Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
31 gennaio 2018 3 31 /01 /gennaio /2018 13:19
BEATRICE.
"Mentre ch'io ruinava in basso loco", mentre muovevo i miei primi passi incerti in quel girone infernale che era ai miei occhi atterriti il reparto psichiatrico del Fatebenefratelli, venne in mio soccorso un'apparizione angelica. Una fanciulla biancovestita mi si avvicinò, mi gettò le braccia al collo e mi disse: "Sono Beatrice, e ti do il benvenuto nell'aldilà. Tu come ti chiami?" Le dissi il mio nome e lei mi baciò su entrambe le guance, poi scomparve nella penombra con la stessa rapidità con cui era apparsa.
Non la rividi mai più. Più tardi seppi che era una creatura dolcissima, impazzita per un amore infelice, che rivelava la sua indole altruista accogliendo i nuovi venuti per attenuare l'effetto che il regime carcerario del reparto aveva su di loro. Era stata trasferita altrove, in un altro ospedale o in un centro di riabilitazione psichiatrica. Non ho più avuto sue notizie ma non la dimenticherò.
Beatrice

Condividi post

Repost0
30 gennaio 2018 2 30 /01 /gennaio /2018 16:33
AGRINA
Agrina era un'infermiera nata in Albania ma cresciuta in Toscana. Giovane, bella e capricciosa, esercitava il suo potere dispotico sui degenti di Albese. Faceva irruzione nelle camere rimproverando chi era ancora a letto ed invitandolo con mala grazia a farsi la doccia o a cambiarsi la felpa o la tuta.
Quando arrivavi davanti a lei per la "terapia" mattutina non sapevi mai se te l'avrebbe somministrata subita oppure, fatta una lunga fila, non ti avrebbe invitato a ritornare più tardi, o anche mezza prima e mezza dopo. A volte ti chiudeva la porta in faccia e restava per un quarto d'ora a chiacchierarecon una collega.
A pranzo era tra le poche a esigere che si recitasse la preghiera del ringraziamento e a decidere chi dovesse leggerla quel giorno. Quando scelse me e le dissi che ero ateo, rimase chiaramente sbalordita ma non fece commenti. Da quel giorno però perse ogni speranza sul mio destino ultraterreno e mi trattò con fredda cortesia ma anche con crescente distacco.
Non tollerava commenti negativi sui cibi infami che ci venivano serviti e quando una malata, in tono molto civile, obiettò di fronte a un pranzo "vegano" composto unicamente di verdura, la zittì e si sedette accanto a lei, rintuzzando qualsiasi osservazione con il diktat: "A tavola non si parla".
La sua meschinità emergeva soprattutto quando si presentavano da lei i pazienti per firmare un'uscita "in autonomia" (cioè da soli, senza l'accompagnamento di un familiare). Se mancava anche un solo minuto all'ora x li rimandava in camera, e se tardavano anche pochi minuti al ritorno, faceva rapporto al medico facendo sospendere il loro permesso di uscita.
Particolarmente disumano era il modo in cui Agrina trattava la mia amica "bocca bruttissima" di cui vi ho già parlato. A seconda dell'umore, la trascinava a tavola provocando le sue acutissime grida, oppure la ignorava platealmente facendole saltare il pasto. In un'occasione le sentii dire: "Non mi meraviglio che le tue sorelle non ti vogliono più in casa. Senti, io di te non ne posso più. Se vuoi bere, bevi. Se vuoi guarire, vieni a prendere la terapia": Poi voltò le spalle e se ne andò, mentre Maria Maddalena gridava disperata: "Voglio guarire! Voglio guarire".

