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23 luglio 2011 6 23 /07 /luglio /2011 20:18

Me lo chiedono spesso i miei studenti convinti, piu' a torto che a ragione, che io sia stato un 'sessantottino'. Per rispondere a questa domanda bisogna prima cercare di spiegare che cosa fu il '68: fu un anno di grandi sommovimenti sociali in tutto il mondo, che pero' mancarono di un denominatore comune. O meglio, il tratto unificatore fu la prtesta contro la guerra in Vietnam. A parte questo, il '68 fu mille cose diverse: il flower power negli Stati Uniti, col pacifismo e le droghe leggere; in Francia, Germania e Italia fu la lotta dura contro l'establishment borghese, in nome di ideali rivoluzionari ispirati  ora al maoismo (variante asiatica dello stalinismo) ora al guevarismo (creare fuochi di guerriglia nel Terzo mondo dominato dalle dittature militari imposte dagli Stati Uniti per favorire i propri interessi economici nella zona). Ci fu anche il 68 cecoslovacco, una protesta equivocamente unitaria contro l'occupazione sovietica e la repressione della cosiddetta 'Primavera di Praga'.
Cosa resta di tutto questo? Poco o nulla. Il pacifismo sopravvive, le droghe leggere pure ma senza connotazioni ideologiche, le guerre continuano ancora ma adesso si chiamano in modi diversi. Il maoismo e' morto e sepolto, nel terzo mondo prosegue con esito alterno la lotta contro le dittature e la dottrina Truman. Gli ex-68ini europei hanno preso varie strade: l'ingresso nelle istituzioni o nei partiti tradizionali (ugualmente rappresentati tra la destra e la sinistra); la scelta suicida della lotta armata; il ritorno nel 'personale' col difficile problema di educare dei figli secondo un modello non convenzionale di famiglia.
Da noi gli unici veri lasciti del '68 sono l'abbigliamento casuale e il turpiloquio: segno che il '68 non fu una vera rivoluzione, perche' non ne fu protagonista una classe sociale rivoluzionaria, ma una specie di festa di massa.

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23 luglio 2011 6 23 /07 /luglio /2011 20:09

"ANSA) - BOLZANO, 10 GIU - Una donna ha mancato per pochi minuti il volo Air France che si é inabissato nell'Atlantico, ma é morta poi in un incidente stradale. Di ritorno dalla vacanza in Brasile, la sua auto é uscita di strada sull'autostrada che dall'aeroporto di Monaco di Baviera porta al Brennero.

Con il marito aveva viaggiato su un aereo decollato pochi minuti prima di quello caduto. Una volta in Baviera i coniugi meranesi volevano rientrare velocemente. A Kufstein, però, l'auto é volata fuori strada.

Yahoo! Notizie - Per saperne di più

Johanna e Kurt Ganthaler si trovavano in Brasile per una vacanza: con loro alcuni concittadini, tutti imbarcati sull'airbus 330 schiantatosi sull'oceano. Anche i coniugi sarebbero saliti su quell'aereo ma erano in anticipo e sono riusciti a prendere il volo precedente grazie a un cambio di prenotazione.

Arrivati all'aeroporto di Monaco sono venuti a sapere della tragedia: tra i 228 morti c'erano anche i loro amici. Comprensibile quindi la fretta del rientro a Merate, una corsa fatale alla donna. Johanna é morta sul colpo nello schianto contro un muro, causato forse dall'alta velocità."

Questo pessimo articolo sul sito di Yahoo è un chiaro esempio di fallacie logica: "post hoc propter hoc". La signora Johanna non è morta perché il destino l'attendeva al varco ma perché si é messa al volante in stato di choc dopo aver appreso la ferale notizia. Se avesse passato la notte a Monaco, oppure avesse fatto guidare il marito, l'incidente non ci sarebbe stato!

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25 giugno 2011 6 25 /06 /giugno /2011 18:16

I risultati delle Amministrative e dei referendum e l'ostentata indifferenza con cui sono stati accolti dal governo di centro-destra sorprendono solo chi non ha ancora capito che questa "Seconda Repubblica" (di Salò) è intenzionata a sopravvivere alla morte della propria capacità politica, e sarà spazzata via solo da una sollevazione popolare in caso di un tracollo economico-finanziario oppure, in tempi ahimè ancora lontani, da un'eventuale sconfitta elettorale.

Perché questa seconda ipotesi si concretizzi servirebbe però che la cosiddetta "opposizione" produca una proposta politica capace di aggregare i ceti sociali danneggiati dalla paralisi permanente dell'attuale esecutivo. Su questo fronte è difficile negare che il partito di opposizione più rappresentativo in termini di voti è anche quello più ondivago in termini di scelte: sia per quanto riguarda il da farsi, sia nella scelta dei "compagni di strada".

