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18 novembre 2016 5 18 /11 /novembre /2016 13:41
Perché NO

Perché NO, di Sergio Roedner

Io dico NO per il merito di questa proposta, che in modo confuso e pretestuoso modifica in modo irreversibile la nostra Costituzione, annullando di fatto i poteri del Senato e lasciando il Parlamento e il Paese nelle mani del partito che ha ottenuto la maggioranza alla Camera grazie a una legge elettorale che è stata sconfessata dalla Corte Costituzionale;

Io dico NO per motivi politici, perchè questo referendum è diventato l'unico mezzo per mandare a casa un governo e un presidente del Consiglio che assomiglia sempre di più a un dittatore e che domina il Paese grazie a una casta di fedelissimi coltivati nel chiuso della Leopolda, che hanno occupato i posti chiave della vita politica ed economica italiana, in nome e per conto dei poteri forti: le banche, gli industriali, la finanza internazionale. E' Renzi stesso che ha legato la propria sorte a questo referendum e per questo se perde se ne deve andare;

Infine io dico NO perchè i nostri padri hanno versato il loro sangue nella guerra partigiana per darci quella libertà che ora Renzi ci sottrae poco a poco, barattandola con mance miserabili elargite a questa o quella categoria, mentre il Paese sprofonda sempre più nella miseria, nella disoccupazione e nella paralisi e le sue migliori energie sono costrette ad emigrare.

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17 ottobre 2016 1 17 /10 /ottobre /2016 10:31
Miracle

Immaginate un tranquillo lunedì mattina in cui vostro figlio, uscendo di casa, vi dà l'incarico di ritirare a nome suo un pacchetto che non ha potuto ricevere perchè il corriere, tanto per cambiare, è passato in un momento in cui non c'era nessuno in casa. Voi ritirate la delega, il documento di vostro figlio e il vostro, e sfrecciate fiduciosi nel traffico milanese per presentarvi in via Dione Cassio (nomina sunt omina) alle nove in punto, sicuri che la consegna sarà questione di minuti.

Vi trovate invece in un edificio gigantesco tipo Ikea, ma senza il rigore e l'efficienza dell'Ikea dove, dopo un breve e tutto sommato piacevole soggiorno in un ufficio nel quale una gentile impiegata vi dà istruzioni per la tappa successiva, vi avvicinate all'ingresso numero 7 di un fragoroso magazzino. Qui vi accoglie l'inferno della BAT: camion, camioncini e muletti che vanno e vengono carichi di pacchi, grida in "diverse lingue e orribili favelle", decine di addetti indaffarati che si aggirano senza posa con bollette e ricevute, mentre voi e pochi altri sperduti come voi si affannano per cercare un'anima pia che gli dia ascolto.

L'anima pia si materializza infine sotto le sembianze di un ometto cordiale e ragionevole che ritira la vostra ricevuta, vi rassicura bonariamente e scompare inghiottito dall'inferno del quale fa parte. Voi lo perdete di vista per circa un'ora, salvo rari momenti in cui riappare per confortarvi e affidare il foglietto a sempre nuovi addetti, che a loro volta si addentrano nei meandri del labirinto. Alla fine, sconsolato ma non quanto voi, l'ometto vi porta ad un centralino, dove un suo simile cerca dapprima di convincervi che il pacchetto l'avete ritirato voi stesso venerdì mattina: c'è anche la vostra firma e la fotocopia della vostra patente! Voi gli fate gentilmente notare che la fotocopia è stata fatta in quello stesso ufficio, e che se siete lì un motivo ci sarà pure...