Condividi post

Repost0
30 gennaio 2018 2 30 /01 /gennaio /2018 10:44
LA DISTRUZIONE DEL PROFESSORE
Ho un debito di gratitudine verso il reparto Psichiatria d'urgenza del Fatebenefratelli, perché è lì che è stato impostato il trattamento farmacologico che mi ha permesso di risalire gradualmente verso la superficie e di tornare "a riveder le stelle". Tuttavia, dato il carattere specifico del reparto, non vi ho assistito né a guarigioni né a miglioramenti prodigiosi. Più spesso è stato vero il contrario.
La stanza nella quale mi trovavo aveva sei letti. Qualche giorno dopo il mio arrivo venne ricoverato un professore universitario di Economia. Milanese, esuberante, appena entrato si lamentò bonariamente con gli infermieri delle restrizioni e ispezioni alle quali era sottoposto. Si coricò sul lettino in giacca e cravatta, si attaccò al telefonino e cominciò a comunicare coi colleghi, disdicendo una riunione di facoltà e discutendo i contenuti del prossimo numero di una rivista della quale era redattore. Era iperattivo ma lucidissimo.
Iniziò la terapia. Quella notte dormì come un sasso, vestito e con le scarpe, nonostante le numerose interruzioni provocate dall'arrivo di nuovi malati, dall'accensione dell'unica luce centrale e dalle urla che provenivano dal corridoio. Il giorno dopo saltò la colazione e dormì fino all'ora di pranzo. Nel pomeriggio riprese l'attività telefonica, ma con meno brio e meno convinzione del giorno precedente. Poi sprofondò nuovamente nel sonno. Dormì per tre giorni e tre notti intere, dimentico di tutto e di tutti.
Nel pomeriggio del quarto giorno si svegliò del tutto ma, come nell'episodio ariostesco della follia di Orlando, il suo umore era cambiato. Prese a chiamare con voce stentorea l'infermiera, che però non si fece vedere. La chiamò per tutto il pomeriggio e per tutta la sera.Verso le otto arrivarono due infermieri, che lo invitarono senza troppi complimenti ad abbassare il volume e non avendo ottenuto una risposta affermativa, lo legarono al lettino con delle cinghie.
Il professore si calmò ma verso le 23, quando tutto il reparto era immerso in una pace troppo assoluta per poter durare, cominciò a contare a voce altissima: "Unooo! Dueee! Treee! Quattrooo!". Arrivò fino al trecentocinquanta senza che nessuno gli desse la soddisfazione di farsi vedere e, stranamente, senza che nessuno dei compagni di stanza protestasse. Al trecentocinquantuno arrivò la dottoressa di guardia con due infermieri e gli fece una puntura, o come si dice tra gli esperti, "lo sedò". Due giorni dopo partì per un reparto di lungodegenza in una clinica privata.
Spero che le cure abbiano finalmente avuto effetto anche su di lui e che sia tornato alle sue lezioni di Economia. Il suo esempio e quello di altri insegnanti ha confermato la mia convinzione, suffragata anche da dati statistici, che il disagio psichico possa essere considerata una malattia professionale per la nostra categoria.
La distruzione del professore

Condividi post

Repost0
30 gennaio 2018 2 30 /01 /gennaio /2018 09:10
ABNER
Nella Bibbia Abner è un generale imparentato con Saul, che si rende odioso per la sua arroganza e crudeltà. Passa dalla parte di Davide ma viene ucciso per gelosia.
Se c'era una persona alla quale non si addiceva il suo nome era proprio Abner, un gigante buono che si muoveva, trasognato e ironico, nel terribile reparto di psichiatria del Fatebenefratelli. Camminava lentissimo, in veste da camera e pantofole, circondato dal rispetto di tutti, degenti e infermieri, che comprendevano istintivamente che si trattava di un grand'uomo al quale un demone maligno aveva tarpato le ali.
Abner aveva una grande passione: il violino, ed un grande passatempo: gli scacchi. Tempestando di telefonate i suoi familiari, aveva ottenuto che gli si portassero in reparto il suo violino e una grande scacchiera da torneo, e dava regolarmente concerti nella cosiddetta sala da pranzo del reparto, assistito da una signora che gli voltava le pagine dello spartito. Suonava benissimo, incantando i cosiddetti malati di mente e le cosiddette persone normali, anche se una stecca ogni tanto ci ricorfdava che c'era qualcosa di malato in quel violinista. Dei suoi errori Abner incolpava una misteriosa puntura che, a quanto diceva, gli offuscava la mente e le mani.
Per quel che riguarda gli scacchi, Abner aveva scoperto che anch'io in gioventù ne ero stato appassionato, e con timidezza mi sfidava a quotidiane partite, che io accettavo volentieri di giocare, affascinato dalla signorilità del personaggio e troppo felice di evadere per qualche tempo dallo squallore del luogo e della mia condizione.
Abner iniziava magnificamente tutte le partite, mettendomi in seria difficoltà dopo una quindicina di mosse ma fatalmente, dopo altre cinque o sei perdeva il filo della posizione e cominciava a cedere terreno e materiale. Troppo signore per invocare eccezioni alla regola del "pezzo tocco, pezzo mosso" finiva per perdere o al massimo per pattare.
Abner si era pertanto convinto che io fossi un grande giocatore e parlava di me in corsia col massimo rispetto.Quando riusciva a pareggiare, telefonava subito a suo fratello per comunicargli lo straordinario evento.
Non sono mai riuscito a capire di quale disturbo esattamente soffrisse, anche perché non si sapeva mai se scherzasse o no quando diceva di soffrire di Alzheimer e raccontava di avere visitato i manicomi di mezza Italia.Uscito di lì, quando mi trovavo in "riabilitazione" ad Albese, ho ricevuto i suoi cordiali saluti dal mio nuovo vicino di letto che lo aveva incrociato al Fatebenefratelli, riportandone la stessa straordinaria impressione che ne avevo avuto io.
Grande Abner! Gli auguro che, trovato sollievo dai suoi demoni, possa tornare con animo leggero agli scacchi e alla sua straordinaria musica.
Abner