Dopo la delittuosa complicità di Veltroni nell'estromettere dal Parlamento quella che pateticamente si continua a chiamare "sinistra radicale", il PD ha cercato invano l'autosufficienza, continuando inesorabilmente a perdere consensi, mentre imitava la Lega sul terreno della "sicurezza" e corteggiava invano i "centristi", che in termini assoluti contano come il due di picche. Nel frattempo cresceva l'Italia dei Valori, grazie soprattutto alla linea energicamente anti-berlusconiana espressa da Di Pietro, e da una scissione di Rifondazione Comunista nasceva SEL  (Sinistra e Libertà), che guadagnava consensi per merito di Vendola, capace di rompere gli schemi e il linguaggio della vecchia politica (ex-PCI, ex-DC).

Amministrative e referendum sono state vinte dalla sinistra "nonostante" il Partito Democratico, con l'appoggio totale degli elettori del PD e di consistenti frange di altre forze politiche; e non sono state vinte all'insegna della prudenza e del moderatismo: tutt'altro. La gestione della vittoria, e la lezione della vittoria, sarà altra cosa. E non sembra cominciare bene il PD, "geloso"di un colloquio a Montecitorio tra Berlusconi e Di Pietro (E che sarà mai? L'avrà invitato a Villa Certosa?) e neppure De Magistris, con la sua promessa perlomeno azzardata di ripulire Napoli in 5 giorni. Un po' meglio, mi sembra, Pisapia, col suo stop immediato a nomine e decisioni frettolosamente prese dall'amministrazione uscente.

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23 giugno 2011 4 23 /06 /giugno /2011 11:40

La consegna all'Archivio di Stato dei fascicoli riservati dei Servizi relativi al sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse rivela da una parte la disorganizzazione e il disorientamento degli organi preposti alla vigilanza sulla sicurezza dello Stato, dall'altra tutta la miseria della dietrologia sul caso Moro, opera soprattutto delle menti fantasiose dell'ex-Partito Comunista Italiano.

Dunque i brigatisti erano proprio quello che dichiaravano di essere, militanti di un'organizzazione comunista rivoluzionaria che in modo velleitario e avventuristico aspirava a sovvertire lo Stato con la lotta armata, non dei "fascisti" o dei "burattini dei servizi segreti".

Così, mentre Moretti interrogava Aldo Moro sul fantomatico piano dello "Stato Imperialistico delle Multinazionali", i nostri 007 erano impegnati a sorvegliare Dario Fo e Franca Rame, e controllavano con la lente d'ingrandimento passato e presente di tutti gli studenti che si erano laureati col professor Toni Negri! Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere per questo triplo, parallelo delirio:

  • Le BR impegnate nel loro sanguinoso solipsismo rivoluzionario;
  • Il PCI chiuso nel rifiuto di ogni trattativa che avrebbe potuto salvare Moro ma avrebbe dovuto riconoscere un "altro" interlocutore comunista;
  • l'"intelligence" ben poco "intelligent" che, lungi dal dirigere o infiltrare i brigatisti, prendeva lucciole per lanterne.
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14 giugno 2011 2 14 /06 /giugno /2011 20:22

 

COSA SI INTENDE PER “ANNI DI PIOMBO”?

L’espressione “anni di piombo” proviene da un eccellente film tedesco del 1981 di Margarethe von Trotta (Die bleierne Zeit), nel quale venivano rievocate le vicende delle sorelle Ensslin, una delle quali, Gudrun, divenne membro di spicco del gruppo di estrema sinistra Rote Armee Fraktion (meglio noto come Banda Baader-Meinhof) e morì insieme a due compagni in circostanze mai del tutto chiarite nel carcere di Stammheim a Stoccarda il 18 ottobre 1977.

“Anni di piombo” è divenuta dunque un’espressione ideologicamente “neutra” per definire un periodo della storia contemporanea caratterizzato dallo scontro armato fra gruppi che si richiamavano in vario modo al marxismo-leninismo e apparati dello Stato. Eviterò così di parlare genericamente di “fenomeno armato”, un eufemismo che maschera male casi non sporadici di esecuzioni sommarie di singoli individui identificati come “avversari” o “simboli” del potere, o addirittura di vendette trasversali di stile mafioso come quella contro il fratello del “pentito” Peci. Eviterò però al tempo stesso di parlare di terrorismo, un termine di impiego comune ma più adatto allo “stragismo” responsabile ad esempio della bomba di piazza Fontana, dell’attentato in piazza della Loggia a Brescia o alla stazione di Bologna. Mentre di queste stragi si ignorano tuttora mandanti ed esecutori, ed i vari sospettati sono sempre stati prosciolti dalle accuse per mancanza di prove, si sa ormai quasi tutto dei gruppi armati di estrema sinistra, che negli anni 70 e oltre sono stati particolarmente attivi in Germania e in Italia, dove il fenomeno ha avuto dimensioni di massa, con migliaia di inquisiti, e vittime celebri, tra le quali il presidente degli industriali tedeschi Schleyer e il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