Poco convinto, l'ometto numero 2 interpella un addetto al computer (un grado più in alto di lui nella misteriosa gerarchia della BAT Corporation) e quello si mette a digitare e a stampare, ma voi non sapete se lo fa per voi e per altri clienti nella vostra stessa incresciosa situazione. Quando state già per mandare all'inferno la BAT, vostro figlio e voi stesso per la vostra stupida indulgenza verso il vostro rampollo, nel momento meno atteso, dal nulla spunta un nuovo ometto mai visto, che con naturalezza vi consegna il fottuto pacchettino. L'etichetta incollata sul pacco vi svela l'arcano: è della MIRACLE, davvero un miracolo in una mattinata da incubo.

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24 settembre 2016 6 24 /09 /settembre /2016 09:35
Esercizi di zen metropolitano: caso e libera scelta

Quanto di quello che facciamo quotidianamente è determinato dal caso e quanto da una nostra libera scelta? Prendiamo come esempio questo post. Ho deciso di scriverlo mentre mi recavo a prendere il giornale, zigzagando in una specie di percorso obbligato imposto dai lavori in corso nella mia via. Ma, prima ancora, avevo deciso di andare in quella edicola invece che nell'altra posta ad uguale distanza da casa mia, per raggiungere la quale sarei dovuto passare davanti al bar e alla chiesa. Perché ho scelto l'edicola di piazza Buozzi? Forse perchè in linea d'aria era la più vicina. Comunque quel percorso transennato mi ha evitato la fatica di scegliere quando attraversare la strada, se rispettare oppure no la luce del semafoto e tante altre piccolissime cose. Tra l'altro, l'edicolante mi ha fatto pagare il supplemento del sabato (che io non prendo) mentre forse l'altro mi avrebbe abbonato i 50 centesimi.

Scegliendo quell'edicola ho incontrato persone che non avrei visto seguendo l'altra strada. E' improbabile che qualcuna di queste persone possa avere un'influenza significativa sulla mia vita o che questo post possa averne alcuna sulla vita di chi mi legge, ma chi può saperlo? Anche la scelta dell'immagine che accompagna il post è stata frutto di una lunga selezione tra quelle disponibili su Google, e la ricerca avrebbe potuto continuare all'infinito. Ho scelto per disperazione, per non rimanere bloccato tutto il giorno su una questione marginale.

Il senso di questo post è che, a parte scadenze determinate dagli altri (tasse da pagare, lavori da svolgere, bisogni impellenti da soddisfare) il resto della nostra vita è caratterizzato da scelte individuali che si potrebbero definire libere, a meno che non si accetti la teoria delle petites perceptions di Leibniz o quella delle motivazioni inconsce suggerite da Sigmund Freud. Una cosa è certa: la teoria del caso porta alla paralisi, la teoria del libero arbitrio ci spinge ad agire e ad interagire con gli altri. A voi la scelta!

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23 settembre 2016 5 23 /09 /settembre /2016 13:59
Il fine del mondo

Caro Augias,

Mi permetto di intervenire anch'io nella dotta disputa tra Lei e il teologo Vito Mancuso sul senso del mondo. Già Leopardi, sulla scorta delle idee materialistiche del 700 sulle quali si era formato, derideva amaramente quei suoi contemporanei che credevano nelle "magnifiche sorti e progressive" dell'umanità e pensavano che il mondo fosse stato creato a misura dell'uomo: e perchè non degli gnomi e dei folletti? argomentava il poeta-filosofo nelle Operette Morali.

Questo pianeta, uno qualsiasi tra gli innumerevoli che popolano le galassie, ha visto nascere la vita ed evolversi la specie umana. L'istinto di sopravvivenza ha suggerito all' homo sapiens che il bellum omnium contra omnes di cui parla Hobbes gli avrebbe garantito minori probabilità di sopravvivenza rispetto ad una precaria e provvisoria pace sociale, dalla quale si è sviluppata questa nostra civiltà. Ma la guerra rimane "regina di tutte le cose", come già ammoniva Eraclito, e la bontà originaria dei bambini e del selvaggi è solo un sogno di Rousseau: lo dimostrano gli episodi di crudeltà e bullismo fin negli asili e nelle scuola elementari, per non parlare delle violenze familiari.

