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25 luglio 2010 7 25 /07 /luglio /2010 18:04

copertina
 

 

 

L'autore illustra le motivazioni che fanno del karate un'arte per la sopravvivenza adatta al terzo millennio: non solo perché insegna ai praticanti le tecniche più efficaci per difendersi in caso di aggressione ma perché, con le sue metodiche di allenamento collaudate nei secoli plasma il loro corpo e la loro psiche ed offre una filosofia di vita che mira al perfezionamento interiore e al rispetto del prossimo. L'autore dà consigli preziosi sulla scelta della palestra giusta e propone a praticanti e istruttori alcune metodiche, perfezionate in quarant'anni di pratica, per accrescere l'efficacia dei loro allenamenti.

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22 luglio 2010 4 22 /07 /luglio /2010 07:44

samuraicollab.jpg

 

A volte nell'ardore della polemica si attaccano falsi bersagli o si dicono cose di cui ci si pente immediatamente. Quando questo succede, bisogna avere il coraggio di ammettere l'errore e di chiedere scusa. E' quello che faccio qui con Giacomo Spartaco Bertoletti, direttore di Samurai, al quale mi lega una trentennale amicizia più forte di qualsiasi divergenza di opinioni.
Sergio Roedner

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18 luglio 2010 7 18 /07 /luglio /2010 13:18

lamiacoppa.jpg

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2 luglio 2010 5 02 /07 /luglio /2010 14:30

Il Goshindo si può definire in due modi, salvo smentite da parte del suo ideatore, il Maestro Hiroshi Shirai.

Si può definire come un sistema di difesa personale, che prende in prestito tecniche, posizioni, spostamenti propri di diversi stili di karate eliminando tutto ciò che non è efficace.

Oppure si può anche definire come un nuovo stile di karate, con tanto di fondamentali, forme di combattimento e kata creati dal suo fondatore: tra quelli che conosco io (che l'ho seguito per alcuni anni), Goshin to kon e Goshin Henka.

 

goshindo-a-gorizia.jpg

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1 luglio 2010 4 01 /07 /luglio /2010 17:27

Vorrei cominciare questo articolo con quelle che per me sono due domande retoriche, ma che potrebbero suonare non altrettanto scontate a molti di voi.

1) Sono un esecutore mediocre di kata: ho diritto di parlarne ugualmente? (Attenti: se rispondete di no, d'ora in poi leggete gli articoli sul calcio solo se sono firmati da pelé, maradona, del piero ecompagnia bella).

2) Penso che il M° Shirai sia il migliore tra gli istruttori giunti in Europa nel 1965, per tecnica, completezza, dedizione, capacità organizzative. Tuttavia non è infallibile e qualche volta ha sbagliato, soprattutto in materia di politica sportiva. Ho diritto di criticarlo? (Se rispondete di no, non leggete più il mio blog).

Dunque, da una decina di anni e più in Fikta vanno di gran moda i bunkai dei kata.Il M°Shirai li ha elaborati, condificati e introdotti nel suo insegnamento e nel programma delle gare Fikta e Itkf. Che cosa sono i bunkai? Lo sanno tutti,sono le "applicazioni" dei kata, cioé le tecniche dei kata applicate in combattimento, con integrazione di tutti quegli aspetti che nel kata non ci sono, come i contrattacchi. A differenza del wu-shu, infatti, i kata di karate sono una specie di "stenografia" di combattimenti reali, ai quali mancano pezzi significativi.

Le applicazioni sono cosa ben diversa dai kata, ci aveva avvertito lo stesso M°Funakoshi con quella sua massima tante volte ripetuta: "I kata sono una cosa, l'applicazione è un'altra". Allenare le applicazioni dà maggiore realismo al kata, rendendo comprensibili certi gesti non immediatamente chiari. I bunkai si allenavano sporadicamente anche negli anni 70, in modo più schematico e sbrigativo, mentre ora il Maestro Shirai ne ha fatto quasi una branca autonoma del suo karate.

Secondo me lo scopo principale della pratica del bunkai è proprio questo: capire meglio il significato di un kata e delle sue tecniche, per migliorarne l'esecuzione. C'è però chi teorizza la pratica del bunkai come forma di combattimento più "autentica" e realistica del jiyu kumite, perché in esso di applicherebbero tutte le tecniche originarie del karate, e non solo i soliti gyakuzuki, kizamizuki, maegeri, eccetera. Ho due obiezioni contro questa teoria: 1) noi non pratichiamo più i kata né i bunkai nella loro forma originaria; 2) le nostre armi naturali non sono più temprate  per colpire con nukite, ippon nukite e tecniche simili. Ai giorni nostri è più realistico colpire coi pugni chiusi, le gomitate e tutti i tipi di calci che nei kata non ci sono.

