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3 febbraio 2018 6 03 /02 /febbraio /2018 17:26
DALLA GALERA ALLA COLONIA: ALBESE.
Grande psichiatra, la dottoressa Bellini era però una pessima psicologa perché, il giorno delle dimissioni dal Fatebenefratelli, disse a me e a mio figlio: "Ho una bella notizia da darvi: il posto ad Albese si è liberato da mercoledì prossimo.Se volete, il signor Roedner può restare qui e partire direttamente da qui".
Naturalmente "non volli" e preferii passare quei due giorni a casa, nello stato d'animo di un condannato che non riesce ad assaporare le ultime ore di libertà.
Non mi ero trovato certo a mio agio a psichiatria, anche se negli ultimi giorni mi ero un po' rincuorato al pensiero del ritorno; e non mi trovavo a mio agio neppure nel mio appartamento, perché lo ritrovavo nello stesso stato di disordine e precarietà in cui l'avevo lasciato e sapevo che di lì a poco sarei dovuto ripartire. Avevo con me una scorta di medicinali per non lasciarmi scoperto nelle 24 ore, e tutto sommato fui contento di dormire due notti nel mio letto.
All'alba di mercoledì 6 dicembre Giulio ed io ci svegliammo, facemmo colazione, lui impostò il navigatore satellitare e partimmo alla volta di Albese con Cassano, ridente (?!) paesino del Comasco. Il mio stato d'animo era piuttosto insofferente che disperato, e non migliorò il mio umore il constatare, una volta giunti sul posto, che l'istituto si chiamava "Villa San Benedetto" ed era retto dalle Suore Ospedaliere, una delle quali, di nazionalità sudamericana, ci accolse al momento del ricovero.
Senza dubbio l'ambiente era meno tetro e claustrofobico del reparto di psichiatria del Fatebenefratelli: una grande villa a due piani, circondata da un vasto parco nel quale gli ammalati potevano circolare liberamente. Anche l'atteggiamento del personale era meno sospettoso: potei conservare la cintura e il caricabatterie del telefonino di emergenza con cui avevo sostituito il mio smartphone.
Al colloquio di ammissione parteciparono lo psichiatra, dottor Cavedini, la psicologa, un'educatrice e la caposala. Mi venne spiegato che sarei stato seguito da un'equipe. Potevo riconoscere i vari ruolo dal colore dell'uniforme e del colletto (ma non ci sarei riuscito fino all'ultimo giorno!). Sarebbe stato studiato per me un programma individualizzato di attività e di spazi "da gestire in autonomia"; il dottor Cavedini si dimostrò ottimista riguardo al mio recupero completo e Fiorella, la mia educatrice, mi fece sapere che già l'indomani avrei potuto partecipare all'attività di stretching, dopodichè tutto si sarebbe bloccato per il Ponte dell'Immacolata e avrei avuto il programma completo solo a partire da lunedì.
Mentre la suora ci faceva strada nell'ascensore diretti alla camera 2 del reparto "meno uno", feci sottovoce le mie rimostranze a mio figlio: "Si può sapere che cazzo ci faccio qui fino a lunedì?" Ma mio figlio mi zittì e io, pensando a ragione che Albese era ormai l'unico ostacolo che mi separava dall'agognata libertà, feci buon viso a cattivo gioco. Anche perché, se il reparto psichiatrico era una prigione, Villa San Benedetto assomigliava piuttosto a una colonia estiva per bambini ritardati. Alle sette e mezzo ti venivano a svegliare chiedendoti se avevi fatto la doccia ma non verificando mai se mentivi o no; poi c'era la terapia del mattino. Mi chiesero se mi ero portato delle medicine da casa e sembrarono scontenti quando dissi di no, come se il costo dei farmaci uscisse dalle loro tasche. Alle otto c'era la colazione, molto più povera che al Fatebenefratelli, con un liquido dolce e colorato che era pomposamente chiamato the o caffè, accompagnato da tre biscotti o due fette biscottate. Dalle 9 a mezzogiorno c'erano le "attività": inizialmente io fui ammesso solo a "Stretching 1" ideato dal dottor Jacobson per pazienti ottantenni in sedia a rotelle. A mezzogiorno si poteva assaporare la "nouvelle cuisine" di Albese, della quale era a volte difficile individuare gli ingredienti, ma probabilmente era meglio così. A partire dalle 13, partiva una nuova serie di attività fino alle 18, ora di cena.