Come Lei ben spiega, la pietas è un prodotto culturale, come le tre regole scolpite sui palazzi di giustizia: "honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere". Se fossero inclinazioni naturali dell'uomo non esisterebbero tribunali né prigioni , e giornali e telegiornali non sarebbero quotidiane rassegne di orrori ai quali purtroppo finiamo per fare l'abitudine.

Detto questo, la norma cristiana e kantiana che prescrive di agire in modo che la massima delle nostre azioni possa divenire legislatrice universale mi sembra eccellente, anche perché prescinde dalla credenza di un essere superiore.

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15 settembre 2016 4 15 /09 /settembre /2016 10:15
Milano e la mala negli anni 70: dialogo con Colaprico

Su Repubblica di oggi uno scambio di idee sul fascino che la vecchia mala milanese esercitava sui milanesi.

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15 settembre 2016 4 15 /09 /settembre /2016 10:08
Walter Bonatti: dialogo con Michele Serra

Caro Michele,

Ho letto con grande piacere la tua recensione del libro fotografico di Walter Bonatti, che è stato anche un mio idolo e modello, sebbene il mio amore per la montagna non mi abbia mai trasformato in alpinista ma più blandamente in escursionista, sia pure ostinato e "resiliente" anche oggi che ho passato la sessantina. Dissento solo su un punto del tuo articolo, quando definisci l'alpinismo un sport maschile per eccellenza. Hai mai visto Piz Palu, il film tedesco in bianco e nero degli anni 20, magistralmente interpretato da Leni Riefenstahl? Già da allora c'erano donne sportive e ardimentose, e se ne trovano ancora. sulle pareti del Bernina e di altre catene montuose che visito d'estate. E' vero, come dici tu, che fra i partecipanti a quelle spedizione nasce un legame fortissimo, ignoto a chi si limita a guardare il calcio seduto in poltrona...

Un caro saluto,

Sergio Roedner

Caro Sergio, i tedeschi sono i tedeschi.... Qui da noi le donne preparavano i termos per i loro fidanzati e mariti alpinisti. Comunque il "mio" Bonatti è stato accolto da molti, molti commenti emozionati. Ne sono felice, gli volevo bene davvero.

Grazie della tua lettera

Michele

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19 agosto 2016 5 19 /08 /agosto /2016 13:44
Dal bikini al burkini, di Michela Marzano