 

LE CAUSE DEGLI “ANNI DI PIOMBO”

·        Le cause degli “anni di piombo” vanno ricercate nelle agitazioni studentesche della fine degli anni 60. Una minoranza significativa di studenti e operai che militavano nei gruppi della sinistra extra-parlamentare e si riconoscevano nelle posizioni ideologiche del maoismo o del “fuochismo” guevarista non si rassegnò all’idea che la rivoluzione proletaria da loro sognata non fosse realizzabile, si auto-investì del ruolo di avanguardia rivoluzionaria e cercò di “portare l’attacco al cuore dello Stato”, per usare un’espressione tipica della fraseologia delle Brigate Rosse, il più numeroso di questi gruppi in Italia, con quasi mille inquisiti.

·        Una seconda motivazione per il passaggio alla lotta armata fu, per molti militanti di sinistra, la convinzione diffusa che fosse imminente in Italia un colpo di Stato e l’avvento di una dittatura militare o fascista: una convinzione non del tutto infondata dopo il tentativo del governo Tambroni (1960) di coinvolgere l’MSI nella repressione delle lotte operaie, e il fallito piano del generale De Lorenzo nel 1964 di dare pieni poteri all’Arma dei Carabinieri. In quest’ottica si mossero forse i GAP (Gruppi di azione partigiana) dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, che trovò la morte su un traliccio di Segrate nel 1972 nel dilettantesco tentativo di causare un black-out elettrico a Milano.

·        Ancora diverse le motivazioni di “Prima Linea”, organizzazione armata resa celebre dal recente film (peraltro inconcludente dal punto di vista dello studio del fenomeno) di Renato De Maria. PL nasce all’interno del gruppo extraparlamentare legale “Lotta continua” e nell’area cosiddetta dell’autonomia operaia, negli anni 1976-77. A differenza delle Brigate Rosse, pratica l’”illegalità di massa” come i cosiddetti “espropri proletari”, ovvero irruzioni di massa in supermercati o altri negozi con prelevamento della merce senza pagare il conto. In Prima Linea confluiranno anche i PAC (Proletari armati per il comunismo) inizialmente specializzati nella “lotta contro la repressione nelle strutture carcerarie”, ai quali apparteneva anche Cesare Battisti, salito recentemente agli onori della cronaca per il “caso” suscitato dalla sua mancata estradizione dal Brasile.

 

 

CHI ERANO I “BRIGATISTI”?

(Uso volutamente questa sineddoche – la parte per il tutto – perché, nella sua imprecisione, evita di connotare i protagonisti di queste vicende positivamente o negativamente, come accadrebbe se li chiamassi “comunisti combattenti” o “terroristi)

 I brigatisti erano uomini (75%) e donne (25%), prevalentemente di età tra i 21 e i 30 anni, provenienti da quasi tutti i ceti sociali, soprattutto operai (654) e studenti (653). Numerosi anche gli impiegati (298), gli insegnanti (174) e i professionisti (152). Molti di loro provenivano dal partito comunista, dai sindacati, ma anche dal mondo cattolico: due capi storici delle BR, Curcio e Semeria, erano credenti e praticanti.

 

UN GIUDIZIO SUGLI ANNI DI PIOMBO

Un giudizio storico sugli “anni di piombo” non può essere che tragicamente negativo: alla delirante valutazione iniziale di una situazione pre-insurrezionale seguì, come su un piano inclinato, una micidiale progressione geometrica di scontri sempre più aspri e infine mortali, che portò al sacrificio di tanti innocenti e alla perdita di un’intera generazione, morta per strada o sepolta viva in galera per un trentennio. Per sconfiggere la lotta armata lo stato dovette adottare la cosiddetta legislazione “emergenziale”, premiando i delatori e istituendo il terribile reato di “concorso morale in atti di terrorismo” in base al quale i membri già carcerati di un’organizzazione si vedevano attribuire anni supplementari di galera per azioni commesse da epigoni sui quali essi non potevano avere nessun controllo.