A partire dalle 18 e 30, i degenti dovevano far appello alle proprie risorse per tirare avanti fino all'ultima terapia serale (ore 21,30-22). Al seminterrato, dove mi trovavo io, c'era poco movimento: la maggior parte dei malati (pardon,dei convalescenti) stava a letto o si contendeva il telecomando del minuscolo televisore situato in sala da pranzo, mentre al primo piano giocavano a carte e avevano ben due televisori! Poi scendeva la notte, provvida consolatrice delle nostre sventure, ma per alcuni di noi (non per me) foriera di insonnia e di incubi.
Dalla galera alla colonia: Albese

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3 febbraio 2018 6 03 /02 /febbraio /2018 10:48
La lunga storia dell'antisemitismo (Repubblica del 3/2/2018)

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2 febbraio 2018 5 02 /02 /febbraio /2018 22:41
TOCCATO IL FONDO NON SI PUO' CHE RISALIRE.
La mia degenza nel reparto psichiatrico del Fatebenefratelli durò dieci durissimi giorni. L'impatto iniziale fu devastante. Ecco cosa scrivevo il giorno dell'arrivo, il 24 novembre:
"In questo reparto militarizzato ti tolgono ogni oggetto potenzialmente pericoloso, tipo la cintura o la foto della tua famiglia con la cornicetta di metallo. Tutti dormono tutto il tempo e tu annaspi nel buio della tua camera cercando un oggetto che ti serve. Un degente vomita e il suo vomito resta per terra un'ora buona prima che un altro ammalato pulisca. Ti danno 10 pillole per volta e controllano che tu le prenda..."
Si aggiunga che il "bagno" violava le più elementari norme della privacy e dell'igiene, ed era esclusa, salvo casi eccezionali, la possibilità di consumare i pasti a letto. Non c'erano campanelli per chiamare gli infermieri e in ogni caso era improbabile che accorressero per cambiarti il pannolone quando dovevano fronteggiare casi ben più seri, come quello di un'ammalata che nonostante i severi controlli era riuscita a tagliarsi le vene o di un esagitato che urlava e bestemmiava esigendo una sigaretta.
Paradossalmente la situazione del reparto mi fece capire che dovevo arrangiarmi. Smisi il pannolone e indossai il pigiama. Ogni volta che andavo in bagno portavo con me il kit dei miei parafernalia, cioé:1) carta igienica (era contingentata e in bagno mancava); 2) salviettine umidificate; 3) spugnetta; 4) bagno schiuma; 5) pomata "nonsisamai". Solo più tardi capii che mi stavo complicando la vita da solo e semplificai il "cerimoniale".
Il problema serio era la compagnia, soprattutto i vicini di letto. Se all'arrivo mi ero reputato fortunato perché le tre persone nella mia stanza si limitavano a russare fragorosamente impedendomi di chiudere occhio (ma tanto non dormivo da mesi), due giorni dopo annotavo allarmato sulla mia pagina Facebook:
"Stanotte "dormirò " nella stanza con un pazzo furioso e uno squilibrato che mi segue spegnendo le luci che accendo e incolpandomi della rottura del suo orologio . Psichiatria è senz'altro il posto giusto per guarire dalla depressione e sviluppare un sano istinto aggressivo. Solo che non vorrei che poi legassero me al letto! Chi ha la soluzione me la scriva per favore...".
Nonostante la mia ironia qualcosa di buono stava davvero succedendo. Strinsi amicizia con Abner, lo scacchista geniale, con Giulia, poliglotta impegnatissima a coltivare le proprie passioni utilizzando il telefono altrui, con la piccola Rebecca che con le sue crisi di nervi e i suoi momenti di abbandono risvegliò il mio istinto paterno. Mi incazzavo con i disturbatori invece di subire passivamente le loro vessazioni. Feci amicizia con gli infermieri che capirono presto che non ero né pericoloso né a rischio. E le nuove medicine cominciavano a fare effetto. Dormivo qualche ora, mi era tornato l'appetito, e godevo di un trattamento privilegiato a tavola dove la mia famosa colite mi assicurava un menu personalizzato che mi veniva servito prima che agli altri. Mi davano pasta asciutta, risotto, carne, frutta. Più tardi, ad Albese, avrei rimpianto amaramente le scorpacciate del Fatebenefratelli.