Dal bikini al burkini

la Repubblica, venerdì 19 agosto 2016

Una bomba atomica sociale. Fu questo l’effetto che, nel luglio del 1946, provocò il primo bikini moderno indossato a Parigi, e così chiamato dall’inventore in onore dell’atollo del Pacifico in cui pochi giorni prima era stato fatto esplodere, appunto, un ordigno nucleare. Una bomba atomica sociale, dicevo. Anche quando, negli anni Sessanta, il bikini trovò infine la propria consacrazione sulle spiagge della Costa Azzurra. E cominciarono a essere sempre più numerose le donne felici di seguire l’esempio di Brigitte Bardot. A chi appartiene d’altronde il corpo delle donne se non a loro stesse? Non è forse loro, e solo loro, la scelta di mostrarsi o di coprirsi?
La storia della progressiva conquista della libertà e dell’autonomia femminili è nota a chiunque. Esattamente come sono note le periodiche polemiche sulla linea sottile che separa la libertà individuale dal conformismo sociale, l’autonomia personale dalla sottomissione alla moda. C’è sempre chi si erge a difensore della possibilità, per ogni donna, di gestire come vuole il proprio corpo e la propria immagine e chi, sottolineando l’impatto che le norme sociali hanno sulle attitudini e i comportamenti individuali, sottolinea invece la nuova forma di “servitù volontaria” cui si sottoporrebbero da anni le donne per corrispondere agli stereotipi di femminilità e di seduzione. Ma si può applicare questa griglia di analisi anche alle recenti polemiche scoppiate in Francia sul burkini, e alla conseguente decisione presa da alcuni sindaci di vietarne l’utilizzo in spiaggia? Siamo di fronte a una nuova bomba atomica sociale oppure la categoria della libertà, questa volta, è insufficiente a capire quello che sta accadendo?
Non è facile per chi vive in Francia da anni – e ha assistito dapprima in maniera distratta, poi in modo sempre più interrogativo, alla trasformazione progressiva di un certo numero di usi e costumi – schierarsi con chi è favorevole al divieto di andare in spiaggia con un burkini in nome dell’uguaglianza uomo-donna (perché sono sempre e solo le donne a doversi coprire?) oppure con chi è contrario al divieto in nome della libertà femminile (non spetta forse alle donne decidere se mettersi un bikini o un burkini?). E questo non solo perché non c’è vera libertà senza uguaglianza e viceversa – come sa bene chiunque si interessi alle condizioni che permettono alla libertà di esprimersi –, ma anche perché sia la libertà sia l’uguaglianza sono valori che, una volta contestualizzati, riflettono inevitabilmente le contraddizioni della società in cui si vive. Quella Francia in cui, fino a qualche anno fa, era impensabile ascoltare il racconto di una ragazza musulmana che, una sera di Ramadan, viene apostrofata da un gruppo di ragazzi perché porta il rossetto: “Sorella! Non sai che non ci si mette il rossetto quando è Ramadan?” Quella Parigi in cui, fino a pochi mesi fa, era inconcepibile immaginare che in Università alcuni studenti spiegassero che è giusto che un ragazzo non stringa la mano di una ragazza (per pudore? per rispetto?) e che ogni donna degna di questo nome non giri da sola per strada e si copra integralmente – “un fratello non può accettare che la sorella non sia velata senza perdere l’onore!”.
L’editore egiziano Aalam Wassef ha recentemente chiesto agli Occidentali di non essere naïfs quando si tratta di discutere del significato del burkini e di non dimenticare che l’Islam non può ridursi alla visione integralista dei Salafiti. Portare il burkini, per Wassef, non sarebbe una prova di libertà, esattamente come vietarne l’uso non sarebbe una forma di islamofobia. Anche semplicemente perché ci sono tante donne musulmane che vorrebbero avere la possibilità di indossare un bikini, e sarebbe quindi estremamente difficile aiutarle a esercitare questo tipo di libertà se, arrivando in spiaggia, incontrassero gruppi salafiti pronti ad apostrofarle: “Sorella! Non sai che anche in spiaggia una donna si deve coprire?”.
Ogni essere umano, spiegava il padre del liberalismo John Stuart Mill, ha come vocazione quella di essere libero. E sarebbe un crimine contro l’umanità non rispettarne l’autodeterminazione. Anche la libertà, però, ha i suoi vincoli. E finisce laddove, in suo nome, la si cancella, visto che non può essere in nome della libertà che ci si ritrova poi in una situazione di servitù o sottomissione. Il problema allora, nel caso del burkini, non è tanto la libertà o meno della donna di vestirsi come meglio crede. Su questo siamo (o dovremmo) essere tutti d’accordo. Il problema sono le condizioni di esercizio della libertà delle donne musulmane. Cosa le spinge o meno a coprirsi? La paura del giudizio o delle sanzioni da parte dei familiari? I precetti religiosi? Il desiderio di opporsi ai valori occidentali? Il pudore? Certo, la libertà individuale è sempre sacra. Ma non ha ragione anche Lacordaire quando, nel XIX secolo, ci ricorda che “tra il forte e il debole è la libertà che opprime e la legge che affranca”?

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16 agosto 2016 2 16 /08 /agosto /2016 13:12
Esercizi di zen metropolitana: Una giornata perfetta

Una giornata perfetta è il risultato di diversi fattori: umani, meteorologici, ma anche casuali. Quando tutto questo coincide, si ha quella che amo definire "una giornata perfetta". Non si può prevedere, non si può programmare. Se ne possono creare le premesse e sperare che succeda. A me è successo sabato 14 agosto in Valmalenco.