Se il “pentitismo” riuscì a smantellare la lotta armata in Italia e venne più tardi applicato anche alla lotta contro la mafia, introdusse però delle pericolose crepe nello Stato di diritto, al punto che la Francia di Mitterand riconobbe ai fuoriusciti italiani lo status di “rifugiati politici”. Come ho detto altrove, la soluzione definitiva agli strascichi degli “anni di piombo” resta quella di un’amnistia simile a quella applicata dall’allora ministro della giustizia Togliatti ai fascisti incarcerati durante la resistenza.       

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12 giugno 2011 7 12 /06 /giugno /2011 14:14

          

Intervista del Collettivo studentesco del liceo Falcone

a Sergio Roedner

 

D: Prof. Roedner, perché sul suo blog si è interessato al caso di Cesare Battisti?

R: Perché mi batto da tempo contro ogni falsificazione della storia del Novecento, contro tesi secondo le quali l’Olocausto è il prodotto della follia di Hitler o Cesare Battisti è un serial killer assetato di sangue.

 

D: Chi è dunque Cesare Battisti?

R: Uno dei circa quattromila uomini e donne inquisiti per banda armata, associazione sovversiva o insurrezione tra il 1969 e il 1989.

 

D: Il giudice Spataro dice che Battisti non è un criminale politico ma un delinquente comune assetato di denaro.

R: Spataro confonde i suoi comportamenti precedenti al 1977, a quelli successivi alla sua affiliazione ai PAC (Proletari armati per il comunismo) avvenuta nel 1977 nel carcere di Udine. Che Battisti sia imputato di reati politici non lo dicono solo lui, i suoi avvocati e la magistratura brasiliana. Lo dicono anche i suoi capi di imputazione, che fanno riferimento alla legge Cossiga per reati di eversione e reati politici.

 

D: Comunque Battisti è stato condannato in contumacia all’ergastolo, con sentenze definitive, per aver commesso quattro omicidi in concorso. Lo ritiene innocente o colpevole?

R: Non posso dirlo, ma quello che posso dire è che condivido la perplessità sulle modalità con le quali è stato processato e condannato. Prendendo come esempio il processo Torregiani, per il quale Battisti è accusato di concorso di colpa nell’omicidio del gioielliere, la polizia ricorse alla tortura per estorcere confessioni agli imputati, uno dei quali, Sisinio Bitti, riportò lesioni permanenti ai timpani. Gli assassini reali (Masala, Fatone, Grimaldi e Memeo) furono catturati poco dopo e hanno scontato condanne più o meno lunghe. Battisti non poteva partecipare al delitto Torregiani se contemporaneamente è accusato dell’uccisione a Udine del macellaio Sabbadin.

 

D: Anche escludendo la partecipazione all’omicidio Torreggiani, restano in piedi altri tre omicidi, primo fra i quali quello appunto di Sabbadin.

R: Andrebbe però provato che Battisti partecipò effettivamente alla sua uccisione. Fu il “pentito” Mutti a incolpare Battisti; peccato però che poco dopo Diego Giacomin si dissociò dal gruppo e rivelò di essere stato lui stesso a uccidere il negoziante. Non fece altri nomi.

 

D: Ma perché mai il pentito Mutti avrebbe dovuto accusare ingiustamente Battisti?

R: I cosiddetti pentiti ottenevano degli sconti di pena anche rilevanti se facevano nomi di complici. Mutti, colpevole di omicidi e rapine, ha scontato solo otto anni di carcere, un privilegio condiviso con Marco Barbone, l’uccisore di Walter Tobagi. Una sentenza di Cassazione del 1993 lo definisce “uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici”, le cui confessioni “non possono essere ritenute spontanee”.

 

D: Insomma, secondo Lei, Battisti è responsabile o innocente degli altri omicidi di cui lo si accusa?

R: Lui si dichiara innocente, anche se si assume la responsabilità della scelta sbagliata della violenza, che condivise peraltro con migliaia di altri giovani. La sua colpevolezza non è mai stata provata e l’iter processuale che portò alla sua condanna non può essere giudicato corretto.

 

D: Come si spiega l’accanimento con cui molti leader dell’opposizione e lo stesso Presidente Napolitano chiedono la consegna di Battisti alla autorità brasiliane?

R: La sinistra italiana ha la tendenza a santificare i magistrati, in reazione alla denigrazione che ne fa sistematicamente la destra. Va inoltre osservato che il partito comunista italiano, di cui molti leader della sinistra sono gli eredi, ha sempre negato che le brigate rosse fossero appunto “rosse” e non ha mai brillato per garantismo nei confronti degli esponenti della sinistra extra-parlamentare né tantomeno dei sostenitori della lotta armata contro lo Stato.

 

D: Quale potrebbe essere secondo Lei la soluzione definitiva a questi strascichi degli “anni di piombo”?