Naturalmente mi mancava la libertà e ogni volta che la porta si chiudeva (a chiave) alle spalle di mio figlio o degli amici e compagni di allenamento che mi venivano a trovare, mi sentivo abbandonato. Il furto del mio smartphone aggravò il mio senso di isolamento rischiando di compromettere i primi fragili progressi,ma a parziale risarcimento ma la dottoressa Bellini mi annunciò la data delle mie dimissioni: il 4 dicembre, aggiungendo però che "mi consigliava" un breve periodo di riabilitazione in una "villa fuori Milano". Un brivido mi corse lungo la schiena: quanto breve? Dove? Al massimo un mese, mi rispose, e a me suonò come "un anno". Per quanto riguardava l'ubicazione di quello che mi presentava come una specie di paradiso terrestre, disse che erano aperte varie opzioni. Rimase sul vago anche sulla data d'inizio della mia riabilitazione, ma lasciò intendere che prima avrei passato una settimana a casa, rientrando al Fatebene in regime di "day hospital". Per la prima volta in oltre un anno, mi sentii "quasi" felice.
Toccato il fondo non si può che risalire

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2 febbraio 2018 5 02 /02 /febbraio /2018 13:53
MICOL
Micol era forse ancora più giovane di Aria ma non aveva certo il suo approccio sadico e menefreghista alla sua professione. Gli occhiali con la montatura stile anni 60 conferivano un'aria da studiosa al suo viso quasi infantile incorniciato dai capelli neri. Coscienziosa fino al sacrificio, veniva al lavoro anche con un forte raffreddore e si prendeva a cuore la sorte dei malati, anche di quelli refrattari ad ogni cura. Un giorno mi confessò che, quando tornava a casa senza esser riuscita a far mangiare o a somministrare la terapia a un paziente difficile, si sentiva in colpa e non riusciva a dormire.
Poco formalista, non cercò mai di farci recitare la preghiera prima di mangiare ed era la prima ad ammettere che la mensa faceva schifo. Quando qualcuno doveva uscire "in autonomia" o coi parenti, non era troppo fiscale e chiudeva un occhio sui minuti in più o in meno.
Siccome ad Albese mi mancava una figura angelica come la Beatrice del Fatebenefratelli,mi innamorai subito di lei (platonicamente, come è il caso di tutti i depressi sottoposti a trattamento farmacologico) e per natale le regalai un minuscolo soprammobile scovato in cartoleria. Me ne fu molto grata.
Alla vigilia della mia partenza da Albese, quando le confessai che ero un po' nervoso in vista del mio ritorno nel mondo reale, mi rimproverò molto seriamente, esortandomi ad essere "propositivo" come sempre.
Se mi capiterà di tornare ad Albese come paziente, mi assicurerò prima che Micol sia ancora nel reparto.
Micol

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2 febbraio 2018 5 02 /02 /febbraio /2018 13:19
LA MIA DISCESA AGLI INFERI (4)
I rapporti con la dottoressa erano pessimi, mi trattava da ipocondriaco e/o simulatore. Per sbarazzarsi rapidamente di me mi mise subito in lista per la colonscopia. La preparazione per questo esame comporta il digiuno e la somministrazione di litri e litri di un terribile beverone, che dovrebbe facilitare la pulizia e l'ispezione della zona interessata. Si tratta di una procedura già poco piacevole se chi vi si sottopone ha la libertà di muoversi, immaginarsi per chi come me era costretto a letto.
Furono 24 ore molto penose per il sottoscritto, il suo comprensivo compagno di camera e l'infermiera, chiamata in mio soccorso cinque volte nel corso della stessa serata.
L'esame in sè fu molto fastidioso e discretamente doloroso, nonostante l'anestetico che mi era stato iniettato e il calmante chemi era stato somministrato per os. L'operatrice mi anticipò che non vedeva niente di allarmante nella mia pancia, ma ad ogni buon conto aveva prelevato dei tessuti per l'esame istologico. Tornai in reparto massacrato ma, a parte una lieve febbriciattola, non soffrii altri effetti collaterali. Un paio di giorni dopo, come avevo previsto, Miss Simpatia mi annunciò che, dato che la mia colite era guarita (?!) e il mio colon non aveva proprio niente, mi avrebbe dimesso in capo a pochi giorni. Alle mie tremule obiezioni oppose la testimonianza degli infermieri: le mie visite al bagno si erano indiscutibilmente diradate. Trattenendo la rabbia feci presente che ero tuttora "allettato" e distrutto dalla colonscopia. Per tutta risposta lei rimosse una sponda del mio letto e mi disse l'equivalente di "Alzati e cammina!"