Il giorno precedente avevo conosciuto Paolo, un "ragazzo" milanese vent'anni più giovane di me, che mi ha proposto un'escursione per me del tutto nuova, al rifugio Del Grande - Camerini, sul Disgrazia, sulla strada di Chiareggio, il versante della valle che conosco di meno. Io, che avevo programmato tutt'altro, ho accettato di uscire dalla solita routine e in serata ho appreso che a noi due si sarebbe aggiunto Massimo, un giovane ciclista ventenne amico dei proprietari dell'Edelweiss.

Alle sei e quaranta io e Massimo siamo saliti in macchina,e alle sette Paolo ci ha raggiunti a fondovalle e ci ha caricati sulla sua auto,mentre io abbandonavo la mia nel parcheggio davanti al bar Bucaneve a Lanzada.

Da quel momento in poi la mia giornata perfetta ha avuto inizio. Siamo saliti verso Chiareggio programmando i dettagli della gita, della quale solo allora cominciavo a comprendere la complessità. A Chiareggio abbiamo fatto colazione nel bar perfetto, il cui proprietario, cordiale e con un gran senso dell'umorismo, ci ha fatto tre ottimi cappucci che hanno reso squisite anche le briosc confezionate. Poi la ricerca del sentiero che ci avrebbe portato al rifugio Del Grande - Camerini, a quota 2600, utilizzando la via "diretta", come l'ha chiamata Paolo, praticamente un prato verticale con sassi e tornanti qua e là,e nessuno a rompere le balle o a darci indicazioni: nessuno, tranne noi tre.

L'escursione è iniziata in silenzio, con il sottoscritto preoccupato di regolare il passo e mascherare l'affanno iniziale,e i miei due compagni di avventura che ogni tanto si voltavano indietro,preoccupati e compassionevoli. Ma il silenzio è durato poco, e presto gli scherzi e le battute hanno alleviato gran parte della fatica. I tre sconosciuti erano diventati amici inseparabili, concentrati sulla meta ma pronti ad affrontare la salita con lo spirito giusto, con frequenti pause suggerite da bisogni fisiologici, dalla necessità di rifiatare, di fotografare un fiore o i compagni stravolti. La prima foto, goliardica, è stata di noi tre col pugno chiuso.

Il sodalizio si è interrotto a cinquanta minuti dal rifugio, quando le mie due guide hanno deciso di prendere una digressione passando su fantomatiche roccette e io ho proseguito da solo, seguendo i segniibianchi rossi sulle rocce, non immalinconico dalla solitudine quanto piuttosto sollevato dall'ansia di prestazione e libero di inciampare quando lo ritenessi opportuno.

Alle undici e quindici ero in vista della meta,ma mi aspettava un ultimo sorpresone: un robusto cavo di acciaio aveva preso il posto del sentiero e il rifugio era scomparso alla mia vista. Il mio intuito infallibile mi ha suggerito che se volevo arrivare dovevo attaccarmi a quel cavo e così ho fatto. A forza di braccia, e di tanto in tanto puntando qualche piede a casaccio, mi sono issato in cima e ho varcato, glorioso e gocciolante, la soglia del rifugio.

Mi aspettavo di vedere i miei amici ma le roccette li avevano in qualche modo distolti dalla meta, concedendomi l'onore del primato. Ho così conosciuto la numerosa e cordiale famiglia allargata del signor Giorgio, che mi ha ciricondato premurosa offrendomi consigli e ristoro. A loro ho confidato le mie pene per gli amici che tardavano,e sono stato soccorso dai loro binocoli e dalle loro parole di conforto. Erano ormai le 12 e 30 e allora "più che il dolor poté il digiuno". Mi sono seduto dentro e ho cominciato a mangiare, premurosamente servito da una gentile fatina di nome Bianca e dai suoi fratelli (o cugini) e da sua madre (o zia). All'una, quando Paolo e Massimo mi hanno raggiunto dopo il gran tour delle roccette, avevo già rotto le scatole all'intera famiglia,inducendoli perfino,per compiacermi, a una foto di gruppo con me. La ciliegina sulla torta è stata la medaglia di carta consegnatami da Bianca in persona (quella precedente era stata conquistata il giorno prima da un bambino di tre anni).