Un’amnistia simile a quella promulgata dall’allora ministro della giustizia Togliatti nei confronti dei fascisti alla fine della guerra civile. Che piaccia a no agli esponenti del revisionismo storico, in Italia negli anni 70 e 80 c’è stata una vera e propria guerra civile con centinaia di vittime tra lo Stato e le formazioni della lotta armata. Cessata l’emergenza con la sconfitta delle Brigate Rosse, è tempo di pensare alla rappacificazione e a fare uscire di prigione persone che vi sono detenute ormai da oltre trent’anni nonostante che, come disse Mastella per rassicurare Lula, “in Italia in pratica l’ergastolo non esiste”.

 

D: Come giudica il “sogghigno di trionfo” col quale Battisti è uscito dalle prigioni brasiliane?

R: Secondo me non si tratta di trionfo ma di sollievo. Battisti è oggi un uomo profondamente diverso da trent’anni fa, sostenuto dagli antidepressivi e dagli amici che si è fatto negli anni del suo esilio parigino e brasiliano. Non provo nessun sentimento particolare nei suoi confronti, ma certo non lo giudico un mostro.

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11 giugno 2011 6 11 /06 /giugno /2011 22:21

Il comunismo è una teoria politica che ha come obiettivo l’abolizione della proprietà privata e l’uso comune delle risorse disponibili.

Nella storia del pensiero vi sono stati numerosi filosofi e scrittori che fin dall’antichità hanno sostenuto tesi accostabili al comunismo: tra di essi Platone e Thomas More.

Tuttavia in epoca moderna il fondatore del movimento comunista è unanimemente ritenuto Karl Marx (Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883) che con l’amico Friedrich Engels ha redatto il Manifesto del Partito Comunista (1848) e fondato a Londra l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, detta anche Prima Internazionale (1864), con l’intenzione di promuovere e collegare il movimento operaio in tutto il mondo.

Marx sostiene che l’ideologia comunista, come del resto tutte le idee politiche che l’hanno preceduta, non è una sua creazione, ma il risultato dell’evoluzione della storia umana che egli vede come storia della lotta tra le classi sociali. La borghesia, che ha preso il sopravvento in Europa spodestando la nobiltà, ha prodotto al proprio interno la classe sociale che la spodesterà: la classe operaia o proletariato. Il “Manifesto” di Marx si conclude proprio con un appello all’internazionalismo in nome della rivoluzione sociale: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”.

Anche se il primo tentativo insurrezionale avvenne nel 1871, quando Marx era ancora vivo (la Comune di Parigi, terminata in un bagno di sangue), si dovette attendere il 1917 perché un movimento ispirato alle teorie marxiste andasse al potere. Contrariamente alle previsioni di Marx, la rivoluzione non avvenne in un paese nel quale lo sviluppo capitalistico era avanzato (come l’Inghilterra o la Germania) ma nella Russia ancora semi-feudale, durante la prima guerra mondiale. Una frazione del partito socialdemocratico russo, guidata da Vladimir Ulianov, detto Lenin, riuscì ad ottenere il consenso degli operai e dei soldati di Pietroburgo intorno al proprio programma rivoluzionario, esposto nelle due opere più significative: “Che fare?” e “Stato e rivoluzione”.

Il 6 novembre 1917 i “boscevichi” guidati da Lenin riuscirono a rovesciare il governo provvisorio di Kerensky e ad instaurare in Russia la “dittatura del proletariato” che avrebbe dovuto essere il primo passo verso una società senza divisioni tra classi.  (1- segue)

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9 giugno 2011 4 09 /06 /giugno /2011 17:11

Prima di indignarci perché il Brasile non ha concesso l'estradizione di Cesare Battisti, militante dei "proletari per il comunismo" e accusato di quattro omicidi, due dei quali commessi contemporaneamente in due località diverse, guardiamo cosa succede a casa nostra e nelle nostre galere:

  • Si finisce in prigione per i motivi più diversi ma nelle nostre carceri si rischia di morire: di malattia, di depressione, o ammazzati di botte.
  • Si sopravvive in condizioni disumane dovute al sovraffollamento e alla mancanza di risorse.
  • A questa morte lenta sfuggono i "pentiti", cioè coloro che denunciando i complici (veri e presunti) hanno evitato anni e anni di detenzione: come Marco Barbone, assassino confesso di Walter Tobagi e ora militante di Comunione e Liberazione e collaboratore del Giornale.
  • Vi sfuggono anche coloro che hanno il potere economico e politico necessario per pagare i migliori avvocati o addirittura far approvare dal parlamento leggi "ad Personam".