Mi alzai e camminai. Mi sedetti a mangiare al tavolo. Mi recai al bagno ma invano: la mia colite, offesa per l'incredulità del medico, era entrata in sciopero. La prospettiva di tornare a casa in quelle condizioni psico-fisiche precarie mi terrorizzava: nelle ultime settimane mio figlio aveva passato gran parte del tempo assistendomi, cosa sarebbe successo adesso? In preda allo scoraggiamento, mandai a Giulio via telefono un messaggio drammatico, del quale ora mi pento, ma che cambiò la mia sorte. Mio figlio mostrò il mio messaggio alla dottoressa, che decise di farmi visitare da uno psichiatra del secondo piano.
Venne, il giovane dottore, mi si presentò e coram populo iniziò a farmi domande dettagliate sulla mia patologia psichiatrica e sulle sue manifestazioni più eclatanti.La mia reazione fu irritata: lui non era il mio medico curante, dissi, e inoltre non intendevo raccontare i fatti miei davanti a tutti,pazienti e visitatori. Lui sorrise malinconico e si ritirò, ma la mia sfuriata rafforzò la convinzione che io avessi qualche rotella (e non qualche budella) fuori posto. Il giorno dopo l'ineffabile dottoressa tornò all'assalto con un aut-aut: o accettavo di trasferirmi volontariamente al secondo piano nel reparto psichiatrico, oppure mi avrebbe dimesso. Se i miei familiari lo ritenevano opportuno, lei o chi per lei avrebbe ordinato per me un TSO.
Io non volevo essere rinchiuso tra i matti, ma che potevo fare? Persino mio figlio mi disse che un breve ricovero per aggiustare la mia terapia era indispensabile. A lenire ulteriormente le mie preoccupazioni intervenne il colloquio con la "boss" di psichiatria, la dottoressa Laura Bellini, che con tutt'altro garbo rispetto al suo collaboratore, mi assicurò che il suo reparto tutto sommato non era niente male (bugia clamorosa!) e che avrebbe affrontato la mia depressione trovando il modo di restituirmi la sanità mentale (non disse proprio così, ma il succo era quello e mantenne la parola).
In capo a due giorni venni collocato nuovamente sulla carrozzina con camice e pannolone e, nel tripudio generale di medici e infermieri del reparto, fui trasportato al secondo piano e mi trovai davanti alle porte del moderno Inferno, l'SPDC (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura) dell'ospedale Fatebenefratelli.
La mia discesa agli Inferi (4)

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1 febbraio 2018 4 01 /02 /febbraio /2018 15:48
ESTER.
Ester era poco più di una bambina. Aveva sedici anni quando fece il suo ingresso al reparto psichiatrico del Fatebenefratelli, accompagnata dai genitori che a turno dormivano in stanza con lei. Il suo viso infantile era ferito ma non deturpato da due piercing, alle sopracciglia e al naso, segnale della sua propensione all'autolesionismo. Legò subito col più giovane tra i ricoverati, con cui si rifugiava a fumare negli appositi spazi.
Dopo un poco uscì dal guscio e facemmo amicizia. Mi raccontò del suo doloroso passato, così breve eppure così tragico: era stata violentata dal suo ragazzo quando aveva solo tredici anni, e da allora aveva perso ogni autostima, si era caricata di colpe e aveva preso a fumare e peggio. Ogni giorno venivano a trovarla i suoi amici e il suo nuovo ragazzo e restavano con lei finché gli infermieri non li mandavano via. Inizialmente quelle visite la rallegravano e per qualche ora tornava a essere la ragazza scherzosa e affettuosa che era stata, ma poco alla volta il tetro ambiente del reparto cominciò ad esercitare un'influenza negativa su di lei: le urla, le porta sbattute, la luce implacabile del corridoio la facevano uscire di testa.Ogni volta che la porta d'ingresso si apriva lei si avventava verso l'uscita cercando di fuggire ma poi si afflosciava a terra priva di forze. Diventava violenta, colpendo madre e madre con calci e pugni. Litigòcol suo ragazzo e poi si riconciliò con lui tra le lacrime.
