Questo blog si occupa di poesia, di politica, di karate. Vi si trova un'eco della mia personale e soggettiva visione del mondo.
Come è chiaramente spiegato nella bella intervista di Carlo Verdelli su Repubblica di domenica , il 64enne Renato Vallanzasca viene sottratto a un lunghissimo percorso di redenzione e di recupero e ripiomba nell'inferno del carcere di Opera, senza speranze di ritorno, visto che il processo di appello si svolgerà, dati i tempi della giustizia italiana, fra due o tre anni. Tutto questo per un banale episodio di taccheggio al supermercato, reato del quale si macchiano abitualmente scolaresche in gita, pensionati disperati e cleptomani, e che di solito si risolve in una lavata di capo o poco più. Come Meursault nello Straniero, Vallanzasca viene condannato, più che per quello che ha fatto, per quello che rappresenta, per essere il simbolo della trasgressione e della ribellione alla legge. Fa specie osservare che, quasi contemporaneamente, ad un altro condannato venga concessa "per buona condotta" una riduzione della pena, già simbolica, e sia chiamato a decidere le supreme sorti della nazioni, "perchè è stato votato da milioni di italiani". Che avesse ragione Edgar Lee Masters quando, nell'Antologia di Spoon River, ipotizzava che gli occhi della Giustizia fossero bendati non per garantirne l'imparzialità ma per nasconderne la cecità?