Dato che i kata hanno uno svolgimento codificato, per cui un certo attacco arriva solo da sinistra o da destra o da dietro, è utile allenare le tecniche in tutte le direzioni, proprio perché non si può sapere prima da che direzione verrà il pericolo. Meno utile mi sembra invece trasformazione l'applicazione in un altro kata, anzi in due (omote e ura), anzi in molti kata simili ma diversi. Se non altro perché entra un gioco un fenomeno molto noto in psicologia, l'interferenza, per cui si finisce per fare un minestrone e mescolare in tutto. Deleteria mi pare poi l'dea di trasformare in gara l'applicazione, codificandola e irrigidendola ulteriormente col doppio risultato di risultare monotona per gli spettatori e assai lontana dall'dea originaria di "applicazione pratica"dei kata stessi.

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30 giugno 2010 3 30 /06 /giugno /2010 11:41
Scrive il maestro Alfio Liotta (Samurai di giugno 2010,p.77):
"Okuden è un livello della pratica nel quale la maturità spirituale si fonde con quella tecnica e si manifesta come comportamento. Qui il kion diventano (sic!) scienza. Okuden non vive per mezzo della forma con la quale guida le prestazioni nella gara. Il progresso verso questo livello ha luogo attraverso la conoscenza sulla via del karate-do dalla quale nascono capacità interiore (sic!). I simulatori non possono accedere a questo livello. Ciononostante il praticante rimane allievo e necessita per forza di un maestro (...) Queste finezze si chiamano anche "segreti più interiore" (sic!)...Nel dare senza prete egli cerca di penetrare se stesso. Questo è quanto egli ha compreso ed è ciò che lo distingue dal guerriero."
Quasi quasi, preferisco essere un guerriero...