Quando le dissi che stavo per uscire mi appoggiò la testa sul petto e chiese, seria: "Come faremo adesso, noi due?" Spero che abbia trovato un luogo e una compagnia più adatti a lei, per superare i suoi traumi e tornare alla vita "normale" di una ragazza della sua età.
Ester

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1 febbraio 2018 4 01 /02 /febbraio /2018 13:28
LA MIA DISCESA AGLI INFERI (3)
Uma settimana dopo l'allenamento, il 12 settembre 2017, non solo non avevo recuperato le forze ma si era riacutizzato un antico dolore all'inguine. Mi trascinai da un vecchio compagno di liceo, Giorgio Sala, ora primario di cardiologia alla clinica La Madonnina. Non ci andavo di frequente perché, oltre alla mia allergia per gli studi medici, pesava il fatto che Giorgio non mi faceva mai pagare le sue visite.
Nel momento del bisogno,comunque, mi rivolgevo sempre a lui, che era stato anche testimone della morte di mio padre, nel lontano 1972. Gli chiesi di individuare le ragioni del mio calo ponderale e dei dolori addominali. C'era forse dietro un "brutto male"? Giorgio mi visitò col consueto scrupolo e arrivò alle seguenti conclusioni: 1) Nonostante la terapia (che in realtà avevo sospeso da qualche giorno) ero sempre lievemente iperteso. 2) Soffrivo di una sindrome ansioso depressiva. 3) Denunciavo un significativo deficit della memoria. 4) Soffrivo di inappetenza ed avevo nel corso dell'estate perso tredici chili. 5) Ero afflitto da un'insonnia scarsamente trattabile a vari farmaci (ero arrivato a prendere 40 gocce di minias per un riposo di due ore!).
Per quel che riguardava l'aspetto prettamente fisico, Giorgio osservò che i "quadranti addominali di destra" erano "marcatamente dolenti" e individuò una voluminosa ernia inguinale destra non riducibile. Mi suggerì esami di laboratorio generale e un'ecografia dell'addome per una successiva valutazione chirurgica dell'ernia inguinale. Propose anche una mia valutazione neuropsicologica con test cognitivi, per accertare se i miei vuoti di memoria erano dovuti alla depressione o erano i primi sintomi di una malattia degenerativa.
La settimana successiva fu occupata dalla ricerca della sede dove fare l'ecografia senza attendere dei mesi. L'Istituto auxologico si rese disponibile il 22 settembre per l'esame e il 13 ottobre mi convocò per l'operazione, che fu eseguita in regime di day hospital. Il decorso post-operatorio fu complicato da difficoltà nell'urinare (poi risolte nel giro di 24 ore) e da un malessere generale che mi obbligò a mettermi a letto, assistito unicamente da mio figlio. Nei giorni successivi dovetti constatare che i progressi erano lentissimi e anche dopo la rimozione dei punti non stavo affatto bene.
Fui colpito da una violentissima colite che obbligava me a passare in bagno gran parte del tempo e mio figlio ad assistermi a tempo pieno. A un certo punto comparve del sangue. Convinto di trovarmi in pericolo di vita (ero lontano dal poter valutare obiettivamente e con competenza i miei sintomi) per due volte mi recai al Pronto soccorso del Policlinico per farmi ricoverare, e per due volte fui respinto in codice bianco.
La terza volta che ebbi un'emorragia chiamai mio figlio nel cuore della notte e lui, un po' a caso, mi portò al Pronto soccorso del Fatebenefratelli, dove rimanemmo dalle 7 del mattino alle 17 del pomeriggio di domenica 11 novembre, quando una dottoressa di buon cuore ordinò il mio ricovero in gastroenterologia. "Una persona che si presenta tre volte al Pronto soccorso lancia un grido di aiuto che non può essere ignorato", fu la sua apodittica sentenza.Le strinsi la mano con calore, e lo stesso fece il povero Giulio.
