Questo blog si occupa di poesia, di politica, di karate. Vi si trova un'eco della mia personale e soggettiva visione del mondo.
Gentile dottor Augias,
Data la stima che ho per Lei, dopo la lettura de “La mia Babele” di venerdì 2 settembre, mi sono precipitato ad acquistare il libro di Giuliano Turone sul “caso Battisti”, nella speranza che, come scrive Lei, portasse chiarezza e “rimettesse a posto le cose”. Senza negare la serietà e l’onestà intellettuale dell’autore, le mie conclusioni sull’opera divergono piuttosto nettamente dalle Sue e farebbe onore alla tradizione pluralista del Suo giornale lasciando un piccolo spazio alle mie perplessità.
1) Il libro conferma (ma non ce n’era bisogno) il coinvolgimento di Battisti nelle azioni dei P.A.C. ma non ne emerge affatto il suo ruolo di “capo”, che sembra invece da attribuire ad Arrigo Cavallina, che nel 1978, per usare le parole di Turone, “traghettò Battisti dalla malavita comune alla lotta armata”.
2) La linea difensiva degli ex-terroristi arrestati o latitanti non “pentiti” è sempre stata quella di assumersi la responsabilità politica collettiva delle azioni, senza entrare in distinguo sul ruolo degli individui. Non diversamente agiva d’altronde la magistratura, affibbiando anni e anni di carcere per concorso morale a detenuti come Renato Curcio, che si trovava già in prigione all’epoca delle imprese più sanguinose delle Brigate Rosse. Cesare Battisti ha probabilmente cambiato strategia difensiva quando, per ottenerne l’estradizione dal Brasile, il governo italiano lo ha descritto come un mostro assetato di sangue, un delinquente comune prestato alla politica autore di quattro omicidi. Così non è, e anche il libro di Turone lo conferma.
3) Dei quattro omicidi nei quali è coinvolto in quanto aderente ai PAC, Battisti è sicuramente non colpevole nel caso Torregiani. Importante evidenziarlo perché proprio sull’assassinio dei gioielliere e sul ferimento del figlio, rimasto su una sedia a rotelle, ha fatto leva la stampa di destra per rappresentare Battisti come un serial killer. In realtà a uccidere Torregiani furono Grimaldi e Memeo, a paralizzare il figlio una pallottola sparata dal padre. Battisti in quel momento era a Mestre, impegnato nell’azione contro il macellaio Sabbadin, ma anche in questo caso la mano omicida non fu la sua, ma di Diego Giacomini, “dissociato” dai PAC e reo confesso. Dettagli? Forse, ma tanti dettagli formano un quadro.
4) I due omicidi restanti, sui quali convergono le dichiarazioni del “pentito” Pietro Mutti e alcuni indizi, sono quelli ai danni del maresciallo Santoro e dell’agente Campagna. Come scrive Turone, in questi casi le accuse contro Battisti resisterebbero anche alla luce della giurisprudenza attuale, più garantista di quella in vigore negli anni di piombo. Ma nel caso Santoro ad accusare Battisti è lo stesso Mutti, che partecipò all’azione ed è quindi interessato a far ricadere sul compagno la responsabilità materiale dell’omicidio.
5) I dubbi che il libro di Turone non riesce comunque a sciogliere sono quelli sul clima politico-giudiziario nel quale si svolsero inchieste e processi, sul ruolo ipertrofico svolto dai “pentiti” e sulla sottovalutazione delle violenze fisiche e psicologiche alle quali furono sottoposti molti inquisiti. Chi si accontenta della conclusione della Corte d’Assise sul “carattere strumentale” delle accuse di maltrattamento dovrebbe perlomeno rileggere la testimonianza di Sisinio Bitti.
6) Utopico appare infine l’invito di Turone a Battisti a consegnarsi alla giustizia italiana per usufruire dei benefici della “legge Gozzini”. Come scrive nel suo blog Insorgenze Paolo Persichetti, ex-BR e tuttora in regime di semilibertà, “in Italia l’ergastolo resta a tutti gli effetti una pena perpetua. La concessione della liberazione condizionale, dopo il ventiseiesimo anno di reclusione, resta solo un’ipotesi sottomessa alla discrezionalità della magistratura (…) La legge per altro esclude tutti quelli che sono sottoposti al carcere duro (oltre 500 sono in regime di 41 bis). I detenuti rinchiusi da oltre 20 anni sono 1648, tra questi 56 hanno superato i 26 anni e 37 sono andati oltre i 30. Il record riguarda un detenuto rinchiuso nel carcere di Frosinone con ben 39 anni di reclusione sulle spalle. Di ergastolo si muore”.
Battisti dunque non tornerà spontaneamente in Italia. Non è certo un’innocente vittima di errori e calunnie come Enzo Tortora, ma neppure un mostro assetato di sangue come lo dipinge la “vulgata”. È uno delle migliaia di giovani coinvolti nella tragica follia della lotta armata, né migliore né peggiore degli altri. A proposito, dottor Augias: Lei lo sapeva che ben tre componenti del “commando” di via Fani sono ancora uccelli di bosco?
Con stima,
Sergio Roedner, Milano