Il resto della giornata è stato altrettanto perfetto ma immalinconito dagli addii: salutati gli ospiti, pagato il conto, comprate due magliette, abbiamo iniziato la discesa, più breve ma più dolorosa (in tutti i sensi) della salita. In qualche modo, in due ore e mezzo, siamo tornati al punto di partenza, anche se i dettagli mi sfuggono, obnubilati dalla fatica. Mi sono risvegliato sulla mia macchina, davanti al bar Bucaneve, e da lì in qualche modo devo essermi arrampicato sui tornanti e infilato le gallerie per emergere davanti all'Edelweiss.

La giornata perfetta si è conclusa col racconto epico della nostre imprese e con lo scambio di fotografie e di indirizzi fra noi tre e i gentili gestori del Rifugio Del Grande - Camerini. Tutto questo non si poteva prevedere né programmare ma è stato divertente rievocarlo.

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11 agosto 2016 4 11 /08 /agosto /2016 09:23
Esercizi di zen metropolitano: l'ago e la caffettiera

La mia caffettiera è all'apparenza un oggetto ben poco Zen, una panciuta Nescafè Dolcegusto a cialde. Eppure oggi è stata co-protagonista di un episodio curioso che mi accingo a raccontare. Da qualche giorno sul ripiano della credenza giaceva vicino a lei un minuscolo ago da cucito, reperto dell'ultima volta in cui mi ero deciso a pulire tutta la casa, mai rimesso al suo posto, ma lasciato lì, ben visibile, memento di non so cosa.

Stamattina la caffettiera si è rifiutata di farmi il cappuccino. Si è bloccata, versando poche gocce di un liquido biancastro nella tazza e protestando con un terribile ruggito.

Come per la madeleine di Proust, ho ricordato tutto. Ieri la povera Nescafè, ostruita da settimane di calcare e di incuria, mi aveva dato un segnale, partorendomi l'ultimo cappuccio con poche gocce di caffè rugginoso. Io, preso da mille vicende domestiche ed esistenziali, l'avevo trascurato, nonostante l'ago fosse sempre lì a puntare verso di lei.

Adesso l'unico modo di farmi il cappuccino era usare quell'ago per sgombrare i dotti lattei dell'aggeggio, liberare un varco perchè la povera caffettiera riprendesse il suo umile ma prezioso lavoro quotidiano.

Ebbene, l'ago era sparito. Per quanto lo cercassi sul ripiano, sul tavolo, sul pavimento e nel cassetto, era scomparso: aveva svolto il suo ruolo, tornando nell'iperuranio degli aghi. Ma tanto mi era bastato, avevo ricevuto il messaggio.

Rovistando nel cassetto disordinato, ho infine trovato un suo fratellino (o forse era lui tornato da solo nei ranghi? Non lo sapremo mai) che lo ha sostituito egregiamente. Liberato il foro, rimontata la caffettiera, ho potuto godermi un ottimo cappuccino con la solita brioche imbustata dell'esselunga. Ma che importa? Lo Zen metropolitano si basa proprio sull'attribuire significato a cose di uso quotidiano. Perchè siamo noi a dare un significato al mondo.

P.S. L'ago magico accanto a me mi punzecchia e protesta: "Sono io" sembra dirmi "che ti ho risolto il problema. Senza di me saresti dovuto andare al bar e spendere due euro e quaranta. La tua filosofia vale quanto quella povera caffettiera di cui dovresti occuparti regolarmente".