Condividi post

Repost0
29 gennaio 2018 1 29 /01 /gennaio /2018 08:53
LA MIA DISCESA AGLI INFERI (2)
Per le prime vacanze da pensionato avevo sognato un viaggio in Giappone o a Okinawa per risalire alle radici del karate, la passione principale della mia vita. Invece, stante la mia difficoltà a programmare qualcosa di diverso dalla routine quotidiana, ripiegai sulle solite mete di ogni mia estate: la Valmalenco per le escursioni in montagna e la Toscana per la consueta settimana al mare con Giulio. Mi fu molto difficile fare le valigie (cosa portare? cosa comprare? cosa scartare?) e accettare i costi della vacanza, perché mi sembrava di essere sull'orlo della povertà. Ridussi al minimo le spese alimentari, anche perché ogni puntata al supermercato si traduceva in un parto tormentoso.
Venne il giorno della partenza per la Valmalenco. Mio figlio dormì per tutto il tragitto, mentre io ero preda di un assurdo rancore nei suoi confronti. Perché lasciava solo a me la fatica della guida? Perché non capiva che avevo bisogno di chiacchierare con un essere umano, dopo le settimane passate in solitudine in un appartamento sempre più sporco e disordinato?
Frattanto il tempo virava al peggio, prima i nuvoloni e poi una pioggia fittissima e folate di nebbia, mentre ci arrampicavamo con la Punto per i tornanti della Valmalenco. Arrivammo per l'ora di cena, scambiai poche battute con i proprietari e gli altri ospiti che conoscevo, poi ci ritirammo nella mia camera a guardare l'ennesima puntata di Prison Break, la serie che Giulio aveva scaricato da Internet e che a me piaceva ben poco, soprattutto confrontandola con Breaking Bad o True detective. Nonostante le trenta gocce di Minias passai la notte in bianco, come ormai mi succedeva da tantissimo tempo. Il giorno dopo facemmo una breve e facile escursione al rifugio Cristina, seguito da una visita a una pasticceria di Chiesa. Mi persi parecchie volte prima di riuscire a trovarla, e le battute scherzose di mio figlio sulla mia incipiente demenza senile mi ferirono profondamente.
Non andò meglio con la settimana al camping Casa di Caccia a Marina di Bibbona. Quei mille e cento euro mi sembravano altrettante libbre di carne strappate invano al mio corpo sempre più magro. Non amo particolarmente il mare ma avevo sempre apprezzato quei pochi giorni in una confortevole casa mobile dotata di aria condizionata, cazzeggiando tra la spiaggia (a pochi minuti dal camping, sdraio e ombrellone compresi nel prezzo) e le varie pizzerie della zona, leggendo un libro o guardando insieme dei film. Invece andò tutto storto fin dall'inizio. La casa mobile non fu disponibile fino al tardo pomeriggio, quando era troppo tardi per andare in spiaggia, e la pizzeria del campeggio mi parve meno accogliente del solito. Le attività che avevo svolto con entusiasmo o perlomeno con soddisfazione negli anni precedenti mi sembrarono vuote di ogni significato. I libri che mi ero deciso a comprare da Feltrinelli dopo mille indecisioni si rivelarono altrettante boiate. Non mi azzardavo più a compiere le mie lunghe nuotate fino alla boa perché mi sentivo svuotato di ogni energia. Giulio arrivava in spiaggia sempre più tardi e c'era poca comunicazione tra di noi. A lui sembrava non pesare l'ozio sotto l'ombrellone, mentre io rimuginavo pieno di rancore sui soldi sprecati e la vacanza che si stava lentamente consumando. Il maestrale aveva preso a soffiare ed era impossibile fare il bagno.
Fu quasi con sollievo che rifeci faticosamente la valigia per ritornare a Milano.
Il resto dell'estate fu ben poco memorabile. Mi limitai a qualche solitaria uscita in bicicletta sui Navigli che, se diede un minimo senso alle mie giornatei, riacutizzò vari acciacchi senza appagarmi. Dolori alle anche e alle ginocchia, braccia formicolanti e mani anestetizzate dalla compressione della colonna: insomma, una vera carretta rispetto a un anno prima!
Mi muovevo per casa a fatica passando dal letto alla poltrona dell'Ikea e cercando di non trasformare la stessa in un porcile.
Provvedevo al mio mantenimento quotidiano e mi chiedevo dove avrei preso la forza per presentarmi alla prima lezione di karate dal maestro, martedì 5 settembre.
Alla fine, contro ogni logica, ci andai e per una volta feci la scelta giusta. L'allenamento fu leggero e non mi provocò l'ansia delle ultime sedute di luglio, Rividi il maestro e i compagni e tornai a casa con l'effimera ed erronea consapevolezza che ce la potevo fare.
La discesa agli Inferi (2)

