista giovanile Ciao 2001 realizzò sul gruppo anarchico "22 marzo" nel novembre 1969, un mese prima che scoppiasse la bomba di Piazza Fontana e Pietro Valpreda venisse accusato di strage. Nel reportage riconoscibilissimo anche Mario Marlino, in seguito sospettato di essere un infiltrato fascista tra gli anarchici. Di questo servizio ha parlato Paolo Cucchiarelli nel libro Il segreto di piazza Fontana a cui è ispirato il film Romanzo di una strage, recensito su questo blog.22marzo.jpg

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6 aprile 2012 5 06 /04 /aprile /2012 09:30

Dopo 30 anni di silenzio ritorna Yoi, la rivista di karate libera da pubblicità e condizionamenti. E dato che siamo entrati da tempo nell'era di Internet, Yoi sarà pubblicato on-line, su questo blog, a cadenza mensile. Sono graditi i contributi di tutti gli appassionati, a qualunque "parrocchia" o federazione appartengano. Parlateci dei vostri maestri, delle vostre gare, dei vostri dubbi. Noi non vi censureremo. In vista del numero 1, in uscita verso metà mese, mandate testi e fotografie a sroedner@yahoo.it.yoi online 001

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4 aprile 2012 3 04 /04 /aprile /2012 21:52

(2006)

In trentacinque anni di pratica ho conosciuto un discreto numero di maestri giapponesi, in gran parte, anche se non esclusivamente, provenienti dal mitico corso istruttori della JKA.

Agli occhi di un novizio apparivano tutti simili, tutti ugualmente bravi, severi e vagamente minacciosi, soprattutto quando te li trovavi davanti a uno stage o allineati dietro al tavolo di una commissione d’esame. Li si vedeva anche nelle famose dimostrazioni al Palalido ed anche se nessuno capiva ancora molto di kata, di kumite e di difesa personale, ciò che facevano strappava gli applausi del pubblico e contribuiva ad alimentare il mito, proprio di una generazione e mio personale, del karate come disciplina esoterica ed affascinante.

Pian piano cominciai a distinguere l’efficace essenzialità e la bonaria signorilità del Maestro Kase, i ruggiti semiseri e i mawashigeri genuinamente terrificanti del Maestro Enoeda, l’algido e scientifico distacco del Maestro Nishiyama, l’umiltà disarmante del Maestro Miura e perfino, in un paio di occasioni, la fragile ma carismatica presenza del Maestro Nakayama (penso che negli ultimi tempi anche il maestro Funakoshi fosse così, un icona sacra distaccata dai problemi triviali del karate di massa). Al suo arrivo al CSKS nel 1975, il Maestro Naito mi mise a disagio con il suo approccio fisico che aggrediva (a fin di bene, s’intende) la mia innata timidezza, mentre nel 1979 Kenji Tokitzu mi affascinò, così giovane e colto, già proiettato a distruggere i miti che lo avevano nutrito (tra parentesi, non ci riuscì, ma la sua Voie du Karate resta uno dei libri più affascinanti che io abbia mai letto). È invece compito assai più difficile, evitando luoghi comuni e cose dette mille volte, tratteggiare nello spazio di un editoriale la personalità del Maestro Shirai, da quarant’anni fonte preziosa ed inesauribile che alimenta il karate nel nostro Paese, e che io conobbi davanti alla palestra di via Bezzecca nel settembre del 1971.

Per me il Maestro è prima di tutto una persona molto intelligente, con straordinarie doti di introspezione psicologica, non so quanto innate e quanto affinate dalla pratica quotidiana delle arti marziali, capace di valutare allistante chi ha di fronte, come karateka e come persona, e di trattarlo di conseguenza per quel che vale e merita. Proprio per questo riesce ad esigere e ad ottenere da ciascuno il massimo che l’altro gli può dare: in termini di tecnica, ma anche di impegno nel dojo e nella federazione. Lontano dal trattare i suoi allievi come una massa o un gruppo indistinto, instaura con ognuno di loro un diverso rapporto personale, che coltiva con piccole ma continue attenzioni. Lo ricordo, nel lontano 1972, impegnato ad adattare i kata per un praticante con un braccio solo; all’esame di cintura nera prima lo bocciò e la seconda volta lo promosse, con un rigore pari solo alla sua profonda umanità.