Non altrettanto comprensiva si rivelò la sua collega responsabile del reparto quando mi vide comparire in carrozzella, con una borsa che conteneva pochi effetti personali. Volle sapere da me quali fossero i miei disturbi e che medicinali assumevo. Quando seppe che ero depresso iniziò a mettere in discussione i miei sintomi fisici. Comunque, per prudenza, fece mettere le sponde al mio lettino corto e stretto, e mi disse di non alzarmi per nessun motivo al mondo.
Dato che la colite non accennava a darmi tregua, fui costretto a indossare il grembiule e il famigerato pannolone, e mi fu detto di chiamare gli infermieri qualora avessi avuto bisogno di cambiarlo. Quelli,o lettore, furono i giorni più umilianti della mia vita e non mi piace ricordarli: ma senza il ricovero a medicina non sarei probabilmente mai stato trasferito in psichiatria e sarei stato ancora una volta rimandato a casa, con esiti disastrosi.
La mia discesa agli Inferi (3)

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1 febbraio 2018 4 01 /02 /febbraio /2018 09:11
SAID
Said era uno scaltro e istrionico mariuolo marocchino. Ammetto di non riuscire a giudicarlo obiettivamente perché devo a lui la scomparsa del mio smartphone, una perdita dolorosa che mi isolò da tutti gli amici per un paio di mesi e mi fece sentire ancora più solo ed inerme nel reparto psichiatrico del Fatebene.
Said arrivò nel cuore della notte, in trattamento sanitario obbligatorio e scortato da due poliziotti, e subito mise a dura prova gli infermieri, pure abituati a personaggi del suo calibro.
Appena arrivato, Said cominciò (non a torto) a lamentarsi per la mancanza di una coperta e per mille altri motivi.
Andava e veniva tra la camera, il cosiddetto bagno e il corridoio, chiamando a gran voce le infermiere, finché non arrivarono in tre e lo legarono al letto.
Il giorno dopo cominciò a piangere e gridare che gli avevano rubato il telefono, invocando sua figlia e obbligando il personale a ispezionare tutti gli armadietti e i comodini di tutte le camere, senza alcun risultato. Alla sera successe qualcosa di brutto, per cui lo vedemmo arrivare di corsa e armeggiare dalle parti del suo armadietto. Era inseguito da un infermiere inbestialito che non ci mise molto a trovare un rasoio usa e getta (oggetto severamente proibito) in cima a un armadietto. Said venne nuovamente "contenuto" nel suo letto.
Passò un'altra giornata. Said apparentemente si era calmato, aveva familiarizzato con altri ospiti, a tutti scroccando caramelle e sigarette. Io lo tenevo a distanza, anche perché ogni tanto ripartiva con il refrain del cellulare perduto, guardandomi con sospetto. Venne la sera e le luci furono spente. Io come al solito lasciai il cellulare sul comodino e mi addormentai del sonno profondo indotto dal nuovo farmaco, il leggendario Trittico, al quale ogni anno che mi rimane sacrificherò una bianca giovenca perché mi restituì, o lettori,la quiete perduta. Mi svegliai alle 2 e 15 per fare pipì. Ritornai in camera nel momento esatto in cui Said si alzava dal letto. Sentii distintamente il noto fischio di Whatsapp e distrattamente mi chiesi chi stess chattando nel cuore della notte.
Un sospetto mi prese. Cercai a tentoni sul comodino: il mio Samsung era sparito assieme a Said! La timidezza mi impedì di chiamare le infermiere a quell'ora e dopo aver inutilmente rovistato nel comodino e nell'armadio mi rimisi a lettosconsolato.
Non rividi mai più il mio telefono. Al mattino gli infermieri fecero il diavolo a quattro per recuperarlo ma non ci riuscirono: evidentemente Said aveva trovato un nascondiglio migliore. Di lì a qualche giorno fui dimesso dall'ospedale e Said, falso come giuda, mi salutò tentando invano di baciarmi una mano.
Appresi poi da una comune conoscenza che aveva misteriosamente ritrovato il suo telefonino. Una settimana dopo mio figlio ricevette una telefonata dal Fatebenefratelli: gli infermieri avevano trovato il suo numero di telefono nella memoria dello smartphone del marocchino e ne avevano dedotto (elementare, Watson!) che in realtà il telefono era il mio. Pensavo che, una volta fatta la denuncia, ne sarei rapidamente rientrato in possesso ma non fu così. Il personale dell'ospedale si rifiutò di dare le generalità del ladro a mio figlio e di conseguenza la sua denuncia non ebbe seguito. Probabilmente Said fu dimesso e se ne andò, portandosi via la sua preda. Poco cristianamente, gli auguro ogni male.