Condividi post

Repost0
27 gennaio 2018 6 27 /01 /gennaio /2018 14:43
LA MERENDA
La merenda era uno dei momenti topici della giornata ad Albese, piuttosto povera di avvenimenti significativi. Si consumava alle ore 16 in reparto oppure, durante il fine settimana e le feste comandate, al primo piano insieme ai degenti di lassù. Nonostante la facile ironia che suscitava il richiamo del nome alla nostra infanzia, ben pochi avrebbero rinunciato al rito, benché il più delle volte (come tutti i pasti) si traducesse in un'amara delusione. Ci si incolonnava tutti e si riceveva, oltre a un bicchiere di acqua calda zuccherata ribattezzata "the" o "caffè", una confezione da tre biscotti e un budino o un succo di frutta o uno yogurt. Se ci si trovava al primo piano, la merenda era seguita da un momento di vita comunitaria dedicato al ballo o al canto, al quale era difficile sottrarsi, anche perché l'infermiera di turno prendeva scrupolosamente i nomi di chi "frequentava i contesti comuni". Nonostante il mio zelo, ballare era davvero troppo per me (mai amata la danza neppure in epoca non sospetta di relativo equilibrio mentale) per cui la mia pagella finale mi regalava una sufficienza striminzita, osservando che mi "relazionavo in maniera adeguata con i codegenti".
L'unica merenda degna di tal nome e destinata a rappresentare uno "ktema es aèi" (possesso perenne, Tucidide) nella mia memoria, è stata quella del 26 dicembre, nella quale ci è stata distribuita una fetta sia pur trasparente di pandoro, assieme al già citato bicchiere di acqua tinta zuccherata pomposamente denominato "the".
La merenda