Come dargli torto?

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9 agosto 2016 2 09 /08 /agosto /2016 16:44
Esercizi di Zen metropolitano: riempire il tempo

Già Kant aveva scoperto che il tempo, come lo spazio, non esisterebbero senza di noi. Il tempo e spazio sono categorie dello spirito e, come per il mondo esterno, possiamo decidere se subirle o dominarle. Sia che siamo subissati da impegni durante una settimana lavorativa, sia che ci troviamo bloccati a Milano a ferragosto senza (apparentemente) nulla da fare, la parola d'ordine è gestire il tempo.

Una giornata sembra interminabile se non si ha nessuno con cui parlare e nessun lavoro da svolgere, ma trascorre in un lampo se la si divide in segmenti, alternando le attività in modo intelligente per evitare la ripetitività e la noia. Stabilire l'ora del risveglio e attenersi alla decisione presa è il primo passo per una gestione efficace del tempo. Io punto la sveglia alle otto, a meno che non abbia in programma un'escursione impegnativa, nel qual caso non esito a svegliarmi alle sei, un orario abbastanza congeniale ai miei ritmi biologici di non più giovanissimo.

L'attività sportiva va benissimo a qualsiasi età, purchè le condizioni fisiche la permettano, e una blanda attività fisica è accessibile a chiunque, senza il pemesso del medico. Personalmente, oltre alla mia disciplina di riferimento, il karate, io pratico attualmente il ciclismo amatoriale e l'escursionismo, in genere alternandoli al riposo. In passato correvo e ho completato quattro maratone all'inizio del secolo (!) ma poi ho smesso perchè mi spostavo poco e faticavo troppo.

D'estate, la mattina è il periodo più favorevole per lo sport perchè la temperatura è meno elevata. Cammino in montagna o vado in bicicletta per un paio di ore, poi mi concedo una breve sosta, a casa o dove mi trovo. Bevo e mangio quello che mi sento, senza dare ascolto alle prescrizioni dietetiche che valgono meno di un'esperienza cinquantennale.

Nei giorni di riposo, leggo il giornale o un libro, oppure mi tengo in contatto con le mie conoscenze su internet, o cerco di mantenere un ordine accettabile in casa, senza essere nè un fanatico della pulizia nè uno sporcaccione. Applico il principio già spiegato della broken window, cerco cioè di non accumulare sporcizia o lavori lasciati a metà, per non cadere nell'apatia e nella depressione.

Sonnellino sì o sonnellino no? Anche qui non si può fissare una regola generale: se siete stanchi e di buon umore, una o due ore di sonno possono fare al caso vostro, purché puntiate la sveglia per non ritrovarsi rincoglioniti alle sei e mezzo di sera. C'è stato un brutto periodo in cui dormire di pomeriggio mi metteva angoscia, e in tal caso basta un buon caffè e una puntatina fuori, fosse solo per un gelato.

Cenare in casa o in ristorante/pizzeria è questione di umore e di portafoglio, e io eviterei gli eccessi dall'una e dell'altra parte. Sempre ammettettendo che non abbiate nessun conoscente a portata di mano, di telefono o di Skype, il cinema (prenotabile comodamente da casa) la televisione, il web vi assicurano una vasta gamma di intrattenimenti per tutti i gusti e tutti i portafogli.

Andate a letto quando avete sonno e dormirete bene. Certe volte io crollo alle undici e mezzo, altre volte tiro le due senza problemi. Soprattutto ricordatevi: siete voi a riempire le caselle della vostra giornata, siate felici di poterlo fare in libertà senza risponderne a nessuno. Oppure siate felici se trovate qualcuno con cui condividerle. E non temete la noia come faceva Leopardi: dal suo tedio sono scaturiti i suoi Canti immortali, dal mio (più modestamente) questi esercizi di Zen metropolitano.

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