Tecnicamente, nonostante il livello eccellente dal quale già partiva nel 1965 (campione di kumite del Giappone ed ottimo esecutore di kata), in virtù di quella inesauribile spinta al perfezionamento che lo contraddistingue, ha continuato ad evolversi, lasciandosi indietro, a distanze siderali, i non pochi che lo hanno abbandonato lungo il percorso ma che a tutt’oggi millantano di provenire dalla sua scuola. Gradualmente, la sua attenzione si è spostata dal kumite al kata (forse anche per l’amore del bello che è unaltra sua dote peculiare) e più tardi sul significato profondo della sua applicazione o bunkai, alla quale ha dedicato questi ultimi anni, per la gioia e il tormento dei suoi seguaci mentalmente meno elastici, come il sottoscritto.

Campione ed appassionato di karate sportivo (in molti lo abbiamo visto piangere quando risuonavano le note dell’inno nazionale italiano, in occasione di una delle innumerevoli vittorie dei suoi atleti in un campionato mondiale o europeo), ha parallelamente portato avanti, con i suoi allievi più motivati, il discorso del karate come autodifesa, ideando e sviluppando quel formidabile metodo (o stile?) chiamato Goshindo, che ha sfornato moderni samurai del calibro di Claudio Cerruti. Organizzatore infaticabile e abilissimo, mentre i suoi connazionali venivano spesso risucchiati nei vortici della politica sportiva, emarginati o usati come uomini di paglia, ha saputo costruire una serie di strutture federali che hanno trattato alla pari con la Federazione “ufficiale” del CONI: l’AIK, la Fesika, l’Istituto Shotokan, la Fikta sono state o sono tuttora realtà tenute insieme dal suo carisma e dalla sua capacità di

circondarsi di persone oneste, capaci e leali. Basterebbe questo a differenziarle dalle innumerevoli sigle create per protagonismo, sete di potere e nepotismo da sedicenti

ottavi dan da operetta.

Insomma, di maestri giapponesi ne ho conosciuti molti ma, almeno per quel che riguarda il nostro paese, la lettera maiuscola vorrei riservarla solo a lui: a chi è stato per molti anni il mio gentile ma inesorabile torturatore del lunedì sera, il Maestro Hiroshi Shirai.

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4 aprile 2012 3 04 /04 /aprile /2012 18:23

Al di là delle intenzioni dei registi e della bravura di alcuni interpreti (ma chi ha insegnato l’accento milanese a “Valpreda” e prima di lui a Vallanzasca?), Romanzo di una strage è un film deludente,  il cui maggior pregio è di scoprire l’acqua calda (la responsabilità degli apparati dello stato e dei fascisti nelle bombe del 12 dicembre), ma che pecca del grave difetto di dare per scontati fatti che scontati non sono e viceversa di lasciare nell’ambiguità personaggi ed episodi su cui la magistratura e/o la coscienza collettiva hanno già espresso un giudizio definitivo. Eccone un elenco sommario:

·         Al momento in cui Pinelli precipita dalla finestra del quarto piano il film mostra Calabresi in un’altra stanza, a colloquio con Allegra. E’ la tesi della difesa, che non tiene conto della testimonianza contraria di Pasquale Valitutti (che pure compare, sia pure confusamente, nella narrazione) e fa parte del processo di “canonizzazione” della sua figura.

