Questo blog si occupa di poesia, di politica, di karate. Vi si trova un'eco della mia personale e soggettiva visione del mondo.
(2006)
In trentacinque anni di pratica ho conosciuto un discreto numero di maestri giapponesi, in gran parte, anche se non esclusivamente, provenienti dal mitico corso istruttori della JKA.
Agli occhi di un novizio apparivano tutti simili, tutti ugualmente bravi, severi e vagamente minacciosi, soprattutto quando te li trovavi davanti a uno stage o allineati dietro al tavolo di una commissione d’esame. Li si vedeva anche nelle famose dimostrazioni al Palalido ed anche se nessuno capiva ancora molto di kata, di kumite e di difesa personale, ciò che facevano strappava gli applausi del pubblico e contribuiva ad alimentare il mito, proprio di una generazione e mio personale, del karate come disciplina esoterica ed affascinante.
Pian piano cominciai a distinguere l’efficace essenzialità e la bonaria signorilità del Maestro Kase, i ruggiti semiseri e i mawashigeri genuinamente terrificanti del Maestro Enoeda, l’algido e scientifico distacco del Maestro Nishiyama, l’umiltà disarmante del Maestro Miura e perfino, in un paio di occasioni, la fragile ma carismatica presenza del Maestro Nakayama (penso che negli ultimi tempi anche il maestro Funakoshi fosse così, un icona sacra distaccata dai problemi triviali del karate di massa). Al suo arrivo al CSKS nel 1975, il Maestro Naito mi mise a disagio con il suo approccio fisico che aggrediva (a fin di bene, s’intende) la mia innata timidezza, mentre nel 1979 Kenji Tokitzu mi affascinò, così giovane e colto, già proiettato a distruggere i miti che lo avevano nutrito (tra parentesi, non ci riuscì, ma la sua Voie du Karate resta uno dei libri più affascinanti che io abbia mai letto). È invece compito assai più difficile, evitando luoghi comuni e cose dette mille volte, tratteggiare nello spazio di un editoriale la personalità del Maestro Shirai, da quarant’anni fonte preziosa ed inesauribile che alimenta il karate nel nostro Paese, e che io conobbi davanti alla palestra di via Bezzecca nel settembre del 1971.
Per me il Maestro è prima di tutto una persona molto intelligente, con straordinarie doti di introspezione psicologica, non so quanto innate e quanto affinate dalla pratica quotidiana delle arti marziali, capace di valutare all’istante chi ha di fronte, come karateka e come persona, e di trattarlo di conseguenza per quel che vale e merita. Proprio per questo riesce ad esigere e ad ottenere da ciascuno il massimo che l’altro gli può dare: in termini di tecnica, ma anche di impegno nel dojo e nella federazione. Lontano dal trattare i suoi allievi come una massa o un gruppo indistinto, instaura con ognuno di loro un diverso rapporto personale, che coltiva con piccole ma continue attenzioni. Lo ricordo, nel lontano 1972, impegnato ad adattare i kata per un praticante con un braccio solo; all’esame di cintura nera prima lo bocciò e la seconda volta lo promosse, con un rigore pari solo alla sua profonda umanità.
Tecnicamente, nonostante il livello eccellente dal quale già partiva nel 1965 (campione di kumite del Giappone ed ottimo esecutore di kata), in virtù di quella inesauribile spinta al perfezionamento che lo contraddistingue, ha continuato ad evolversi, lasciandosi indietro, a distanze siderali, i non pochi che lo hanno abbandonato lungo il percorso ma che a tutt’oggi millantano di provenire dalla sua scuola. Gradualmente, la sua attenzione si è spostata dal kumite al kata (forse anche per l’amore del bello che è un’altra sua dote peculiare) e più tardi sul significato profondo della sua applicazione o bunkai, alla quale ha dedicato questi ultimi anni, per la gioia e il tormento dei suoi seguaci mentalmente meno elastici, come il sottoscritto.
Campione ed appassionato di karate sportivo (in molti lo abbiamo visto piangere quando risuonavano le note dell’inno nazionale italiano, in occasione di una delle innumerevoli vittorie dei suoi atleti in un campionato mondiale o europeo), ha parallelamente portato avanti, con i suoi allievi più motivati, il discorso del karate come autodifesa, ideando e sviluppando quel formidabile metodo (o stile?) chiamato Goshindo, che ha sfornato moderni samurai del calibro di Claudio Cerruti. Organizzatore infaticabile e abilissimo, mentre i suoi connazionali venivano spesso risucchiati nei vortici della politica sportiva, emarginati o usati come uomini di paglia, ha saputo costruire una serie di strutture federali che hanno trattato alla pari con la Federazione “ufficiale” del CONI: l’AIK, la Fesika, l’Istituto Shotokan, la Fikta sono state o sono tuttora realtà tenute insieme dal suo carisma e dalla sua capacità di
circondarsi di persone oneste, capaci e leali. Basterebbe questo a differenziarle dalle innumerevoli sigle create per protagonismo, sete di potere e nepotismo da sedicenti
ottavi dan da operetta.
Insomma, di maestri giapponesi ne ho conosciuti molti ma, almeno per quel che riguarda il nostro paese, la lettera maiuscola vorrei riservarla solo a lui: a chi è stato per molti anni il mio gentile ma inesorabile torturatore del lunedì sera, il Maestro Hiroshi Shirai.