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28 giugno 2010 1 28 /06 /giugno /2010 19:38
Vorrei  ringraziare Davide Rizzo e tutti coloro che, con maggiore o minore fair play, hanno partecipato su Internet al dibattito sulle recenti vicende in casa Fikta, perché mi danno l’opportunità di spostare l’enfasi del discorso su un piano più generale, del quale spero sia possibile dibattere pacatamente, sine ira ac studio: i rapporti che intercorrono, o dovrebbero intercorrere, tra un insegnante di karate (o più in generale qualsiasi praticante) e la sua federazione (o Organizzazione, con la O maiuscola, come la chiama Davide). Mi sembra evidente, dal tono rispettoso delle sue parole, che Davide, non a torto, considera la federazione come una specie di longa manus, di prolungamento del Maestro: mi ricorda che essa “si fa carico della mia formazione tecnica”, afferma che “non ha mai deluso le aspettative dei suoi iscritti” e “si fida in pieno di quanti dirigono la sua federazione”.
Io rispetto la posizione di Davide e so che è condivisa da molti, forse moltissimi praticanti. Con  sincerità pari al rispetto, vorrei però precisare che il mio punto di vista è diverso. Il mio rapporto col karate passa, ed è sempre passato esclusivamente attraverso il mio legame con un maestro. Nei miei 39 anni di pratica ne ho seguiti tre: Rosario Capuana, Hiroshi Shirai e Carlo Fugazza e, pur trattandosi di tre personalità molto diverse tra di loro, ho nutrito per tutti e tre la stessa devozione, la stessa stima e la stessa fiducia. Tre modelli da imitare, non solo nella pratica ma nella vita: tutto ciò che si compendia nella parola “Shihan” che, come diceva il M° Nishiyama, in lingua giapponese che indica non solo il Maestro ma la bussola, che indica la rotta da seguire nel dojo e nella vita.
La federazione è invece per me “solo” una struttura associativa che riunisce sotto lo stesso ombrello società sportive, istruttori e dirigenti, ed eroga servizi in cambio del pagamento della quota associativa. Assicura gli atleti contro gli infortuni, organizza corsi di aggiornamento, sessioni di esami  e competizioni, e dà un riconoscimento ufficiale al livello raggiunto dai praticanti vendendo loro diplomi che sono garantiti dal prestigio di chi li firma. Nel caso della Fikta o della Jka, il prestigio degli esaminatori è altissimo; nel caso della Fijlkam, dietro quei diplomi c’è l’avallo dell’organizzazione ufficiale dello sport italiano, il CONI.  Si dovrebbe comunque trattare di un rapporto tra individui (fisici o giuridici) di PARI  DIGNITA’: il mio club versa le quote di affiliazione, tesseramento e iscrizione a gare ed esami, io sono un istruttore con qualche decennio di pratica e mi aspetto, credo a pieno diritto, di non essere maltrattato da un presidente di giuria o apostrofato come un bambino da un arbitro o da un segretario, che è pur sempre un funzionario stipendiato con le quote del mio e dagli altri club che compongono la federazione.
Tutto sommato giudico ogni federazione un “male necessario” se si desidera partecipare ad iniziative ufficiali, gare, corsi di aggiornamento e vedere i progressi propri e degli allievi riconosciuti dalla firma del Caposcuola del proprio stile. Questa mia sostanziale indifferenza sull’argomento mi ha consentito, senza troppi mal di pancia, di seguire il Maestro Capuana dalla Fesika alla Fikda, e successivamente il Maestro Shirai dalla Fikteda alla Fikta: le sigle possono cambiare, purché il rapporto fiduciario col proprio insegnante resti immutato.
Aggiungo volentieri che la federazione alla quale sono tesserato e ho affiliato la società da me diretta emerge su gran parte della concorrenza per l’onestà, l’integrità morale e la dedizione disinteressata della stragrande maggioranza dei suoi dirigenti, che sono motivati soprattutto dagli interessi del karate-do e dalla devozione incondizionata per il loro maestro, che è stato anche il mio: il Maestro Shirai. Sono persone che conosco da quasi quarant’anni, con le quali ho condiviso gran parte delle mie esperienze, e alle quali affiderei la casa o il portafoglio senza pensarci due volte. Non penso che facciano “manovre sulla mia testa”, per citare ancora Davide Rizzo.
Detto questo, non sono infallibili come i cattolici credono che sia il papa quando parla ex cathedra. Non essendo professionisti della politica sportiva ma  persone comuni che hanno sacrificato tempo ed energia alla “causa” del karate-do, penso che di errori ne abbiano fatti (ne fanno, e molti, anche i politici di mestiere). Penso che un grave errore sia stato lo scioglimento della Fesika nel 1978 per inseguire il sogno del karate nel CONI e alle Olimpiadi: la controprova è stato il ritorno sostanziale allo status quo dodici anni dopo con la fondazione della Fikta: ma nel frattempo tanti amici se ne erano andati, disgustati dalla forzata convivenza coi “politici di mestiere” dell’ex-Fik.
Non mi ha mai molto convinto (ma qui è questione di gusti) neppure il nuovo modello di agonismo ITKF introdotto per impulso del M° Nishiyama: le gare sono diventate troppo complicate da preparare e da arbitrare, poco spettacolari, fatte apposta per allontanare il grande pubblico. Le dimostrazioni di difesa personale, quando vengono codificate minuziosamente e trasformate in gare (“Embu”), sono assai poco realistiche e troppo simili a  kata. Nel fukugo, ideato per premiare gli atleti completi, è pur sempre il kata a fare la parte del leone, e lo spareggio si effettua sui fondamentali: mi sembra possa andare bene per una garetta in palestra, non certo per un campionato italiano o europeo! Se si vogliono premiare gli atleti più completi, si veda chi si piazza meglio nelle gare di kata e kumite individuali e a squadre: Fugazza, Marangoni, Citrelli, Acri, Cardinale e Saffioti sono atleti che nel passato e nel presente rispondono a questi requisiti.
 Le regole del kumite ITKF sono peraltro macchinose e rendono i nostri migliori esponenti lenti e poco competitivi quando gareggiano in altri contesti. Con grande sincerità, preferisco di gran lunga il modo di combattere della JKA, e mi spiace che gli atleti della Fikta non possano più partecipare alle sue competizioni.
Non mi piace neppure la proliferazione di associazioni e gruppi simili all’interno della stessa famiglia, che costringe il praticante interessato a varie esperienze a pagare vari balzelli invece che, come sarebbe più equo,  la partecipazione a singoli eventi. Immaginiamo un allievo di Marchini che volesse studiare il goshindo con l’Hanshi Claudio Ceruti, praticare il kumite jka con Naito, frequentare gli stage di preparazione agli esami di Dan e avere il proprio grado riconosciuto dalla Federazione: dovrebbe iscriversi alla Kokoro International (l’organizzazione di Marchini), all’Associazione Goshindo Italia, alla JKA Italia di Naito, all’Istituto Shotokan Italian oltre che, il va sans dire, alla Fikta. Trentacinque anni fa avrebbe potuto fare tutto questo in modo meno dispersivo e dispendioso, all’interno della sola Fesika. A questa moltiplicazione degli enti, a cui non corrisponde un’effettiva moltiplicazione di iscritti, applicherei volentieri il rasoio di Ockham: “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem” (non moltiplicare gli elementi più del necessario).
 Forse il peccato originale, anche se credo inevitabile, del gruppo di amici e appassionati che nel 1965 diede vita all’AIK, e successivamente alla Fesika e alla Fikta, è stato quello di concentrare nel loro leader carismatico non solo la direzione tecnica, ma di investirlo anche di responsabilità politiche, organizzative e dirigenziali. È stato un errore non perché il M° Shirai non fosse e non sia ancora all’altezza di gestire tutto questo, visto che al contrario ha creato una struttura che resiste da 45 anni: ma perché è diventato e rimasto indispensabile, al punto che il suo prospettato ritiro ha colto tutti impreparati. Sono certo anch’io che, come dice Davide, “il maestro Shirai è lungimirante e non ha mai dato segni di senilità”, ma non è eterno. Penso che il gruppo dirigente della Fikta debba rinnovarsi nei suoi membri e nella sua mentalità, acquisire autonomia e iniziativa, cessare di considerarsi un “grande dojo” gestito secondo regole gerarchiche o una casta sacerdotale.
I più bravi allievi del Maestro Shirai che a calendimaggio del 2010 finalmente “prendono le redini nell’insegnamento” in uno stage federale hanno anch’essi sessant’anni: questo può dare l’idea della lentezza del ricambio generazionale nel karate-do, un’arte marziale che oggi attrae pochi giovani. Non dimentichiamo che quando Nakayama inviò in Europa i “moschettieri dello Shotokan”, si trattava di atleti e istruttori non ancora trentenni, che non predicavano la filosofia ma l’efficacia. In Italia non mancano atleti trentenni e maestri quarantenni ai quali vanno urgentemente delegate responsabilità e attinte nuove idee, pena l’estinzione.
Vorrei concludere dicendo che, causa il mio approccio piuttosto anarchico al concetto di federazione, ciò che mi lega alla Fikta è un sentimento molto più profondo dell’obbedienza e della disciplina. È il sentimento che in tedesco si chiama Treue: la lealtà e la fedeltà al mio Maestro, Carlo Fugazza, che seguirò dovunque andrà, ben sapendo che lo stesso legame lega lui al primo anello della catena,  il Maestro Hiroshi Shirai.