Condividi post

Repost0
27 gennaio 2018 6 27 /01 /gennaio /2018 11:33
IL DENTE ROTTO
Perché molti pazienti psichiatrici hanno dentature imperfette o sono del tutto sdentati? La poca cura della persona rivela un senso di abbandono. I malati di mente tendono a trascurare i propri problemi fisici e spesso non hanno familiari o amici che li accompagnino dal dottore o dal dentista. Ad Albese c'era una sfortunata che girava per i corridoi in vestaglia e pannolone, e ogni giorno si lamentava con i medici e gli infermieri per un disturbo diverso. A questa donna un giorno cadde un dente ed entrò in una crisi profonda. Esibiva il dente cariato un po' dovunque suscitando molto disgusto e poca solidarietà, e tempestava di telefonate il marito lontan, implorandolo tra le lacrime di portarla dal dentista per una sistemazione provvisoria del dente prima di natale. Il pover'uomo accondiscese alla sua richiesta e per qualche giorno tornò la pace nel reparto, finché il "provvisorio" si dissaldò causando una nuova crisi.
Capivo il disagio di quella donna perché poche settimane prima, nel reparto psichiatrico del Fatebenefratelli, mi era capitata una sventura simile. Nel tentativo maldestro e poco sensato diaprire una bustina d'olio con i denti, mi era andato in frantumi un incisivo superiore, già oggetto negli anni di ripetute cure dentistiche. L'infortunio mi aveva abbattuto in modo esagerato, giustificabile solo con lo stato depressivo in cui ancora mi trovano. Mi pareva che quello sfregio alla mia "bellezza" mi avrebbe impedito per sempre di sorridere e forse di mangiare, che altri denti avrebbero seguito la sua sorte e che non avrei trovato mai la forza fisica e psichica per prendere un appuntamento col dentista né i soldi per farmi fare un impianto. Quella perdita era decisiva, un segno del mio irreparabile decadimento fisico che si accompagnava al deterioramento delle mie facoltà psichiche.
Piùtardi, trasferito ad Albese, recuperai poco per volta il senso delle cose, ma la riparazione di quel guasto rimase in cima alle mie preoccupazioni ealle mie priorità fino alle dimissioni. Rimandato a casa di venerdì pomeriggio, già il lunedì successivo ero dal mio destista di fiducia e due giorni dopo un ponte fatto a regola d'arte e pagato a rate mensili mi restituiva il sorriso e una parte significativa della voglia di vivere.
Il dente rotto

Condividi post

Repost0
27 gennaio 2018 6 27 /01 /gennaio /2018 10:32
LA MIA DISCESA AGLI INFERI
La mia discesa agli Inferi cominciò, in modo sommesso e anticlimatico, a fine febbraio 2017. Non udii voci minacciose che mi incolpavano o mi deridevano, né mi trovai affacciato alla finestra o su un ponte del Naviglio con la tentazione di buttarmi giù. Successe invece che io e Giulio andammo a San Siro ma l'Inter perse 3 a 1 con la Roma e piovve e le difese immunitarie di mio figlio crollarono per il dispiacere. Così lui prese l'influenza, la festa che avevamo ideato per il suo compleanno andò a monte e io mi sentii come se mi avessero derubato del bene più caro.
Da quel momento in poi tutto prese il verso sbagliato. Ero in pensione ufficialmente dal 1°novembre ma in realtà non insegnavo da giugno. Mi ritrovai solo in casa a rimuginare sulla mia infelicità e solitudine.
I should have known better, come dicono a Baltimora, perché anche l'anno precedente, nello stesso mese, dopo aver organizzato una visita del maestro Fugazza alla mia palestrina di karate, mi ero sentito demotivato e svuotato di ogni energia. Ho sempre alternato periodi di esaltazione creativa e organizzativa ad altri più o meno lunghi di apatia e tristezza. In altre parole, come dicono gli psichiatri, soffro di un disturbo bipolare della personalità, ma fino ad allora mi ero limitato a controllare la fase "down" con degli antidepressivi e la cosa aveva funzionato.
A fine marzo venne il mio compleanno, e con enorme fatica organizzai la solita festicciola tra amici e allievi del karate. Poi venne pasqua e feci una gita sul lago Maggiore con Giulio, della quale ricordo solo l'interminabile tragitto in macchina a passod'uomo e l'altrettanto infinita coda per visitare l'Isola dei pescatori e rimediare un tavolo in uno dei ristoranti per turisti, dove mangiai la solita pizza che (come riflettei con amarezza sproporzionata alle circostanze) avrei potuto consumare con meno "sbatti" nel consueto locale di corso Lodi o addirittura a casa mia.
Venne l'estate e mi accorsi che le mie energie diminuivano e stavo perdendo peso. Le mie solitarie escursioni in bicicletta si traducevano in dolori muscolari e perdita di sensibilità alle mani, a causa delle vibrazioni prodotte da un mezzo inadeguato.
Mi restava il karate, ma con orrore mi resi conto che non riuscivo più a seguire le spiegazioni e al momento di applicare gli esercizi con un compagno incorrevo in errori e vuoti di memoria imbarazzanti.
Verso giugno, almeno credo, al momento di pagare la spesa al supermercato scoprii che avevo dimenticato il PIN della mia tessera bancomat. Rimediai pagando con la carta di credito ma ormai la paura di dimenticare ogni cosa e l'angoscia per le possibili cause organiche della mia smemoratezza si erano insinuate in me. Pochi giorni dopo davanti alla porta di casa constatai che avevo dimenticato la combinazione di quattro numeri per aprire il cancello. Trascrissi PIN e combinazione sul cellulare.
Speravo che le vacanze estive, come era accaduto in passato, mi distraessero e facessero invertire il verso al mio umore. La psicologa che mi aveva in cura da quindici anni mi intimò di uscire di casa e iscrivermi a qualche associazione che organizzasse gite in bici o escursioni in montagna, o di non farmi più vedere da lei. Sfortunatamente scelsi la seconda soluzione, ma il peggio doveva ancora venire...
La mia discesa agli Inferi