Said

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31 gennaio 2018 3 31 /01 /gennaio /2018 22:34
LE ATTIVITA'.
Trattandosi di una struttura intermedia tra l'ospedale (dove si affrontano i casi acuti) e gli ambulatori (CPS) l'Istituto delle Suore Ospedaliere di Albese è dedicato alla riabilitazione psichiatrica, vale a dire offre cure farmacologiche e psicoterapiche ai pazienti dimessi dai reparti psichiatrici degli ospedali per prepararli al rientro nella vita attiva, solitamente entro il limite di trenta giorni, fin dove cioè arrivano i fondi regionali. Dato però che i malati psichiatrici solitamente lamentano un vistoso deficit delle loro capacità motorie e cognitive e spesso anche delle loro abilità sociali, il centro offre una serie di attività, delle quali è particolrmente fiero, finalizzate al pieno o parziale recupero delle capacità e abilità perdute.
Le intenzioni sono ottime e il centro di Albese ha ottenuto anni or sono una certificazione dell'alto livello delle prestazioni fornite. Per quanto mi riguarda, posso testimoniare che le attività, per poche che siano (nel mio caso, quattro, per un totale di otto sessioni settimanali), hanno avuto, parlando in generale, un effetto positivo sul mio corpo e soprattutto sul mio spirito. Mi hanno obbligato a presentarmi puntualmente ai vari appuntamenti (questo non è stato un problema per me, dato che neppure la depressione aveva intaccato la mia teutonica puntualità), hanno rimesso in moto il mio corpo arrugginito da due mesi di letto, e hanno stimolato la mia mente aumentando la mia autostima. Cammin facendo ho scoperto che le mie facoltà logiche erano intatte, che la memoria non era tanto male e che facevo calcoli matematici con rapidità doppia rispetto alla generazione-delle-calcolatrici-a-scuola.
Detto questo, va aggiunto che ogni attività educativa vale quanto vale chi la propone.In maggioranza le cosiddette "educatrici" (un termine che mi evocava fantasie sado-masochistiche!) erano ben preparate e motivate. Una sola eccezione, notata da tutti i ricoverati (che erano forse matti, ma sicuramente non stupidi) era la signorina Voglia Dilavoràr, che si presentava con dieci minuti di ritardo, ne perdeva altrettanti dando la caccia agli assenti, nei dieci minuti seguenti spiegava per l'ennesima volta le finalità dell'esercizio e voilà! il tempo era scaduto e lei si congedava da noi lodandoci per l'impegno profuso.
Un secondo limite era dato dalla varietà dell'utenza e dal turn-over della stessa: ad ogni "incontro" di stretching c'era sempre qualcuno appena arrivato e un folto numero di pazienti in carrozzina o con le stampelle, di conseguenza la seduta non era esattamente allenante, almeno per chi, come me e pochi altri, aveva alle spalle anni e anni di attività sportiva piuttosto intensa. Altre attività, come l'artigianato, il canto e i "mandala" non mi sono state neppure proposte, e credo non mi sarei divertito né rilassato a costruire scatole o colorare "mandala" o altro con i pastelli prestati dalla casa o acquistati in cartoleria in paese.
L'attività di "rilassamento" poi si è rivelata una specie di doppione dello stretching, dato che entrambi, come ci venne ripetuto almeno trenta volta, derivavano dal "rilassamento muscolare progressivo" di un certo Jacobson (Dio l'abbia in gloria) che negli anni 30 o 40 o 50 (a seconda dall'educatrice) inventò questi esercizi i quali, a detta dei nostri insegnanti, erano la panacea di tutti i mali del corpo e dell'anima. Peccato che il rilassamento, eseguito sulle dure piastrelle della sala con una sottile stuoia tra i nostri corpi anchilosati e il pavimento, contraesse e paralizzasse più muscoli di quanti non ne rilassasse, pardon, "rilasciasse".