·         La scena della caduta di Pinelli non viene esplicitamente mostrata (il regista avrebbe dovuto prendere posizione: “malore attivo” come sentenziò D’Ambrosio, “balzo felino” come diceva il questore, o che altro?) ma in questo modo l’ipotesi del suicidio resta in piedi, almeno stando alle dichiarazioni unanimi dei funzionari al commissario Calabresi che accorre al rumore. Quindi, delle due l’una: o l’anarchico si è davvero suicidato (e questa tesi è un’offesa intollerabile alla memoria di Pinelli e alla verità) oppure c’è una congiura di tutti alle spalle di Calabresi (e il film in seguito prende questa strada).

·         La storia poi si incanala definitivamente nel romanzesco, con un Calabresi sguinzagliato sulla pista “nera” che rivela a un superiore i suoi dubbi e viene ucciso poco dopo in circostanze che il film non chiarisce, lasciando il sospetto che sia stato eliminato perché sapeva troppo. Poco prima c’era stato il ritrovamento di Feltrinelli ai piedi del traliccio, con l’onnipresente commissario ad assolverlo sui due piedi da ogni ipotesi di complicità con gli attentati di dicembre: chissà, forse anche lui “suicidato” dai servizi segreti e messo su quel traliccio?

La verità, diceva Gramsci, è rivoluzionaria ed è molto più semplice: Pinelli non si è ucciso e Calabresi condivideva in pieno la linea dell’ufficio politico della Questura, del Viminale e del Quirinale: responsabili per loro erano gli anarchici. Feltrinelli è saltato in aria nel corso di un attentato dimostrativo (contro un traliccio, non una  banca) organizzato dai Gap da lui stesso fondati, e Calabresi, additato a torto o a ragione come principale responsabile della morte di Pinelli, è stato ucciso da un commando del servizio d’ordine di Lotta continua: con buona pace di Tullio Giordana e di Paolo Cucchiarelli, dal cui libro (già recensito in questo blog) è stato liberamente tratto questo film, un’ennesima occasione sprecata.     

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3 aprile 2012 2 03 /04 /aprile /2012 17:22

Caro Paolo,

rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei   ne ho poco: ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci   teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati si sia chiarita.

Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per

occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente   sufficenti [sic!] per riempire la giornata.

Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare   eventuali ripetizioni dei fatti. L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non   vogliamo nemmeno subirla: essa è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette   anche la stampa borghese, ora speriamo che lo comprenda anche la magistratura.   Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti.

Siccome tua madre non vuole che ti invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici

(che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto   Spoon River, è uno dei

classici della poesia americana, per altri libri dovresti dirmi tu i titoli.

Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio, tutti ti salutano e ti abbracciano, un  abbraccio in particolare da me ed un presto vederci

tuo Pino.

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3 aprile 2012 2 03 /04 /aprile /2012 14:59

calabresi.jpg

 

Luigi Calabresi, commissario di polizia in forza alla squadra politica della Questura di Milano e coinvolto nell'oscuro episodio della morte dell'anarchico Pinelli, precipitato da una finestra della Centrale di via Fatebenefratelli, venne ucciso da un commando del servizio d'ordine di Lotta Continua il 17 maggio 1972. Alla beatificazione di Calabresi, in atto per iniziativa del cardinale Luigi Tettamanzi, si affianca ora anche la santificazione bi-partisan da parte di destra e sinistra. Calabresi non sarebbe stato neppure presente al momento della caduta di Pinelli da quarto piano della Questura (nonostante la testimonianza mai smentita di Pasquale Valitutti) e addirittura, secondo la versione proposta dal film di Marco Tullio Giordana in parte basato sul pessimo libro-"inchiesta" di Paolo Cucchiarelli, avrebbe sposato quasi subito la tesi della matrice fascista degli attentati, inascoltato dai suoi "malvagi" superiori.