Condividi post

Repost0
26 gennaio 2018 5 26 /01 /gennaio /2018 17:09

LA TERAPIA
La terapia ad Albese era un sacro rituale laico ma non troppo che si celebrava tre volte al giorno (alle 8, alle 20 e alle 21,30), quindi quasi con la stessa frequenza delle sante messe e dei santi rosari, e in essa la maggioranza dei malati riponeva la medesima speranza di guarigione. 
I fedeli si mettevano in fila ordinata davanti all'officiante (infermiere o infermiera): costui accostava al braccialetto elettronico di ciascuno un lettore e voilà, sul suo PC si apriva magicamente un file personalizzato con l'elenco dei farmaci da dispensare a ciascuno. L'infermiere apriva in fretta due cassetti, cercava le pillole o le gocce in elenco e le riversava in un bicchierino di plastica. Nel frattempo il fedele doveva riempire d'acqua presa da una brocca rosa e lilla un bicchiere di plastica un po' più grande e trangugiare le medicine davanti agli occhi indagatori dell'infermiere.
Discutere la Terapia era considerato un segno di potenziale resistenza se non di ribellione, pertanto i pochi che si azzardavano a farlo erano redarguiti e messi a tacere con brevi frasi apodittiche tipo: "Si sta fissando un po' troppo sulla Terapia" oppure; "Ne parli con il medico domani mattina".
In generale si può dire che la Terapia avesse l'effetto di rallentare la stragrande maggioranza dei malati, che passavano la maggior parte della giornata a letto e andavano a dormire a ore pazzesche. Non c'erano ad Albese casi eclatanti di pazienti molto agitati o addirittura pericolosi come ne avevo visti nel reparto psichiatrico del Fatebenefratelli.
Alcuni malati, pe rla verità, cercavano di sottrarsi alla Terapia non presentandosi all'ora giusta oppure opponendo una resistenza passiva all'infermiere che cercava in tutti i modi di fargli ingurgitare le pillole, ma prima o poi, con la persuasione o con i ricatti, quasi tutti cedevano.
Per quel che mi riguarda, ero fermamente deciso a collaborare per non rischiare di prolungare indefinitamente il soggiorno o di vedermi negare il permesso di uscire "dalla struttura", come dicevano loro, "in autonomia". Ero però sincermanete stupito di vedermi presentare ogni giorno non meno di tredici pillole, compresse e pastiglie, delle quali era vano chiedere o memorizzare il nome. Con grande fatica riuscii a sapere che,oltre a un cocktail di psicofarmaci che comprendeva un equilibratore dell'umore, un antidepressivo e un ansiolitico, ogni giorno ingurgitavo del potassio e un disinfettante per l'intestino, souvenir ormai inutili di una remota colite.
Deciso a farmi spiegare e possibilmente ridurre la farmacopea, acchiappai al volo lo psichiatra mentre sfrecciava dal piano meno uno al primo piano facendo uno slalom fra malati imploranti, e gli sbarrai il passo.Con un sospiro rassegnato il luminare mi fece accomodare nel suo studio e mi chiese in che modo potesse essermi utile.
"Caro professore, come mai prendo tante medicine tra cui del potassio e un disinfettante intestinale? Come farò a ricordarmi tutto quando uscirò?"
Dopo un secondo sospiro il boss prossimo al trasferimento si degnò di rispondere:
"Caro professor Roedner, noi non abbiamo cambiato nulla delle prescrizioni del Fatebenefratelli. A metà percorso potremo rivalutare la Terapia". Mi azzardai a fargli notare che ero ormai a tre quarti del percorso.
"Non si preoccupi, quando uscirà da qui, al CPS di competenza valuteranno se cambiare qualcosa. Lei pensi ad attivarsi".
(Per la cronaca: uscito da lì, al CPS di viale Campania ho trovato uno psichiatra prossimo alla pensione che si è complimentato con me per i miglioramenti e mi ha confermato tutte lemedicine. Lo confesso: ho spesso di ingurgitare potassio e mesalazina, se qualcuno vuole segnalarmi per il TSO faccia pure, tanto non ho capito di cosa si tratta).