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19 giugno 2010 6 19 /06 /giugno /2010 10:34

Ci si consenta il facile gioco di parole, ma la Commissione di Vigilanza sulla Rai sta dormendo? Com'è possibile altrimenti che si trasmettano in chiaro, nelle ore di massimo ascolto, le partite della Corea del Nord, paese di comunisti e di mangiatori di bambini? A chi le ha guardate è chiaro che si tratta di pura propaganda: giocano bene, segnano e si commuovono ascoltato l'inno di quell'odiosa dittatura, mentre i nostri giocatori sapientemente aggiungono la chiosa "Roma ladrona" al nostro inno nazionale. Meglio vigilare per evitare che si mangino anche i giocatori dissidenti (ne sono scomparsi 4?! Ah no, era un errore di calcolo: comunque i francesi sono scomparsi tutti, e nessuno si è preoccupato) e soprattutto per evitare che ripetano lo scherzetto che nel 1966 uno di loro, il dentista Pak do ik (in realtà agente segreto comunista) giocò agli Azzurri.

Dimenticavo: le trombette malefiche sono ora in libera vendita e circolazione ovunque, a ennesima riprova del triste momento di rimbecillimento collettivo che stiamo vivendo.

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16 giugno 2010 3 16 /06 /giugno /2010 20:15

Non ho nessuna simpatia per la Padania e per il partito politico di cui è portavoce. Giudico la Lega Nord il raggruppamento più becero, rozzo e razzista della storia recente del nostro Paese, la destra più pericolosa, in confronto alla quale l'onorevole Fini può passare addirittura per comunista.

Ma non condivido il finto "scandalo" con cui la cosiddetta sinistra ha denunciato la Padania per aver tifato contro l'Italia nella partita inaugurale dei nostri Mondiali. Non c'è nessun motivo per cui un italiano debba sentirsi moralmente obbligato a sostenere la squadra selezionata da Lippi. Personalmente amo il bel calcio e sono affascinato da qualsiasi squadra, di club o di nazione, che lo sappia esprimere. Perciò, almeno in questa prima fase, ho "esultato" per il bel gioco della Germania e per gli sforzi eroici di squadre sottovalutate come la Svizzera e la Corea del Nord che hanno saputo tener testa ad avversari sulla carta molto superiori.

Di libertà non ne è rimasta molta, lasciateci almeno quella di sostenere chi ci piace, visto che siamo condannati a rincoglionirci al suono delle micidiali trombette "etniche".

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15 giugno 2010 2 15 /06 /giugno /2010 19:55

Vi sembra giusto e normale che i nostri timpani e il nostro sistema nervoso siano messi a così dura prova dai calabroni artificiali dei tifosi del Mondiale? Siamo noi a non rispettare le loro ataviche tradizioni tribali o sono loro a non rispettare la quiete pubblica e le orecchie dei giocatori e del pubblico di tutto il mondo? Ecco un esempio sbagliato di tolleranza per le molestie altrui!

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  • : Questo blog si occupa di poesia, di politica, di karate. Vi si trova un'eco della mia personale e soggettiva visione del mondo.
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