Questo blog si occupa di poesia, di politica, di karate. Vi si trova un'eco della mia personale e soggettiva visione del mondo.
Dan Reilly (Budo International) intervista Sergio Roedner
(traduzione dall’inglese di S.R.)
D: Signor Roedner, il Suo canale su Youtube dedicato allo Shotokan è in breve tempo diventato uno dei più visitati sul web. Come le è venuta questa idea e come spiega il suo successo in un momento in cui il karate sembra francamente fuori moda?
R: Negli anni 80 dirigevo una piccola rivista di karate, “Yoi”, che cercava di sopperire con la qualità degli articoli alla scarsità di mezzi finanziari. Con l’avvento di Internet, la comunicazione è diventata più democratica ed economica, e ho pensato di proseguire la mia opera di divulgazione con mezzi più moderni. Il merito del successo va alla qualità dei filmati e alla generosità degli amici che me ne hanno concesso la disponibilità, tra i quali devo citare i maestri Perlati, Zoja e Fugazza. I filmati piacciono perché gli intenditori sono molti, e sparsi in tutto il mondo. Non occorre essere un arbitro o un quinto dan per riconoscere l’eccellenza di un kata di Marchini, di un kime-waza del M° Shirai o di un kumite tra Capuana e Yahara.
D: Il Suo canale è chiaramente sbilanciato in favore del karate tradizionale e schierato contro la sua versione sportiva, come dimostra tra l’altro il referendum un po’ provocatorio proposto tra i kata di Fugazza e Maurino, o di Marchini e Valdesi. Non le sembra che anche il karate, come ogni altra disciplina marziale e sportiva, abbia il diritto e il dovere di evolversi? Non siamo più a Okinawa o ai filmini in bianco e nero di Nakayama, non le pare?
R: Non parlerei di karate tradizionale (che se esiste ancora si pratica forse in qualche dojo di Okinawa lontano dal turismo marziale) ma di karate vero, contrapposto a qualcosa che ne usurpa il nome, ne imita la gestualità ma ne ignora i principi fondamentali e l’efficacia. Anche il karate di Nakayama era karate sportivo, nel senso che l’aspetto atletico e l’agonismo ne erano parte integrante, ma se si confrontano i combattimenti per il titolo Jka degli anni 80 con quelli contemporanei della Wuko si capisce quello che intendo dire. E quello che dico per il kumite vale anche per il kata: se bastano velocità, agilità, teatralità e acrobazia, allora il campione mondiale è solo un grande ginnasta.
D: Dopo la morte di Nakayama, lo Shotokan si è frantumato a livello mondiale e anche europeo. Qual è la situazione nel Suo paese?
R: Anche l’Italia ha conosciuto varie scissioni ma il gruppo più consistente, per quanto riguarda lo Shotokan, è rimasto quello creato nel 1965 dal Maestro Hiroshi Shirai. Questo gruppo è passato attraverso varie esperienze, tra le quali un decennio di coabitazione con l’organizzazione affiliata alla UEK e riconosciuta dal CONI, per poi tornare a formare un gruppo autonomo nel 1990. Più recentemente c’è stata la rottura con il Maestro Naito, rappresentante italiano della Jka, che è uscito dalla Federazione con circa 40 palestre e 4000 tesserati, più o meno il 10 % del totale. Personalmente penso che queste separazioni nuocciano a tutti, perché si perdono di vista amici di vecchia data e si perde l’occasione del confronto con interpretazioni diverse della stessa disciplina. Per una questione di gusti personali, preferisco il kumite e in generale il sistema di gara Jka a quello Itkf adottato dalla mia federazione, ma l’agonismo non è importante nella mia visione del karate e resto legato alle scelte del mio maestro, Carlo Fugazza.
D: Signor Roedner, perché consiglierebbe a qualcuno la pratica del karate al giorno d’oggi?
Per gli stessi motivi per cui ho cominciato a praticarlo io 40 anni fa: prima di tutto per difesa personale, con la sorpresa di trovare poi una disciplina formativa che può dare dei punti di riferimento nella vita e contribuire a plasmare il proprio carattere. Oggi più di allora, però, è importante trovare la palestra giusta, con l’insegnante che creda ancora nei valori marziali dell’arte che insegna. Un dojo senza makiwara e pieno di cinture bicolori è già un cattivo segno…