La terapia

Condividi post

Repost0
26 gennaio 2018 5 26 /01 /gennaio /2018 10:15
UIGIA, FRA RADIOLINA E ACUFENI
Luigia si aggirava per l'ospedale con un'enorme radiolina stile anni 70 incollata all'orecchio. L'avevo notata per la prima volta nella sala delle riunioni al primo piano: mentre stavamo sistemando le sedie per l'attività mattutina dello stretching, Luigia, entrata in sala con la radio amanetta, era stata aggredita verbalmente da una veterana del reparto (la permanenza ad Albese era in genere limitata a un mese,ma c'erano malati che vi tornavano per la terza o quarta volta) e posta davanti al dilemma se spegnere la radio o lasciare la sala.
Qualche giorno dopo era ricomparsa al reparto "meno uno" (il seminterrato), evidentemente cacciata a furor di popolo dal primo piano.
Scaltrita dalla disavventura patita inprecedenza, Luigia ora ascoltava la radio sempre ad altissimo volume ma nella sua stanza, dopo aver causato con una raffica di decibel la fuga della sua sconsolata vicina di letto, troppo depressa per farsi valere. A seconda dell'orario e del suo umore, quello che ascoltava poteva variare tra: il giornale radio, musica di vario genere, la santa messa e il santo rosario (probabilmente registrati nella cappella adiacente al reparto). Il più gettonato da Luigia era però un terrificante rumore di fondo, che a volte durava una decina di minuti, finché l'infermiera all'altro capo del corridoio non le urlava di abbassare il volume.
Poco alla volta feci la sua conoscenza. Luigia si rivelò una persona umanissima, dotata di buon senso, arguzia e un bel senso dell'umorismo. Mi raccontò che era stata commessa in un supermercato finché gli acufèni ("disturbi uditivi costituiti da rumori", spiega Wikipedia) non l'avevano ridotta a cercare l'aiuto di uno psichiatra. Alle mie caute obiezioni (soffro anch'io dello stesso disturbo,ma questo non mi impedisce di dormire né di comunicare) mi spiegò che i suoi, "quei diavoli", erano fortissimi, proprio come quel rumore di fondo che ascoltava per zittire il rumore interno che non cessava mai.
Poco alla volta il suo umore migliorò, forse per la terapia che le era somministrata, forse per la migliore accoglienza che trovò al nostro piano. Negli ultimi tempi prima delle mie dimissioni, parlava di più e ascoltava di meno il suo fragore interno. Una sera, quando la caposala la invitò a recitare la preghiera prima di cena,con un lampo di arguzia negli occhi di solito così rassegnati, disse ad alta volta: "Ti ringraziamo, o Signore dell'ottimo cibo che ci hai dato" provocando l'ilarità generale (escluse naturalmente la capo-sala e l'infermiera ucraina), perché quello che ci trovavamo nel piatto era un orribile involtino vegano con contorno di barbabietole scondite.
Luigia, tra radiolina e acufèni

Condividi post

Repost0

Presentazione

  • : Blog di sroedner.over-blog.it
  • : Questo blog si occupa di poesia, di politica, di karate. Vi si trova un'eco della mia personale e soggettiva visione del mondo.
  • Contatti

Link