Come replicare alla Giustizia brasiliana che ritiene che Battisti, cittadino comune non potente e non pentito (ma che si è sempre dichiarato innocente, proprio come Adriano Sofri) subirebbe in Italia un trattamento poco equo?

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8 giugno 2011 3 08 /06 /giugno /2011 18:35

 

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Il dittatore fascista spagnolo Francisco Franco

 

 

Il fascismo è un movimento politico e una forma di governo dittatoriale. Sebbene il termine faccia solitamente riferimento al governo di Benito Mussolini (1922-1945), in realtà il 900 ha conosciute numerose altre versioni del fascismo, tra le quali la dittatura di Franco in Spagna, quella di Salazar in Portogallo e quella di Hitler in Germania (nazionalsocialismo o nazismo). Quali sono le caratteristiche comuni di tutti i fascismi? Ecco dieci punti per me fondamentali anche se non esaustivi delfenomeno.

1) Il fascismo è un'espressione particolare di dominio borghese caratterizzata dalla soppressione parziale o totale delle libertà democratiche e del parlamentarismo.

2) Il fascismo nasce in reazione o come prevenzione di un tentativo del proletariato di capovolgere i rapporti di forza tra le classi tramite una rivoluzione o con la via parlamentare. E' pertanto un movimento con spiccate caratteristiche anti-socialiste e anticomuniste, e si accompagna a un'aggressione e a uno smantellamento dei partiti e delle strutture organizzative della classe operaia.

3) Il fascismo ha un'ideologia fortemente nazionalistica che si contrappone all'internazionalismo socialista.

4) Il fascismo è caratterizzato da formazioni paramilitari (come le squadre d'azione in Italia, le SA in Germania, le croci frecciate in Ungheria) teoricamente finalizzate all'autodifesa ma praticamente utilizzate per l'aggressione dei nemici politici.

5) Il fascismo è tendenzialmente una forma di governo totalitaria, che cioè non ammette la persistenza di poteri alternativi al proprio.

6) Il fascismo ha tendenze generalmente bellicistiche, considera cioè la guerra uno strumento preferenzialeper espandersi e catalizzare consenso.

7) Il fascismo è caratterizzato dalla presenza di un leader carismatico, col quale il movimento tende a identificarsi.

8) Il fascismo tende a far proseliti soprattutto nella piccola borghesia rovinata dalla crisi economica e impaurita dal comunismo e nel sottoproletariato, manovalanza reclutabile per ogni forma di violenza.

9) Il fascismo fa un uso spregiudicato della propaganda e del controllo dei mezzi di comunicazione (scuola, giornali, radio).

10) Il fascismo è in genere associato col razzismo, un atteggiamento di disprezzo verso le "razze inferiori" o "le masse" a cui contrappone un'élite dedita alla vita dello spirito,alla quale è riservato il dominio del mondo.

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6 giugno 2011 1 06 /06 /giugno /2011 17:34

di Maddalena Oliva (Il Fatto Quotidiano)

 

Dai vertici della Regione Lombardia alla Compagnia delle opere un sistema di potere che non ha pari in Italia.