Secondo noi Luigi Calabresi ha fatto quello che ci si aspettava all'epoca da un funzionario di polizia in prima linea nella lotta contro ultrasinistra e anarchici, né più né meno di quello, e il suo ruolo nella morte di Pinelli rimane e rimarrà ormai per sempre poco chiaro anche perché, nei due anni e mezzo intercorsi tra il 12 dicembre e il suo assassinio, non ha mai denunciato i veri colpevoli della strage o spiegato i troppi silenzi e le troppe contraddizioni di quella tragica notte in Questura.

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2 aprile 2012 1 02 /04 /aprile /2012 17:41

Chi sono stati, al di là del comprensibile tifo in favore  del proprio maestro, i più grandi atleti della Jka? Le statistiche dei campionati nazionali ci aiutano a compilare una graduatoria per alcuni aspetti sorprendenti. Precisiamo che i nostri dati si fermano per il momento al 2004.

1)      Il titolo di “Grandmaster” viene assegnato dalla Jka all’atleta che si piazza meglio nelle gare di kata e kumite nello stesso anno, e designa quindi il concorrente più completo. Scorrendo questa lista, al primo posto troviamo Takuya Taniyama, che ha vinto il titolo quattro volte: nel 1998, 1999, 2001 e 2002. Subito dopo di lui, con tre titoli, Hideo Ochi (1966, 1967 e 1969) e Masaaki Ueki (1965, 1968, 1971). Al quarto posto Yoshiharu Osaka con due titoli (1978 e 1979).

2)      Per quanto riguarda il kumite maschile, il più titolati di sempre, con quattro titoli nazionali sono Takeshi Oishi  (1969, 1970, 1971, 1973) e Tanijama Takuya (1995, 1996, 1998, 2001. A tutto il 2004 Kunio Kobayashi seguiva con tre titoli, uno in più di Tanaka, di Kanazawa, di Ochi e di molti altri.

3)      Nel kata maschile, con sette titoli dominio assoluto da Yoshiharu Osaka, seguito da Masaaki Ueki (6 titoli), Takenori Imura (5 titoli), Takuya Taniyama (4 titoli).

4)      Nel kumite femminile, il primato spetta a Hiromi Hasama (5 titoli) seguita da Keiko Kono (4 titoli).

5)      Nel kata femminile giganteggia, con otto titoli, Yoko Nakamura, seguita da Hiromi Kawashima (7 titoli). A tutto il 2004 Terumi Nakata era terza con 5 titoli.

Il Maestro Hiroshi Shirai è salito quattro volte sul podio del kumite: terzo nel 1959, secondo nel 1961, primo nel 1962 (anno in cui ha anche conquistato il titolo di Grandmaster vincendo anche la gara di kata), ancora secondo dietro Enoeda nel 1963. Nel kata, oltre alla vittoria del ’62, vanta un terzo posto nell’anno precedente.

Nella foto: Masaaki Ueki e Takuya Taniyama, due dei migliori di sempre.

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31 marzo 2012 6 31 /03 /marzo /2012 14:30

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31 marzo 2012 6 31 /03 /marzo /2012 13:17

In margine allo stage della Jka Italia organizzato a Cantù con la partecipazione del M°Oishi, il M° Naito ci ha rilasciato questa breve dichiarazione:

"Nella Jka Italia sono liberi di partecipare gli iscritti di tutte le federazioni. Io sono per l'osserrvanza della regola fondamentale del rispetto propria del karate, ma mi sembra che nella Fikta ci sia un regolamento troppo rigido che limita la libertà dei praticanti. A me non interessa la politica ma solo il progresso degli allievi e il collegamento con la tradizione rappresentata dalla Jka.

Forse è troppo presto per ritrovarci, visto che sono passati solo due anni, e la separazione è nata dopo una riunione-fiume durata molte ore. Io ho il più grande rispetto per il Maestro Shirai, ma penso che nella Fikta qualcuno si preoccupi troppo di raccogliere la sua "eredità". Eppure c'era posto per tutti, dato che la Federazione partecipava a numerose attività agonistiche diverse, con la Itkf, con l'Eska e naturalmente con la Jka." 

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