La mia favorita resta comunque l'attività cognitiva che, per quanto saccheggiasse generosamente i quiz di Jerry Scotti e di Amadeus, ci stimolava a risolvere problemi e a sviluppare il pensiero "laterale", di qualunque cosa si tratti. Di quelle memorabili sessioni mi ricordo solo un quiz, che propongo subito ai miei lettori (la soluzione al prossimo post). In una gara ciclistica Altig parte molto veloce e verso la fine della corsa supera il secondo. Come si piazza Altig?
L'attività di "discussione" si rivelava più o meno produttiva a seconda dell'argomento proposto. Il suo intento era quello di sviuppare in ciascuno di noi, e applicare in pratica, l' "assertività" cioè l'abilità di esporre le proprie idee senza cedere agli altri ma anche senza essere aggressivi. Ottime finalità, ma difficili da conseguire con argomenti noiosi come "Le mie vacanze" o "I miei hobby" oppure "Natale".
Concludendo, il limite maggiore delle attività era il vuoto cosmico che lasciavano prima e dopo il loro svolgimento, soprattutto tenendo conto che sabato e domenica non c'era nulla in programma, tranne la favolosa merenda di cui vi ho parlato.
Le attività

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31 gennaio 2018 3 31 /01 /gennaio /2018 17:51

IL TORMENTO DI STEFANO
Si chiamava Stefano, aveva 19 anni ma ne dimostrava al massimo quindici perché, come nel caso di Maria Maddalena, il suo corpo era come rattrappito e bloccato nello sviluppo dalle privazioni alimentari. In lui il disturbo ossessivo-compulsivo si esprimeva nella sua forma più assoluta e tragica. Passava gran parte del suo tempo a letto, dove parenti, dottori e infermieri si sforzavano in ogni modo di sciogliere la sua statuaria immobilità per convincerlo ad alzarsi per mangiare, andare in bagno o fare una breve passeggiata.
Qualche infermiere aveva più successo di altri e in un'occasione vidi Stefano entrare nella sala da pranzo e avvicinarsi al tavolo. Erano le 18, l'ora di cena ad Albese, gli altri malati presero posto e Stefano rimase lì. Il problema per lui era "incominciare" un'azione, in questo caso quella di sedersi, anche perchè lo bloccava un problema preliminare: se sedersi a quel tavolo o piuttosto spostarsi in un altro, forse perché la compagnia gli era più gradita, o per qualche altra ragione che non riusciva ad esprimere.
Non c'era nulla di inerte o di catalettico nella sua inazione: l'impressione che dava all'esterno era quella di una povera creatura al centro di una lotta titanica fra due forze uguali e contrarie. Oliver Sacks o Sigmund Freud lo avrebbero senz'altro individuato come un caso clinico spettacolare, ma in me suscitava un profondo disagio, che aumentò mano a mano che il tempo passava e Stefano non muoveva un muscolo.
Rimase in quella scomoda postura per due ore e mezzo, poi in qualche modo l'infermiera riuscì a riportarlo a letto. 
Beniamino mi disse che le prime volte non riusciva a inquadrarlo,
perchè era così strano vederlo lontano dal mondo reale e assorto nel suo mondo, che era qualcosa di disastrosamente brutto che lui viveva in ogni momento della sua vita, perchè non riusciva a fare un passo senza dover compiere un rituale. Pian piano Beniamino aveva cominciato a prendere confidenza con lui e nell'ultima settimana riusciva a farlo ridere dicendogli qualche stronzata e a lui si riempiva il cuore di gioia perchè riusciva a fargli dimenticare per qualche secondo i demoni che lo tormentavano. 
Beniamino dice che Stefano, anche se non compie un gesto che pensa di dover fare, pensa sempre a quel gesto e quindi non vive mai il momento, ma vive solo nel suo pensiero quel gesto che deve fare o quel rituale che deve completare. Anche Beniamino afferma di soffrire, in maniera molto attenuata, dello stesso disturbo. Io stesso, nei momenti di depressione, provo una grande indecisione nel fare delle scelte elementari o irrilevanti, al punto di demandare ad altri la visita al supermercato o la scelta del film da guardare o dell'attività da fare insieme.
Il che prova ancora una volta che non esistono persone assolutamente sane o assolutamente malate dal punto di vista psichico: c'è solo una scala infinita di sfumature, e alla fine ciò che decide il tipo di intervento terapeutico è la risposta al quesito se la persona in questione riesce a condurre comunque una vita di relazione abbastanza soddisfacente oppure no.

Il tormento di Stefano

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