Il Meeting di Rimini è da anni l’appuntamento che riapre l’attività politica dopo la pausa estiva. Fondato e promosso da uomini di Comunione e liberazione, è un momento di dibattito e d’incontro. Ma che cos’è Cl? Un movimento ecclesiale, cioè un gruppo organizzato di cristiani che testimoniano la presenza di Cristo nel mondo. Ma è anche una potenza politica ed economica. Ha il suo centro in Lombardia, dove funziona il più potente e pervasivo apparato politico-imprenditoriale esistente in Italia: quello dell’area ciellina di Roberto Formigoni. «Un sistema di potere come quello di Formigoni, Cl, non esiste in alcun punto del Paese», scrisse Eugenio Scalfari. «Nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere. Negli ospedali, nell’assistenza, nell’università, tutto è diretto da quattro-cinque persone». Le attività imprenditoriali sono coordinate dalla Compagnia delle Opere, associazione che riunisce in tutta Italia 35 mila aziende e più di mille organizzazioni non profit. Giro d’affari complessivo: 70 miliardi l’anno. Slogan: “Un criterio ideale, un’amicizia operativa”. Presidente della Cdo di Milano e provincia è Massimo Ferlini, ex assessore ai lavori pubblici del Pci-Pds al Comune di Milano ed ex imputato di Mani pulite. Ma è la Regione Lombardia il vero centro del potere formigoniano. Il “Celeste” è presidente ininterrottamente dal 1995. I principali assessorati sono occupati dai suoi uomini. Raffaele Cattaneo (Infrastrutture e mobilità) è anche presente nel cda della Sea, la società di gestione degli aeroporti di Milano, e nei consigli di sorveglianza di Infrastrutture Lombarde Spa e Lombardia Informatica. Giulio Boscagli (assessore alla Famiglia e solidarietà sociale) è il cognato di Formigoni. Rappresenta la Regione anche nel cda del Politecnico di Milano. Romano Colozzi (assessore ai Rapporti istituzionali e Risorse e finanze) è anche nel cda di Aifa, Agenzia italiana del farmaco. Gianni Rossoni (assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro) è anche  presidente del comitato regionale Artigiancassa, la banca che ha come business la gestione dei fondi pubblici a favore dello sviluppo e del finanziamento del settore artigiano. Massimo Buscemi (assessore alla Cultura) è insieme uomo di Formigoni e di Marcello Dell’Utri. Da ex manager di Publitalia, passa a fare il coordinatore provinciale di Forza Italia. È stato coinvolto in operazioni immobiliari con società (Lux usque ad sidera, Il pellicano) che avevano come soci anche altri assessori o ex assessori formigoniani, come Massimo Ponzoni (all’ambiente) e Giorgio Pozzi, e Rosanna Gariboldi, moglie del potentissimo ex braccio destro del Celeste, Giancarlo Abelli.
Formigoni controlla la macchina regionale attraverso potentissimi e fedeli dirigenti. Il più influente è Nicolamaria Sanese, da 15 anni segretario generale, la più alta carica dirigenziale della Regione Lombardia (stipendio: 271.608 euro  all’anno). Michele Camisasca, dirigente del personale, è nipote del famoso Massimo Camisasca, il sacerdote storiografo ufficiale di Cl e dal 1985 superiore generale della “Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo”. Carlo Lucchina, direttore generale dell’assessorato alla Sanità, è considerato il vero assessore alla Sanità (stipendio: 234.858 euro). Giacomo Boscagli, dirigente struttura Ragioneria e credito della direzione centrale programmazione integrata, è figlio dell’assessore alla Famiglia e solidarietà sociale Giulio Boscagli, quindi nipote di Formigoni. La sua nomina, assieme a quella di altri 31 dirigenti regionali, è stata dichiarata illegittima dal Tar e dal Consiglio di Stato, perché il bando del concorso che ha portato alle nomine, nel 2006, non era stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ma solo sul Bollettino ufficiale della Lombardia.
Formigoni esercita il suo potere anche attraverso uno stuolo di consulenti. Il più noto è Roby Ronza, giornalista, per anni inviato del Sabato, settimanale ciellino. È tra i fondatori del Meeting di Rimini di cui dal 1989 al 2005 è stato portavoce ufficiale. La sua consulenza costa alla Regione 194.500 euro. Eugenio Gotti è stato consulente per la formazione, poi dirigente dell’Agenzia regionale per l’Istruzione, la formazione e il lavoro. Nel 2009 ha poi fondato Noviter, società che, a pochi mesi dalla sua nascita, si aggiudica un appalto da  1.780.000 euro “per servizi a supporto dello sviluppo e del consolidamento del sistema educativo di istruzione e formazione lombardo”. Giorgio Cioni, già dirigente del Movimento popolare (un tempo braccio politico di Cl), oggi è presidente di Sasa Eventi&Comunicazione che ha curato, tra le tante, la campagna di comunicazione sulle Polizie locali (300 mila euro di pianificazione media) e la mostra itinerante “La Lombardia che arriva: il plastico metavisuale”, sul presente e il futuro delle infrastrutture della regione in vista dell’Expo.
