Questo blog si occupa di poesia, di politica, di karate. Vi si trova un'eco della mia personale e soggettiva visione del mondo.
Molti di voi mi hanno scritto chiedendomi chiarimenti su un acceso dibattito che si è recentemente consumato sulle pagine di questo blog e su Facebook. Argomento del contendere, il bunkai dei kata e la sua reale efficacia in un combattimento. Un argomento avvincente, se non fosse che l’eccessivo accanimento nella disputa e qualche parola di troppo ha portato inaspettatamente all’interruzione di una cordiale relazione umana e piacevole collaborazione professionale.
Vorrei qui spiegare meglio l’argomento del contendere, premettendo naturalmente che la mia è la voce di una delle parti in causa e potrei quindi mancare dell’obiettività necessaria: sono comunque pronto ad ospitare una replica garbata, come spero sarà garbata questa mia puntualizzazione.
Vi sono alcuni gruppi e insegnanti che sostengono di aver recuperato la versione antica dei kata di karate che noi pratichiamo oggi e la propongono nei loro corsi. Questi gruppi hanno anche scoperto (riscoperto, studiato...) il significato originario delle tecniche di questi kata che, a loro dire, è molto diverso dall’interpretazione (anzi, dalle interpretazioni) che la “volgata” Shotokan dà di esse.
Infine, tali gruppi e insegnanti, lungi dal fare del kata anche una specialità agonistica, e trascurandone l’aspetto estetico, usano le tecniche e le applicazioni dei kata da loro riscoperti come base per il “combattimento reale”, che essi contrappongono al kumite elaborato, ad esempio, dallo Shotokan JKA, limitato dalla necessità di evitare tecniche pericolose, colpi in punti vitali, leve, strangolamenti, e finalizzato invece al conseguimento del “punto” in gara.
Rispetto a questi gruppi e maestri, la mia posizione è molto semplice: la giudico una ricerca interessante, degna di attenzione e di rispetto, al punto da dedicarle una rubrica fissa di due pagine sulla rivista “Yoi”.
Solo, non è il mio modo di fare karate, non è il mio modo di fare kata, non è il mio modo di fare kumite. Da quarant’anni pratico con soddisfazione Shotokan, studio i 26 kata del nostro stile e sono ancora lontano dall’averli padroneggiati (figurarsi essermene stancati o aver bisogno di nuovi...o di vecchi...) e per quanto riguarda il kumite, il metodo appreso dal maestro Capuana e dal Maestro Fugazza (entrambi allievi del M°Shirai) mi sembra molto efficace sia all’interno di un regolamento di gara sia, con opportuni adattamenti, in caso di necessità reale. Seguo con interesse e non senza goffaggine la lunga ricerca del Maestro Shirai sui bunkai dei kata e credo che, per cominciare, essa abbia dato un senso diverso alla mia pratica dei kata e alla mia comprensione delle tecniche. Poi non mi chiedo se il maestro del maestro di Matsumura intendesse qualcosa di diverso con quel movimento agganciante della mano sinistra e, se fossi aggredito, non mi difenderei usando Sochin, come invece mi proponeva il M°Fugazza tempo fa. Semplicemente, non ne sono all’altezza.
Ma chiedo lo stesso rispetto per il mio modo di intendere e praticare il karate che riservo per gli agonisti di alto livello della Fijlkam e per i ricercatori del karate antico. Non sono “una beghina dello Shotokan” e ciò che dico e scrivo è frutto di convinzione, mai di conformismo.