La galassia di società controllate dalla Regione è il motore di appalti e incarichi sottratti al controllo del consiglio regionale. Infrastrutture Lombarde è la spa creata per realizzare le nuove infrastrutture, ospedali, strade, tutto sotto il comando del presidente. Da Infrastrutture Lombarde viene Guido Della Frera, dal 1994 dirigente di Forza Italia, poi consigliere comunale a Milano e assessore. Ex braccio destro di Formigoni, dal 2004 si è concentrato sulle proprie attività imprenditoriali. Diventa azionista del Polo geriatrico riabilitativo di Cinisello Balsamo: solo cinque mesi dopo ottiene dalla Regione l’accreditamento. Da allora è stata una marcia trionfale: grazie agli accreditamenti garantiti, ha costruito un gruppo (il Gdf Group spa) da 25 milioni di euro di fatturato, con società che vanno dal settore sanitario (degenza, day hospital, emodialisi, radiologia e altro ancora) a quello residenziale e turistico-alberghiero.
Il gruppo ciellino controlla il settore fieristico, importante per Milano, con Antonio Intiglietta, fondatore, presidente e amministratore delegato di Gefi-Gestione Fiere, ente di servizi promosso dalla Compagnia delle opere. E con Giuseppe Zola, presidente di Fiera Business International e di Fiera Milano congressi, di cui amministratore delegato è restato Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera dei deputati e in futuro, chissà, possibile candidato sindaco di Milano. Intiglietta è anche presidente della cooperativa Compagnia dell’abitare (edilizia popolare) e di Urbam (architettura e urbanistica, 3,5 milioni di fatturato). Controlla anche la più grande Relive Company, 37 milioni di euro di fatturato e 2,8 milioni di utile netto, che ha progettato, tra tanti, il grattacielo di via Achille Papa a Milano, un monumento alla potenza della Compagnia delle Opere.
La sanità è poi il settore più ricco tra quelli controllati dalla Regione. E il più militarmente occupato: bisogna essere di area Cl per fare carriera, per ottenere incarichi, direzioni generali, posti da primario. Presidente della Fondazione Policlinico-Mangiagalli di Milano è Giancarlo Cesana, uno dei leader storici di Cl, diventato docente di Igiene all’Università Bicocca.
Luigi Roth, già presidente della Fondazione Fiera spa (ma anche di Terna e Banca popolare Roma, nonché membro dei consigli di amministrazione di Pirelli, Avvenire, Cariferrara, Ospedale Maggiore di Milano) oggi è presidente del Consorzio Città della salute, che darà vita entro il 2015 a un moderno polo di medicina e ricerca accanto all’ospedale Sacco. Ma sono di area ciellina soprattutto i manager operativi, i direttori generali: Luigi Corradini, (Fatebenfratelli); Pasquale Cannatelli (Niguarda); Giuseppe Catarisano (San Paolo); Francesco Beretta (Istituti clinici di perfezionamento); Ambrogio Bertoglio (Ospedale di Lecco); Maurizio Amigoni (Ospedale civile di Vimercate); Luca Filippo Maria Stucchi (Azienda Ospedaliera Carlo Poma di Mantova). Nella zona di Pavia operano gli uomini che fanno riferimento a Giancarlo Abelli, ex braccio destro di Formigoni nella sanità e ora deputato Pdl, che controlla molti sindaci, amministratori, dirigenti di aziende comunali.
Nella sanità privata (e convenzionata con la Regione) è grande il potere dell’area ciellina. Da segnalare, tra le tante aziende e strutture, Arkimedica, società quotata in Borsa e presieduta da Claudio Cogorno: 45 strutture sanitario-assistenziali, giro d’affari complessivo di 200 milioni di euro.
Nel settore privato, l’arresto di Giuseppe Grossi, “il re delle bonifiche”, ha messo in evidenza la pervasività degli uomini vicini a Cl nel settore dell’ambiente e delle cave, attraverso una rete di rapporti che coinvolgeva anche Abelli e alcuni assessori (Buscemi e Ponzoni). Nel settore dell’edilizia, invece, opera Claudio Artusi, ad di CityLife, la grande società di sviluppo immobiliare partecipata dall’Immobiliare Lombarda di Ligresti, Lamaro, Generali e Allianz. Artusi nel 2004 guidava la Fiera, che vendette l’area a CityLife. Poi il venditore cambiò casacca e passò ai compratori, che evidentemente devono essere stati contenti dell’affare.
Nel settore della finanza l’area formigoniana ha un grande amico: Graziano Tarantini, vicepresidente della Banca popolare di Milano. Avvocato, ha alle spalle una grande esperienza nella finanza e già da anni rappresenta nel Cda della banca milanese l’anima della Compagnia delle Opere. Tarantini è l’uomo che ha fondato e fatto crescere la Compagnia delle Opere a Brescia. È inoltre presidente, da giugno 2009, del consiglio di sorveglianza di A2A e presidente della sua controllata Banca Akros. Da quasi un decennio è membro della commissione centrale beneficenza della Fondazione Cariplo, grande azionista in Intesa Sanpaolo. Ci sono poi Angelo Abbondio, membro del cda della Popolare di Milano e della Fondazione Cariplo. E Paolo Fumagalli, a lungo vicepresidente nazionale della Cdo, per anni uno dei principali consiglieri di amministrazione di Banca Intesa. Ora è nel cda di IntesaVita, joint venture tra Alleanza e Intesa Sanpaolo. È anche nel cda di Banca infrastrutture innovazione e sviluppo (Biis), istituto  del Gruppo Intesa Sanpaolo specializzato nel finanziamento pubblico (oltre 300 milioni di euro di proventi nel 2009), di cui è presidente un altro ciellino doc, il parlamentare europeo Mario Mauro.

di Maddalena Oliva

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